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L'investimento sulla partecipazione

Il riformismo richiede l’ascolto della gente

(Il testo integrale su La Voce di New York)

(Angelo Perrone) Con la vittoria di Giorgia Meloni e le grandi manovre per la formazione del nuovo governo, il rischio è di archiviare in fretta il dato della crescita dell’astensione, un segnale di sfiducia verso il momento delle elezioni e la politica tutta. Il fenomeno ormai consolidato indebolisce il significato politico del risultato elettorale e suona come ammonimento per chi non è riuscito a contrastare la destra e ad offrire una plausibile alternativa.
I perdenti, a cominciare dal Pd, rischiano di essere catturati dall’ennesimo psicodramma autolesionista, di non avvertire la gravità della situazione, e di esaurirsi nel consueto falò dei segretari, rito sacrificale per cambiare tutto senza cambiare nulla, oppure di trastullarsi nel rovello delle alleanze future, scambiando il dito per la luna. 
Se il Pd vince a Roma centro ma perde a Viterbo dove prevale quel tale che voleva cambiare il nome del parco pubblico Falcone e Borsellino intitolandolo al fratello del Duce; se l’avventuroso Calenda prende il 20% a Milano ma solo il 4% in Calabria; se i 5telle fanno incetta di voti in certe aree del sud con il miraggio dei sussidi di Stato e si fermano al 5% nel Nord più evoluto: all’evidenza c’è una questione profonda che le elezioni non hanno affrontato.
È il problema della rappresentanza di quanti sono esclusi o ai margini; di coloro, a partire dai giovani, che non si sentono riconosciuti nelle loro ragioni e rivendicazioni legittime. E che quindi, se proprio vanno al seggio, scelgono la protesta. Stavolta è davvero l’ultimo tentativo per dire no al potere pubblico percepito come sistema.
Al cospetto di tutto ciò, il riformismo è atteso da una strada lunga e impervia. Ci vorranno cervello ma anche cuore. Il punto dal quale partire dovrebbe essere l’ascolto della realtà. Un paese che veleggia su un debito pubblico di tremila miliardi, e che non è fallito solo per l’intreccio di colleganze europee, fa davvero paura.
Non meno preoccupanti sono gli altri record europei: l’Italia è il paese che fa meno figli e non ha politiche sufficienti per le famiglie, quello che ha più evasori e non sa individuarli, quello che non riesce nemmeno a spendere il denaro nei cantieri ma lo usa solo in sussidi, e magari se ne vanta.
Servirebbe, senza retorica, un investimento nella libertà, nella capacità di impresa e di sviluppo economico, nelle politiche per il lavoro e per una scuola più moderna. Occorrono parole che offrano speranza e visione, un’idea di ciò che vorremmo essere perché il futuro sia migliore.
La responsabilità di governo non rende elettoralmente certo, ma solo perché appare senza anima, priva di identità, e rifiuta di misurarsi ogni giorno nel coinvolgimento della gente. L’esito è scontato. Non c’è la percezione che si stia lavorando per il bene comune, che ci sia un impegno per cambiare le cose. Anche quando si opera bene, il consueto riflesso della casta getta un’ombra funesta su quanto fatto, come è avvenuto con il governo Draghi. Allora non è solo questione di unire le forze, bisogna sapere in quale direzione andare, e poi cercare compagni di viaggio.
L’inadeguatezza delle nomenclature è reale, ma riflette l’insufficienza dei “marchi”, cioè dei partiti, oggi contenitori inadatti alle nuove sfide e da reinventare. Un problema che riguarda tutti, mascherato dallo stordimento attivato da promesse irrealizzabili e annunci roboanti.
Per quanti osservano il nuovo corso, e guardano preoccupati alla crisi di identità che attraversa il riformismo liberale, in primo luogo il Pd, forse va segnalata una possibile via di uscita: in un contesto arido non è facile trovarle, ma occorrono parole giuste per congedarsi dal fallimento di una stagione troppo lunga, e avviare un nuovo inizio. È la strada complicata del “consenso ragionato” su un’idea di democrazia riformista.

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