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Viaggio in Sicilia: Festìna lente

Racconto di Valeria Giovannini

(ap) Il motto “Festìna lente” – Affrettati lentamente –, attribuito ad Augusto da Svetonio, fu associato nel ‘500 al simbolo della tartaruga con la vela, scelto da Cosimo I dei Medici come emblema della sua flotta. Unisce concetti divergenti, la lentezza e la velocità, ad indicare un’azione decisa, ma prudente. Una metafora che è anche il motivo conduttore di questo racconto di Valeria Giovannini, inserito nella raccolta “Oltre ogni lontano”, Trentini Editore, 2016. Un viaggio in Sicilia per studio è l’occasione di incontri inaspettati e sorprendenti, nei quali si rispecchiano il malessere personale del protagonista, i brividi di nuove emozioni, la sensazione di un tempo difficile da afferrare.

Atterrare a Palermo, in una giornata tersa e inondata di sole, è un’emozione: pare che l’aereo plani direttamente sul mare. Sono le due di pomeriggio di una domenica di giugno e, quando si spalanca il portellone anteriore, mi sembra di essere in una fornace. Ho lasciato Milano che pioveva. Un taxi mi porta in centro, a Palermo. La città è blindata. Da poco più di un mese, la strage di Capaci. L’atmosfera è di piombo. Il sole a picco su piazza Politeama.
Devo prendere un autobus per Erice. Mi aspettano due settimane ininterrotte di studio e di convegni. Per la mia tesi sull’attività sismica. In giro, poche persone. Troppo presto e troppo caldo. Chiedo a un passante dov’è la fermata. Ci sono già, alla fermata. E l’orario? Ogni quanto passa l’autobus? Mah, ogni tanto. Lei lo aspetti. Andiamo bene, io perfettamente incardinato nel mio ordine nordico, ad aspettare un autobus che non so se e quando arriverà.
Trascorre un’ora. Nulla. È domenica. Siamo sicuri che passerà? Io, con la mia valigia ingombrante. Zeppa non solo di cose. Ma di abitudini, modi di essere, di efficienza milanese. Al di là della piazza, vedo un bar. Non so se faccio bene ad allontanarmi. Per la legge di Murphy, l’autobus potrebbe arrivare proprio mentre mi sposto. Rischio. Ho bisogno di acqua. E di un caffè. Forse mi sanno dire se aspetto per niente. Mi confermano che l’autobus passerà. Prima o poi. Inizio a innervosirmi. Il barista mi dice che non c’è fretta. Assaggio il caffè. Rigorosamente amaro. Strepitoso. Il carattere della Sicilia in una tazzina. Ora posso tranquillamente continuare ad aspettare.
Dopo circa un’altra ora, quasi un miraggio. Il mio autobus arriva. Straripante di gente. Sembra che siano tutti lì. Mentre la piazza continua a essere semivuota. A quel punto sono contento di non essermi fatto portare in taxi fino a Erice. Sarebbe stata la soluzione più comoda. Ma avevo voglia di vedere altro. Mi siedo accanto a un ragazzo di vent’anni circa. Sembra molto timido, non mi risponde. A ogni mia domanda, rimane muto. Pare che soffra quasi per la mia insistenza. Mi arrendo. Dalla tasca esterna della valigia sbuca fuori un numero di Ken Parker. D’un tratto, lui lo nota. E comincia a parlare, come d’incanto. Ama disegnare fumetti. Mi commuove la sua fragilità, la sua fatica mentale. S’illumina mentre parla della sua passione. E mi commuove ancora di più.
Mi chiede se disegno anch’io fumetti. No, io studio i terremoti. Estrae un taccuino e mi mostra qualcosa. Sulla prima pagina, Franco ha disegnato una tartaruga che porta sul dorso un personaggio nudo con una vela nelle mani. Mi spiega che è l’emblema voluto da Cosimo I de’ Medici, nel XVI secolo, per la sua flotta. La proverbiale lentezza della tartaruga e la vela sospinta dal vento. La prudenza e l’energia. Le qualità indispensabili per la riuscita di ogni impresa. Un breve viaggio. L’incontro con Franco. Il suo silenzio totale e impenetrabile. Il suo taccuino e il suo disegno superlativo. Franco è l’immagine del disegno. Lento, prudente e timido. Ma forte come una roccia. Il suo taccuino è la vela che dispiega l’anima con le ali del sogno. Di nuovo, il messaggio di prima. Devo lasciar andare la fretta e l’efficienza nordica. Tutto acquista un sapore nuovo. Intenso e maestoso. Come il caffè al bar di prima. Ma quante volte lo gusto così, a Milano? Mai, sono sempre di corsa.
