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Doppia sfida per la politica

La destra davanti a sfide epocali; la sinistra alle prese con diseguaglianze e sviluppo sociale

(Angelo Perrone) Alla fine sono in cinque, i tecnici schierati da Giorgia Meloni nel nuovo governo. Piantedosi agli Interni, Sangiuliano alla Cultura, Schillaci alla Salute, Abodi allo Sport, Calderone al Lavoro. Nomi tutti, quanto a competenza, non di primissimo piano. Difficile invece classificare come tali Nordio alla Giustizia e Crosetto alla Difesa, eletti con Fratelli d’Italia.
Una parte del dibattito per la formazione del nuovo governo è stato focalizzato su questo aspetto, l’ingresso di tecnici in un contesto nuovo e orgogliosamente etichettato come “politico”, cioè scelto dai cittadini con il voto, a confronto con tante altre esperienze precedenti, ultima proprio quella di Mario Draghi. Ma prima: Monti, Dini, Ciampi.
Superate allora le critiche aspre che avevano accompagnato le precedenti esperienze? A prescindere dal colore delle compagini, in molti vi hanno fatto ricorso e alla fine non hanno potuto prescindere dal loro contributo. Non sorprende che anche la destra, dopo tanto alzare la voce, abbia intrapreso questa strada.
La ragione più banale, forse la più veritiera, è la mancanza nel partito della Meloni di una classe dirigente all’altezza, in tutti i settori governativi. Ma poi c’è altro, la necessità di individuare figure dignitose in settori chiave e specialistici, in grado di sostenere il vaglio di credibilità delle istituzioni europee, oppure la convenienza di risolvere litigi e contrasti sulla spartizione dei posti.
Come che sia, la formazione del nuovo governo non ha sciolto il problema di fondo riguardo alla scelta di ministri di estrazione tecnica e non politica, lasciando sullo sfondo, e come mettendo da parte ancora una volta, la questione della (presunta) contrapposizione tra mondo della politica e delle esperienze scientifiche e tecniche. Senza cioè indicare la visione generale e comune dei problemi. Una questione accantonata anche dalla sinistra in verità, nonostante il sostegno forte dato a Mario Draghi e ai suoi ministri altrettanto tecnici.
Sarebbe una questione marginale, ora che il governo di destra è alle prese con problemi cruciali, dalla crisi economica alla collocazione europea, e che la sinistra, tra lo sconcerto elettorale e il disorientamento successivo, deve affrontare lo psicodramma della sua rifondazione, in chiave di credibilità e serietà. Però non è secondario riflettere su questo punto, che in qualche modo interseca entrambe le strade, quella governativa e quella dell’opposizione.
La diatriba sull’utilità del contributo dei tecnici è il riflesso ultimo della crisi della politica stessa della sua inadeguatezza a confrontarsi con i problemi reali. Così la vittoria della destra di opposizione al governo di Mario Draghi e l’insuccesso della sinistra riformista del Pd sono la conseguenza dell’incapacità della politica di radicare nel paese un disegno di riforma oltre l’emergenza.
La politica da tempo trasferisce sui tecnici le decisioni più difficili, quasi nascondendosi dietro ad essi, salvo poi lamentare la perdita di ruolo ad ogni piè sospinto. Ma il difetto deve essere fatto risalire alla politica stessa: l’azione quotidiana prescinde troppo spesso da un giudizio di valore sulle scelte da compiere. È qui che avviene il corto circuito tra politica e tecnica ed anche tra la prima e la gente. 
L’idea che non si persegua il bene comune (per disinteresse od incapacità) provoca diffidenza e distanza; finisce per causare un vuoto. è paradossale allora che si chieda ad altri di colmare una mancanza di cui si è responsabili. Ugualmente è singolare che, nel rivendicare – giustamente – il diritto di compiere delle scelte secondo il mandato elettorale ricevuto, si trascurino le connesse responsabilità. Un problema che riguarda tanto la destra quanto la sinistra, il presente come il futuro, più o meno prossimo. 
La guida del Paese non può prescindere dal riconoscimento delle competenze, e la scelta di chi dovrà esercitare il potere pubblico deve essere ispirato a probità, correttezza e competenza. Altrimenti si alimenta la deriva populista dell’antipolitica e dell’anticasta, già così pervicace e pericolosa.
Allo stesso modo anche la progettazione di un’alternativa riformista a questa maggioranza incrocia la questione della sfiducia popolare verso la classe dirigente. Proprio la progettazione di un possibile cambiamento deve basarsi su un “pensiero strategico”, rispetto al quale ciascuno – quale che sia l’esperienza specifica – possa dare un contributo utile. 
La rimozione di quella pervicace contrapposizione è possibile, per il mondo riformista, a condizione di saper convergere nell’individuare i nodi su cui si è attorcigliata la dinamica sociale, ovvero l’aumento delle diseguaglianze e, parallelamente, la mancanza di una politica per il lavoro e lo sviluppo.
La vittoria della destra apre una stagione problematica sotto più versanti, a cominciare dalla natura delle scelte che verranno compiute, e dalle persone che dovranno compierle, mentre autarchia, sovranismo e nostalgia costituiscono il sigillo pericoloso del nuovo corso.
Poiché anche i guai sanno offrire delle opportunità, potrebbe essere arrivato il momento, per i progressisti, di inaugurare anch’essi un’altra fase. Prima di accapigliarsi sui nomi, bisogna capire quale partito si voglia creare, e a cosa serva. Poi sarà anche indispensabile un leader capace. Ma è questa la gerarchia delle questioni. 
È l’ultima occasione forse per affrontare le subalternità cresciute con la globalizzazione e la crisi, in una logica non di semplice assistenza (pure talora necessaria) ma di crescita e di sviluppo. E per far maturare l’idea che la politica sia finalmente attenta alla gente, a partire da chi è rimasto ai margini. Abbiamo bisogno di competenza e convinzione, l’alternativa è ancora possibile in questa prospettiva.

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