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Preghiera


di Marina Zinzani
Tratto da I racconti della pioggia

(ap) La pioggia è scenario quieto e rassicurante, oppure angoscioso e terrificante. Metafora di gioie, dolori, interrogativi. Il tema della pioggia, esile filo che annoda misteriosamente la trama di alcuni racconti.

La storia della vita iniziava con una preghiera: Dio, fa’ che tutto vada bene. Finiva anche con una preghiera.
Ecco, Rosaria l’aveva scoperto da poco che si poteva pregare, e stare meglio. Era iniziato un certo giorno, un brutto giorno, quando il nero delle cose di fuori avevano invaso la sua mente e niente sembrava più accettabile, decente. La sofferenza aveva fatto sembrare tutto assurdo, sì, quasi indecente da essere vissuto. Aveva visto improvvisamente gli anni, quelli che erano alle spalle, e le era sembrato che fossero nettamente predominati i toni scuri e non quelli chiari. E in quel preciso giorno, quando la luce sembrava averla abbandonata, aveva recitato poche, antiche parole. Quelle di una preghiera di quando era bambina. Allora era accaduto qualcosa, un’amica che non sentiva da tanto le aveva telefonato e le aveva proposto di uscire quella sera stessa, e lei era uscita e si era quasi divertita, e in poche ore aveva visto tutto meno scuro, aveva perfino sorriso e parlato con ironia di cose che non le erano andate proprio per il verso giusto. Nei giorni che erano seguiti, aveva cominciato a ripetersi quelle parole, le parole della preghiera, e qualcosa aveva veramente cominciato a delinearsi, sembrava che un po’ di pace, in quel suo cuore stanco, stesse entrando. Non le era chiaro come era finita in quella brutta discussione con Chiara, sua figlia. Era cominciato tutto con un’opinione che Rosaria aveva espresso, un punto di vista neanche poi tanto all’antica, e la figlia, che aveva vent’anni, era scoppiata in una serie di discorsi aggressivi, che alla madre erano parsi veramente esagerati. L’aveva incolpata di tante cose, che ne sapeva lei del mondo, le aveva detto, si era sposata giovane, vedeva una realtà dolce, e il mondo non era dolce, la gente era arrabbiata, e lei restava nelle sue convinzioni, non si accorgeva che tutto cambiava, e alla fine, alla fine gliel’aveva detto: “Anche papà ha dovuto andarsene per stare meglio”. Sua figlia poteva dirle di tutto, ma non quello. Che ne sapeva lei di cosa era accaduto veramente fra di loro, dei loro sogni, della stanchezza delle giornate di lavoro, della stanchezza della sera che diventa poi la stanchezza dei giorni, degli anni, quella stanchezza che non ti passa perché ti entra nel cervello, e lì, dentro il cervello, c’è tutto, tutto il male, il marcio, il rimuginare, le frustrazioni, le speranze deluse, che ne sapeva lei di questo. Di un uomo che le era stato accanto per vent’anni e poi un giorno, puff, via, ha un’altra donna, in casa non respira, si sente soffocare, quella vita lo fa sentire vecchio, oddio… Oddio… anche Chiara adesso cominciava a infierire su di lei, e quelle sue parole aggressive le erano rimaste dentro, fino a sera… Ecco, poi Chiara era rientrata per cena. Ed era successa una cosa. Le aveva portato un dolcetto e le aveva chiesto scusa così, a modo suo, senza parole. Le aveva portato il suo dolce preferito, la cassata, e si era seduta a tavola. Non avevano più detto niente della litigata di qualche ora prima. Solo la mattina dopo Rosaria aveva realizzato. In quelle ore, in quel pomeriggio buio, lei aveva pregato.