Non è passato nemmeno un giorno da quando sono partito e mi sento un altro uomo. Un uomo che deve camminare piano. Seppur con determinazione. Come l’emblema di Cosimo I de’ Medici. No, anzi, come l’emblema di Franco.
Arriviamo a Trapani, lì è il capolinea. Devo cambiare autobus per raggiungere Erice. Anche Franco è arrivato. Va a stare un po’ dalla nonna. Mi consiglia di fare autostop. Ha ragione. Anche se l’ultima cosa che avrei pensato di fare in Sicilia è l’autostop. Si allontana, guardando verso di me per vedere se davvero l’ho ascoltato. Arrivo a un bivio e gli faccio un cenno di saluto con la mano. Non ho scelta...
Mi metto in posizione con pollice in alto. Appena dopo qualche minuto si ferma una vettura. Una giovane coppia mi fa salire a bordo. E imparo subito l’ospitalità generosa e tipica dei siciliani. I due ragazzi mi portano fino a Erice, sebbene la loro destinazione fosse diversa. Hanno deviato apposta per me, per uno sconosciuto milanese.
La strada sale verso Erice e il panorama toglie il respiro. Mi consigliano cosa vedere nei dintorni e dove mangiare bene. Li invito a prendere un caffè, ma non riesco a offrire loro nemmeno quello.
Erice è stupenda, un gioiellino medievale dove mi sento a casa. L’acciottolato delle viuzze. Le vetrine con i dolcetti alla pasta di mandorla. Trovo subito il mio albergo. Benvenuto sig. Alberto Lupi, le mostro la sua stanza. Deposito la valigia e faccio scorrere l’acqua della doccia. Finalmente.
Il mattino seguente scendo nella sala-bar per la colazione. Parecchie persone sono già là. Riconosco alcuni miei simili, mi basta uno sguardo. Eccoli i fisici in divenire, con il loro inconfondibile marchio di fabbrica. Hanno un che di fanciullesco. Per certi versi, come Franco. Di curiosità puerile. Di domande apparentemente ostinate, per i non addetti ai lavori. Perché il cielo è blu?
Mentre aspetto il mio espresso, entra una bella donna, elegante. Si siede e il suo cellulare suona. Viene coperta da un coro d’improperi. Lei rimane imperterrita. Risponde alla chiamata e parla come se nulla fosse. A Milano di cellulari se ne vedono ormai molti. Nel giro di pochi anni, nessuno baderà più a un cellulare che suona. Che sia su un treno, al ristorante o in giro per le strade. Si avvererà la profezia di Albert Einstein. Diventeremo un pianeta abitato da un branco d’idioti. Talmente tecnologicamente dipendenti, incapaci persino di formulare un pensiero autonomo.
Erice è ancora più bella, al mattino. La brezza leggera. I profumi del Sud. La fragranza dei dolci appena sfornati. Arrivo al Centro studi. Un via vai continuo di gente. Entrando, non posso non notare una ragazza con un enorme cappello di paglia arancione. Alta, scura, con i lunghi capelli neri. Parla forte, con un inconfondibile accento torinese. Sta a un telefono pubblico e dall’interlocutore si fa leggere tutta la rubrica telefonica. Ogni tanto lo interrompe e chiede di dettarle il numero di questo o quello. Penso sia una pazza con un ego smisurato. Mi pare non c’entri nulla con il Centro studi, con la fisica o con qualsiasi altra materia scientifica.
Si chiama Elisa ed è di Torino. Lo scopro ancora prima di parlarle. Penso che ogni persona in quella hall abbia sentito che lei è Elisa e viene da Torino. E scopro pure che è iscritta al mio stesso workshop in sismologia. In particolare, sullo studio di algoritmi che rivelino anomalie nel comportamento della crosta terrestre. Al fine di prevedere possibili futuri terremoti. Mi rendo conto che, terminata la telefonata lunghissima, Elisa ha catturato l’attenzione degli astanti per un tempo interminabile.
