Racconto
di Paolo Brondi
Al
criminologo e investigatore professionale, Alberto Valli, in un mattino di
primo freddo invernale, venne richiesto un pressante aiuto “Dr. Valli, mi
chiamo Barbara De Witte ed ho avuto il suo numero dal procuratore Vincenti.
E’
lui che mi ha consigliato di rivolgermi a lei. La prego, mi riceva quanto prima
possibile”. Le fissò l’appuntamento per il giorno stesso. La donna si presentò
allo studio del criminologo alle 15,30: indossava un giaccone sportivo, con
cappuccio a pelliccia, molto elegante. Alberto la fece accomodare di fronte a
sé: si tolse il giaccone; sotto aveva un abito nero, semplice, ma molto
costoso, che le fasciava morbidamente il corpo flessuoso. Le chiese il motivo
della richiesta di aiuto e, acceso, senza farsi vedere, il registratore,
ascoltò la sua risposta:
“Avevo
quattro anni quando fui portata in carcere e seviziata. Ogni giorno, per
quattro lunghi giorni, venivo immersa in una botte di acqua gelida e costretta
a bere una grande quantità d’acqua. Quando svenivo, mi svegliavano con schiaffi
e frustate sulla pianta dei piedi. Cercavano di farmi parlare, di strapparmi
notizie su mio padre, anche lui in prigione, costretto ad assistere alle mie
torture e con la sola colpa di essere avvocato e di aver preso le difese di
tante persone, avversarie tutte del regime militare di Pinochet. Era il 1980 e
Pinochet è morto solo l’anno scorso: Il 12 dicembre 2006! Ma non era lui il mio
carnefice. Il suo nome è rimasto impresso nella mia mente ben più di quello di
Pinochet: si trattava del nazista Franz Kripte, già tristemente noto per la sua
crudeltà a Varsavia, Milano, Torino. Ora ho scoperto che Franz Kripte è in
Italia. Ecco perché sono qui: lei mi deve aiutare a cercarlo, a scoprire dove
si nasconde. Io voglio vendicarmi… portarlo in prigione e testimoniare su tutte
le sue nefandezze!”
Alberto,
più impressionato dal tono della narrazione, così triste e doloroso, che dal
contenuto, su cui sarebbe tornato a meditare, una volta riascoltato la
registrazione, promise alla donna che, sì, l’avrebbe aiutata.
Con
l’aiuto di internet e di vari social network riuscì a ritrovare notizie su
Franz Kripte e a ricostruirne la storia. Era entrato a far parte delle S.S. ad
appena diciassette anni, quando ancora frequentava il liceo. Fra gli studenti
primeggiava e amava imparare a memoria le voci dei suoi amati filosofi, Fichte,
Hegel, le quali, come un’eco profonda ed esaltante, avrebbero poi animato gli
incontri con i suoi commilitoni, sia nelle sedi ufficiali, sia nelle sale delle
varie birrerie. Saltava sul tavolo e così declamava: “Anche a me per la mia
parte è affidata la cura della civiltà della mia epoca e delle epoche future”.
Urla di approvazione, ed anche di dileggio accompagnavano le sue esibizioni ma
quelle parole e tante altre simili non erano per Franz solo un modo per
apparire, bensì alimento del suo pensiero e sicuro orientamento per l’azione.
Non
stupisce quindi che, in nome della “cura della civiltà della sua epoca”,
giudicasse del tutto naturale, anzi essenziale, il suo contributo, nel 1941,
all’allestimento di furgoni a gas mobili nei quali furono sacrificate circa
centomila persone, fra cui vecchi, donne, bambini, in Europa orientale. Rigore,
senso di disciplina, patriottismo, fede nei variegati e spesso deliranti
messaggi di Hitler, furono i fattori che permisero a Franz di raggiungere
rapidamente i gradi più alti nelle S.S. e nella Gestapo. Fu così che nel 1943,
ad appena ventidue anni, fu inviato in Italia a protezione della Repubblica di
Salò e per continuare l’opera di “cura della civiltà”, cancellando la presenza
degli ebrei nei territori di Genova, Torino, Milano.