E Chiara era tornata, con lo sguardo di chi voleva farsi perdonare o forse no, forse con l’espressione che hanno ogni tanto le persone che vivono assieme e si scontrano, litigano, si puntano un dito contro e poi sono vicine, si preoccupano, stanno male se l’altro sta male, la vita di chi vive assieme, di chi si vuole bene. La mattina dopo, Rosaria era uscita di buon’ora. C’erano delle pozzanghere per terra, la notte aveva piovuto. Si diresse verso la chiesa che era a poca distanza da casa sua. Vi entrò, non c’era quasi nessuno, solo una donna. Si sedette su una panca, e guardò il crocefisso. Guardò il crocefisso. Aveva vent’anni e si trovava lì, davanti a quell’immagine, in quella chiesa. Stava aspettando il sacerdote che l’avrebbe sposata, perché fra pochi mesi sarebbe nata una bambina a cui avrebbe dato il nome Chiara. Non era stata cercata, ma i figli mica arrivano sempre a comando! Era felice, di una felicità unica, che non aveva mai provato, eppure aveva anche paura, c’erano mille cose che l’attendevano, una casa nuova in cui entrare, una bambina da accudire, imparare a cucinare, a gestire una casa, accidenti, solo il pensiero di come sarebbe cambiata la sua vita l’impauriva, eccome se l’impauriva, ma ce l’avrebbe fatta, lei era tosta, e poi Nicola era l’uomo della sua vita, quello che amava in segreto da anni, e alla fine ce l’aveva fatta, lui si era accorto di lei, erano assieme solo da otto mesi, d’accordo, ma tutto appariva bello con lui, accidenti che vita aveva davanti, loro due e la loro bambina, loro due e magari altri bambini, perché, non subito, ne sarebbe venuto almeno un altro di bambino… due figli era meglio… Il crocefisso era lo stesso, ed erano passati vent’anni. Vent’anni in cui i colori si erano sbiaditi, le cose non erano andate come se le immaginava lei, quel giorno, in attesa del prete che li avrebbe sposati. Non era stata una vita fantastica, quella si vive il primo mese dopo il matrimonio forse, ma poi, poi tutto cambia, e si diventa brutti, pallidi, non ci si trucca, non ci si cura, in casa si lasciano le cose in disordine, e non si trova più niente, e poi non si trovano più neanche le parole per dirsi le cose, cose che si provano e non si ha il coraggio di dire, di urlare a volte, ecco, tutto sbiadisce, come l’acqua che passa su dei colori a tempera e li sfuma, li fa piano piano scomparire. Questa è la vita. Rosaria abbassò la testa, una piccola lacrima le rigò il volto. Si passò la mano sulla guancia, si disse “Fa’ niente”, tirò un profondo respiro. Separata a quarant’anni, con una figlia da crescere, il suo ex marito che latitava, perché lei apparteneva al passato, lei e la sua casa, e forse anche sua figlia. Ora che ne doveva nascere un altro di figlio, da una donna più giovane e attraente di lei, mica era interessato alla vecchia vita. Era così che andavano le cose. Cominciò a pregare. La sua preghiera, recitata a bassa voce, un suono quasi impercettibile. Una, due volte. Ancora un’altra volta. Si sedette accanto a lei una donna anziana, con una grossa borsa. Si sentiva il respiro pesante, forse perché la donna era robusta. I loro sguardi si incrociarono, Rosaria abbassò gli occhi. “Lui ci aiuta sempre” disse la donna, dopo qualche minuto di silenzio. “Sì, credo di sì” rispose Rosaria. Rosaria avrebbe voluto dire qualcosa di più, ma non le venivano le parole. Sorridendo alla donna, poco dopo si alzò ed uscì. Fuori dalla chiesa c’erano due ragazze. Rosaria ne sentì perfettamente i discorsi, vide che avevano in mano il cellulare. “Allora, che devo fare stasera? Tu che dici? Esco con lui e faccio la preziosa, magari funziona!” “Beh, esci prima con lui, poi se non ti trovi bene esci con il suo amico, che è forse più carino!” “Buona idea!” I discorsi delle due ragazze li sentì alle spalle, come echi. Anche lei da giovane faceva certi discorsi, o forse no, non li aveva mai fatti. Ci aveva creduto, nell’amore. Fu in quel momento che suonò il suo cellulare. “Ehi, carissima, che dici se ci facciamo una pizza, stasera? Mi sa che hai fatto colpo, l’ultima volta!” Era Eleonora, ci usciva qualche volta. “Colpo?” “Il tizio dell’altra sera, sai… mi ha chiesto di te… quanti anni hai… gli ho detto che sei separata, che hai una figlia… insomma… sei libera… Stasera c’è anche lui, che dici?” Rosaria scosse la testa. Era sempre piena di iniziative, Eleonora. Attraversò la strada e tornò verso casa. 
 

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