Finalmente veniamo fatti accomodare nella sala dove ha inizio il workshop. Incontro qualche collega d’università e altre persone, venute da tutto il mondo. Elisa e il suo ingombrante cappello occupano ovviamente il primo banco. Ne vedremo delle belle... Una creatura che sembra atterrata da Marte, in mezzo a tutto il resto del gruppo. E invece, restiamo tutti a bocca aperta. Elisa è una studentessa straordinariamente dotata. I suoi interventi puntuali e intensi destabilizzano perfino i relatori.
In due giorni ho incontrato due persone agli antipodi. Franco ed Elisa. Entrambi mi parevano, per motivi opposti, insulsi. Mi sono sbagliato. Mi sento un idiota per averli giudicati superficialmente. Sia Franco che Elisa hanno un mondo da offrire.
Il pomeriggio è libero. Insieme a un gruppetto di fisici, optiamo per qualche ora di mare. Elisa è dei nostri. Alcuni ragazzi tedeschi mettono a disposizione le loro auto. Si va a San Vito Lo Capo. La giornata è splendida e molta gente è sulla spiaggia. Ci sdraiamo sul telo da mare e chiacchieriamo. Mi piace l’alternanza dei discorsi molto seri del mattino all’atmosfera rilassata del pomeriggio. Uno accanto all’altro, si parla del più e del meno, si scherza, si ride. Un immancabile buon caffè a un bar lì vicino. Mi piace essere qui. Rilassato, in riva al mare. Senza sensi di colpa. Si parla anche di fisica. Ma in un modo, come dire, libero. Da schemi, da doveri, da ore sui libri, dal senso del dovere.
La fisica è parte del mio mondo. Decido che lo sia in un modo gioioso. Elisa è abilissima in questo. Snocciola formule e algoritmi da sotto il cappello con la stessa facilità con cui stila la lista della spesa. O delle borse che si vorrebbe comperare. La fisica è veramente dentro di lei. E io sento che non ho ancora fatto quel passo. E la invidio profondamente per questo. Per me la fisica è il serio ambiente accademico, lo studio “matto e disperatissimo”. E oggi pomeriggio scopro il metodo Elisa. Fare proprie le nozioni e lo studio, in modo leggero. Che non vuole dire superficiale. Significa studiare senza stare in apnea. Togliere peso al dovere. E intanto, assaporare la vita. Festina lente. Affrettati lentamente. Già. La campana suona per me, nel più noto verso di John Donne.
Le giornate sono molto lunghe, tra i corsi al Centro studi e qualche immancabile ora al mare, dopo pranzo oppure verso sera. Si fa sempre tardi. Dormo poche ore, ma sto bene. Tutto è talmente stimolante che non avverto mai la stanchezza. Vivo con calma. Come se il tempo fosse infinito. Come se questo soggiorno fosse infinito. E poi ci si diverte molto. Lo studio e la leggerezza.
Elisa è una compagna di studi, bellissima, intelligente e spiritosa. Solare ed estroversa. Talvolta ingombrante, come il suo enorme cappello arancione. Che in fondo, è la sua difesa. E sa essere anche molto discreta. Lei mi cerca. La trovo sempre vicino a me. La compagna ideale. Soffia via ogni malinconia.
Un pomeriggio, cammino da solo sul lungomare di Trapani. Mi siedo sulla sabbia. Prendo, dal mio zainetto, le poesie di Emily Dickinson. La fisica, i fumetti. E ogni tanto, poesia. Quando sono da solo. Leggo alcune pagine, ormai logore.
Ho voglia di un caffè. Raggiungo un piccolo bar sulla spiaggia, con i tavolini fuori. Un ragazzo tiene il capo chino su un foglio, intento a disegnare. Franco! Il suo volto s’illumina. Ciao Alberto, questo è il bar di mio zio. Vuole presentarmelo. E farmi conoscere anche sua cugina. Entriamo. Ci avviciniamo al banco, ma suo zio sta parlando con dei clienti. Francesca, lui è Alberto e studia i terremoti. Incrocio lo sguardo di sua cugina. Sento che mi trema il cuore. I suoi occhi verde foglia sono un abisso in cui precipito. Nell’infinito. La sua pelle è bruna e indossa un prendisole dello stesso colore degli occhi. I capelli spettinati, striati dal sole. E assaporo il caffè che ci ha preparato. Il migliore ch’io abbia mai gustato. Lei sembra un animale selvaggio. Parla poco, come il cugino. Sorride poco. Abbassa lo sguardo. Ma non posso non continuare a guardarla. Ad afferrare dei lampi. Degli scampoli di lei. Del suo modo di essere. Della sua Atlantide sommersa. Quale terremoto l’ha affondata. Mi sovvengono i versi appena letti di Emily Dickinson.

