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L’annata che verrà

di Giovanna Vannini

Credo che sia giornata per tornare a dirsi qualcosa. Ci son raggi in cielo, scaldano ancora, gialleggiano l’aria. Freschezza mattutina, rimasuglio della notte appena passata. Chi l’ha dormita se l’è bevuta di un fiato, chi l’ha vegliata tra un rintocco e l’altro, come macigno, tutta la tiene in testa. Nelle campagne vendemmia!
Forbici tagliano i grappoli, il mosto va a riposo per farsi nettare poi. Che annata sarà? Che si paventa? Che dicono le genti di braccia che della materia sanno? Speriamo che a quella del genere nostro non si avvicini... Giorni funesti di nuovo si annunciano, rari gli squarci di luce nei tunnel di vite messe in fila. Dice che l’ingegno sia salvezza, che il barcamenarsi tra le avversità quotidiane sia cibo per lo spirito, provvista per gli ennesimi geli in arrivo. Dice.
Noi del’64, abbiamo mezzo secolo sulle spalle a darci conforto, ripensandolo nel come è stato, e sconforto davanti agli occhi, disillusi, sul ciò che ci resta. Sospiro. Non posso esimermi dall’esserci dentro, non posso pensare che ogni cosa pensata e scritta non mi tocchi. Le finestre sono aperte su un altro mattino che porta al mezzodì. Dal lucernario socchiuso sopra la mia testa, il tetto rumoreggia di zampette di uccellini sulle tegole. Ora prendo il ritmo della giornata e abbandono questo foglio virtuale dove adoro rifugiarmi. Tre albe ancora e poi metterò la mia data di nascita insieme alle altre dell’anno medesimo.

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