A
Salò conobbe Yasmine Hafez: donna bellissima, di origine persiana, a 24 anni,
vedova e ricchissima. Franz se ne innamorò di colpo e fu ampiamente ricambiato.
Alla passione che rese meravigliosi i giorni e le notti trascorsi sul lago, si
aggiunsero gli insegnamenti: fu Yasmine a insegnargli le arti della diplomazia
e dello spionaggio. Fu lei a persuaderlo che la fine di Hitler sarebbe stata
prossima e inevitabile la sconfitta della Germania e a incoraggiare i suoi
contatti con intermediari del Vaticano, con il capo del servizio americano in
Svizzera. Nel marzo del 1945 Franz è in Svizzera e Yasmine con lui, per realizzare,
in collaborazione con il servizio americano, il rilascio dei prigionieri
americani e inglesi che si trovavano nelle mani della Gestapo in Italia. Appena
si diffuse la notizia della disfatta dell’esercito tedesco, nell’aprile del
1945, Yasmine, fidando nelle sue numerose e fidate conoscenze, riuscì a mettere
in salvo Franz, dapprima nascondendolo nei conventi della S. Sede, poi,
mediante generose largizioni di denaro, facendolo fuggire in Siria. Quando non
furono più sicuri lì, il K.G.B. russo li aiutò a raggiungere il Cile ove
vennero protetti dal presidente social - comunista Salvador Allende. Vivendo in
quel paese, Franz tornò alla sua antica passione di dar cura alla civiltà,
condividendo spirito e contenuti delle leggi allendiane. Una passione che, dopo
il colpo di stato militare in Cile del 1973, lo portò a partecipare a sessioni
di tortura di oppositori politici del regine di Pinochet.
Alberto,
a questo punto della storia di Franz Kripte, ritenne fondato il resoconto della
sua cliente, Barbara De Witte, in merito alle torture subite e giustificato il
suo desiderio di vendetta. Restava aperto e forse irrisolvibile il problema
della presenza del nazista in Italia, nel 2007!
Riconvocò
la cliente nel suo studio e da lei seppe che su una rivista era da poco
comparso un trafiletto che dopo aver riassunto, per sommi capi, le gesta del
criminale, finiva con le parole “ancora una volta un Kripte si nasconde sotto
le ali della chiesa!”
Dopo
aver preso appuntamento, si recò a Roma e incontrò un suo antico docente di
Etica, don Marco Lera, ora divenuto cardinale. Pranzarono in una trattoria di
Trastevere e tra un buon bicchiere e l’altro, il cardinale fornì ad Alberto la
notizia che cercava: Kripte si trovava ospite nel Convento francescano di
Perugia!
Il
criminologo non incontrò difficoltà a farsi ricevere dal Padre superiore nel
convento francescano. Gli chiarì il motivo della visita e fu sorpreso nel
sentirsi dire, con grande calma e gentilezza. “Attenda qui, avviserò subito il
dr. Kripte della sua presenza”. Attese, nel conforto del silenzio e della pace,
pensando che nessun pregiudizio appariva sotto la superficie delle parole del
Padre, nessun significato se non quello della spiritualità e della fratellanza.
E infine ecco apparire la persona. Lo vide nella cornice crepuscolare del
tramonto e rimase molto turbato. Si attendeva un vecchio di ottantasei anni,
intristito dagli anni e dai rimorsi, ed, invece, si trovava di fronte un
giovane. Indossava abiti civili: un maglione, pantaloni di velluto, mocassini di
camoscio; figura delicata e bella, volto dai lineamenti netti, occhi neri e
profondi, capelli corvini.