Portami il tramonto in una tazza.

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino -
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi [...]

Ogni giorno, il caffè è la mia scusa. Per vedere Francesca. Lei porta il tramonto nelle mie mani. E le anfore del mattino. E gli spazi azzurri del cielo. In quella tazzina quotidiana. Posso soltanto indovinare i suoi pensieri. Scalpitanti come i suoi capelli. Parliamo poco. Ma teniamo un dialogo silenzioso. Di sguardi furtivi. Di sussurri vibranti.
Franco è sempre lì. Si sente a suo agio. Le sue parole sono leggere, fluide. Dimentiche della sua fatica mentale.
Un giorno giungo al bar al mattino, molto presto. Francesca è sola. Legge un quadernetto nero, legato da un elastico. Come mi vede, lo chiude subito. Assaporo il caffè. Le racconto della prima volta che l’ho veduta. Quel Portami il tramonto in una tazza. S’illumina. Tutto in lei sorride. Emily Dickinson. Annota i versi più suoi nel taccuino nero.
Sulla prima pagina ha scritto:

e io, e il silenzio, una razza sconosciuta
naufraga, solitaria, quaggiù -
e poi una trave nella ragione si spezzò,
e io caddi giù, e più giù -
e battei un mondo, a ogni tuffo,
e - finii di conoscere - in quel punto.

Il malessere di Franco. Fotografato nei versi. E io penso al mio malessere. La fatica di afferrare il tempo. Mi sento naufragare sulla sua superficie. Comincio a sudare. Torno a Erice con la motoretta presa a nolo. I colleghi del Centro notano le mie fughe quotidiane. Soprattutto Elisa.
Al Centro mi parlano di un posto in cui si beve un amaretto artigianale. Decidiamo di andarci domenica. Verranno anche Francesca e Franco. Una giornata caldissima. E l’amaretto è un sogno. Fresco, denso e avvolgente. Ne potrei bere una bottiglia, tanto è buono. Guardo Francesca. I suoi occhi verdi, di solito sfuggenti. Stavolta, invece, sostiene lo sguardo a lungo. Vertigini. La terra trema. Nel profondo di me stesso. Il tempo si è fermato. Sarà l’alcool, sarà il caldo, mi sembra ancora più bella. Le accarezzo i capelli disordinati. E Francesca mi lascia scrutare il baratro che la abita. Per un rapido istante. Vorrei baciarla.
Franco non ci perde un momento di vista. Ha l’aria imbronciata. Geloso. Della sua stupenda cugina. Beh, passo. Raggiungo i ragazzi e torniamo tutti a Trapani. Ci fermiamo a prendere un caffè, prima di salutare Franco e Francesca. Il bar è affollato, tutti parlano in modo concitato. Un nuovo attentato. Il giudice Borsellino. Non sono passati nemmeno due mesi dall’attentato a Falcone. Il volto di Franco si riga di lacrime. L’ha conosciuto. Lui gli aveva donato un disegno in cui lo ritraeva al lavoro, con l’immancabile sigaretta. E Borsellino lo aveva voluto incontrare, per ringraziarlo. L’appuntamento più emozionante della sua vita. Avrebbe voluto un padre così. Invece non l’ha mai conosciuto, suo padre. Francesca lo prende per mano e tornano a casa dalla nonna.
Elisa mi raggiunge. Mi sorride. Vuole scrivermi un messaggio sulla schiena. La solita matta. Lascio fare. “Non esiste algoritmo in grado di prevedere l’incontro con l’Anima. Né i suoi attentati. Buona vita”.
Al Centro giunge una busta. Per Alberto, che studia i terremoti. L’apro. Un disegno con l’emblema di Cosimo I De Medici. Festina lente.  È il mio ultimo giorno a Erice e in Sicilia.

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