“Capisco
la sua sorpresa – disse, con voce forte e decisa- abbiamo un comune amico, il
cardinale Lera; mi ha annunciato, per telefono la sua visita. Io sono Franz
Kripte junior, figlio di Franz Kripte e di Yasmin Hafez. Sono nato nel 1982 e
ora sono qui per i miei studi di medicina: mi sto specializzando in medicina
dei tumori. I miei genitori sono deceduti, entrambi, nel 2004”
Mentre
il giovane raccontava di sé, Alberto rifletteva sulla verità sottesa, ma non
debitamente colta, in quel passo del trafiletto della rivista, ove si parlava
di “un Kripte” e non direttamente di Franz Kripte, una verità che neppure il
cardinale aveva svelato, forse per rendergli ancora più interessante la
scoperta.
Superata
l’iniziale perplessità, gli disse:
“Dr.
Kripte, mi parli del suo nome. Non le pesa portare il nome di un criminale e
come tale ricercato per anni, per essere condannato? Il cardinale Lera, le avrà
di certo comunicato la ragione della mia ricerca. Non prova anche lei
raccapriccio per come fu torturata la mia cliente, quando aveva solo 4
anni?”
Non
il rosso della vergogna, ma un pallore intenso alterò le guance del giovane
che, ora con voce lenta e tremula, rispose:
“Io
sono cresciuto con un padre diverso, non un criminale, ma un padre tenero e
dolce. Da mio padre ho ereditato l’inclinazione alla tolleranza, alla libertà,
alla democrazia, ai valori che a lui non erano stati insegnati”
“Dr.
Kripte - esclamò Alberto - mi è difficile credere che chi sia stato capace di
così efferati sacrifici di creature innocenti, di punto in bianco, sia
diventato educatore in grado di trasmettere valori mai conosciuti prima!”
“Eppure
è vero! Mio padre era ancora un ragazzo quando fu avviato a far parte delle
S.S., della Gestapo e a commettere quelle azioni, e lei comprende bene quale
possa essere stato l’effetto sulla mente di un ragazzo, di un giovane, di voci
martellanti come “Tutti in Germania sono nazional-socialisti, i pochi fuori del
partito sono pazzi o idioti”; “Chiunque osa far domande sulla giustezza
dell’ideologia del partito sarà bandito come traditore”. Era impossibile per un
giovane che fin dai banchi di scuola veniva addestrato a pensare in un unico
modo, ad imparare non la totalità del pensiero di un autore, ma solo le parti
in coerenza con il retaggio ariano; a credere che qualsiasi cosa si chiamasse
ariana era nobile, virtuosa, eroica, gloriosa mentre qualunque persona o cosa
che ostacolasse la realizzazione dei desideri di Hitler era degenerata,
parassita, corrotta, democratica, internazionalista, non ariana!”
“Convengo
con lei – rispose Alberto - nel riconoscere la forza
dell’ideologia nazional socialista nel disegnare la vita di verità a due
valori: bene opposto al male, ariani opposti ad ebrei. E posso capire perché
così gli uomini delle S.S., della Gestapo, furono così disumani nei confronti
dei simili e realizzarono esecuzioni di massa, camere a gas, esperimenti
scientifici mediante tortura, inedia, vivisezione, non con il fuoco della
passione, ma a sangue freddo. Ma, per questa stessa ragione, come può far
valere la sua immagine di un padre che, per lungo tempo al servizio di siffatta
“giustizia”, cioè spionaggio, intrighi, torture, violenze, prigionia, assassinii
, si sia improvvisamente spogliato dei panni della cieca ingiustizia, per
essere dominato da altro impulso, da altre verità?”
“Ha
ragione, dr. Valli , nel parlare di dominanza. Mio padre, e tanti come lui, è
cresciuto in una dimensione esistenziale caratterizzata dalla dominanza ovvero
da quell’essere gettato nel mondo, in un tempo così tragico e funesto, che ha
trasferito l’onnipotenza divina all’uomo, ad Hitler, e le sue possibilità sono
state coartate, costrette in unica direzione. Tuttavia, egli ha superato questo
livello esistenziale proprio con la mia nascita. Allora c’è stato un
rivolgimento nel suo pensiero assetato di sincera espiazione ed ha mirato a garantire la felicità del proprio discendente
educandolo a prendere giusta e naturale parte a tutte le istituzioni e alle
loro trasformazioni”
“Ma
sì”- Il criminologo respinse l’argomentazione con un gesto della mano. “Culto
della personalità, autoincensamento. Niente altro che leggenda…! ”
“Non
è leggenda la mia! Ho i testimoni! Mio padre non è stato solo nell’affrontare
il suo percorso di pentimento e di capovolgimento del pensiero: ha avuto
accanto un padre spirituale, oggi è lo stesso Padre superiore che qui ci
ospita, allora docente di teologia alla pontificia università cattolica del
Cile, a Santiago; e il grado di liberazione del male dalla sua coscienza è
stato costantemente valutato da un vescovo, oggi cardinale Lera. E a tessere le
fila del rinnovamento, a coinvolgere la Chiesa, è stata, soprattutto, mia
madre, Yasmine.”
“Sua madre è stata accanto a Franz
Kripte in quasi tutte le sue azioni delittuose, quindi è logico pensare che ne
condividesse le motivazioni. Anche lei ha sentito il bisogno della espiazione?”
“Mia
madre non ha avuto un destino analogo a quello di mio padre. E’ cresciuta
durante il regno dello scià Reza Pahlevi, educata in una romantica ideologia
del potere che vagheggiava i fasti di una Persia millenaria, perduta nella
notte dei tempi, da ricreare, come Mussolini voleva ricreare, quelli della
romanità. Ha avuto per sorte di andare sposa, appena adolescente, a un nobile
persiano che, dopo la morte, avvenuta assai presto e tragicamente, la lasciò
unica erede dei beni di cui io ancora oggi, sono titolare. Nel 1941 lasciò la
Persia per studiare in Europa. Incontrò mio padre, conobbe per la prima volta
l’amore, il suo primo, vero, amore e per questo sentimento lo seguì. Per amore
lo ha sottratto alle Erinni europee, per amore gli ha donato un figlio e lo ha
sempre nutrito di speranza e redenzione”
E
a questo punto al giovane Kripte s'inumidirono gli occhi. La sua voce che si
era fatta più intensa, ora tornava ad affievolirsi, quasi a spegnersi. Il suo
turbamento era il segno della difficoltà di alzare un sipario sulle colpe del
genitore nazista e dell’impossibilità di estirpare del tutto le radici maligne
del suo cognome. Alberto comprese che il giovane a fatica tratteneva un pianto
liberatorio; ne ebbe pietà; gli strinse la mano e lo salutò augurandogli pace.
Il
giorno successivo, ricevette in studio la sig. Barbara De Witte e le espose i
risultati della sua ricerca.
Cocente
fu la delusione della donna: “ E’ umiliante - disse - subire l’offesa .. e che
offesa la mia, mentre gli altri, i colpevoli, sfuggono alla storia e si
salvano. È naturale che il figlio difenda il padre, ma la mia sofferenza da chi
è difesa? La vendetta può ristabilire il mio onore, ma vendicarsi su chi? Sul
figlio? Una vendetta postuma? E in quale ginepraio mi porrei di fronte alle
testimonianze del cardinale, del padre superiore? Come potrei essere tutelata
nel far causa se l’imputato, Kripte o il suo erede, è al tempo stesso non
diverso dai testimoni, magari dal giudice stesso!?”
Si
condensava in quelle interrogative tutta l’esperienza del dolore di Barbara,
tenuto costantemente dentro di sé, e ora destinato a crollare, a essere
sradicato come un albero infruttuoso. Alberto lasciò che colmasse la foga dei
suoi tormentosi dubbi e poi le disse:
“La
vendetta che lei cerca - e che cercano tutti quelli che hanno subito analoghe
torture, – si fonda sullo strapotere dei sentimenti, sulla memoria di eventi
marchiati con il fuoco, sul desiderio di restituire l’offesa, il danno, il
dolore e si riferisce al tempo passato.
Lei
con ragione esprime tutti quei dubbi, perché la legge e la pena, si distinguono
dalla vendetta: la legge prescinde dai desideri, argina il risentimento ed è
essenzialmente rivolta al futuro. Il futuro, nel nostro caso, si identifica con
il dr. Kripte, il figlio che del padre colpevole porta solo il cognome, mentre
nel suo profondo conserva l’immagine
di un padre pentito, sacralizzato dall’assoluzione di un frate e di un
cardinale, e quindi salvo, se non per il mondo almeno in Dio.

Protagonista del racconto di Paolo Brondi " Lo strano caso di Franz Kripte "è Barbara de Witte, una giovane donna che sente l'insopprimibile esigenza di vendicarsi di Franz Kripte, il feroce criminale nazista che l'ha crudelmente seviziata a soli quattro anni durante la dittatura di Pinochet in Cile dove, all'epoca ,viveva insieme al padre, fiero oppositore del regime del dittatore. La giovane donna, profondamente turbata, si rivolge ad un famoso criminologo , il dottor Valli, perché sa che Franz Kripte ex ufficiale delle SS ,al momento, è in Italia .Il dottor Valli riuscirà a scoprire che effettivamente F. Kripte è ospitato in un convento di francescani ad Assisi .La sorpresa è ancora più grande quando ,al posto del criminale nazista, si trova dinanzi un giovane sensibile, dedito allo studio della medicina, scienza che vuol mettere al servizio del prossimo e, sebbene abbia ereditato dal padre un passato così duro e pesante, paradossalmente è proprio "nel nome del padre" tanto diverso dall'uomo pubblico, feroce e spietato, che ha costruito il suo percorso umano e culturale. La protagonista, informata degli eventi imprevisti, non può che essere profondamente delusa: ovviamente avrebbe voluto un altro esito, ma la vendetta che lei cerca, come le spiega il dottor Valli, si fonda "sullo strapotere dei sentimenti, sulla memoria, sul desiderio di restituire l' offesa e si riferisce al passato". Al contrario la legge e la pena si distinguono dalla vendetta, perché " la legge prescinde dai desideri, argina il risentimento ed è essenzialmente rivolta al futuro. " In effetti ,come il mito ci insegna, chi cede alla vendetta o come Achille che , per vendicare la morte di Patroclo, in preda al Xòlos ( furore), fa strage di schiavi prigionieri, o come Oreste che ,per vendicare l'uccisione del padre Agamennone per mano della madre Clitennestra e del suo amante Egisto ,si macchia di matricidio ed ancora Medea che ,ferita nell'orgoglio per l'abbandono da parte di Giasone, uccide i figli avuti da lui ,finisce per accorgersi che la sete di vendetta di per sé è sterile, perché non solo sovverte l' ordine dei padri, ma annichilisce ,paralizza ed arresta il corso della storia.. Indubbiamente il desiderio che anima la protagonista del racconto non è né ira come quello di Achille, ovvero un sentimento mentale ed emotivo di conflitto con il mondo esterno e con se stessi, né odio come quello di Medea, pulsione che può raggiungere i suoi scopi distruttori solo percorrendo la via del raziocinio, proprio come ha fatto il nazismo in Germania, ma è un qualcosa di più complesso che nasce principalmente dal sentimento di pietà verso se stessa e di giustizia nei confronti dell' umanità, sentimento che Barbara de Witte , come suggerisce l'autore, rivendica con l' unica forza a disposizione di chi non ha potere: " la forza dell' emozione". Solo il criminologo- filosofo dottor Valli , alter ego dell' autore Paolo Brondi ,è in grado di cogliere l' urgenza di questa forza e di arginarla per evitare che a sua volta non si trasformi in ingiustizia ,ma riconosca piuttosto " nel nome del padre", ovvero nella legge della parola , frutto del "logos" (parola- pensiero), la luce della speranza , la costruzione di senso e la responsabilità come basi imprescindibili per ogni percorso di civiltà.
RispondiEliminaLaura Bonfigli