(Introduzione a Daniela Barone). La violenza della Storia che si riflette nel silenzio di una prigione domestica. Nel venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, questo racconto autobiografico unisce con forza espressiva la ferita collettiva di una città devastata e il dramma intimo di un matrimonio opprimente. Un legame profondo in cui il sangue dei diritti calpestati si specchia in quello di un futuro negato, fino alla faticosa e necessaria rinascita.
(Daniela Barone).
Un'estate nel Vercellese
All’epoca dei fatti del G8 di Genova mi ero risposata da sei mesi e trascorrevo gran parte dei weekend con mio marito, sua figlia Dalia e i miei ragazzi, nel suo casolare dell’assolato Vercellese. La campagna non faceva per me: odiavo le zanzare, il caldo afoso e le coltivazioni che impegnavano il mio coniuge, perciò ingannavo il tempo guardando di giorno insulsi programmi di cucina in TV e di sera le puntate del primo Grande Fratello.
Tutto sembrava preferibile a quel tempo lento, marcato dalla cura delle pianticelle e degli alberi da frutta sparsi nel suo grande orto. La pulizia della casa era compito di Dalia mentre mio marito si occupava di cucinare. A me non restava niente da fare, tranne che curiosare, non vista, fra le sue vecchie foto. Avevo così potuto vedere le facce dei suoi figli che vivevano all’estero e quelle delle sue due ex-mogli.
Lui non aveva fatto mistero del suo passato tumultuoso ma molte cose mi erano oscure. Perché aveva preferito troncare i rapporti con i figli grandi? Chi erano quei bimbetti sorridenti che apparivano in alcune foto sgualcite? Non osavo fargli domande dirette e mi accontentavo delle sue confidenze rare e sommarie.
Un matrimonio di rinunce
Dopo averlo sposato avevo tenuto un profilo piuttosto basso. Sapevo che lui non amava abiti vistosi e il maquillage, per lui indice di leggerezza e immoralità femminile. Ma come mai un uomo cresciuto in Canada aveva una mentalità così ristretta?
Forse l’educazione dei genitori calabresi l’aveva forgiato come uomo di vecchio stampo. Per non contrariarlo non andavo quasi mai dalla parrucchiera. Tenevo i capelli odiosamente crespi in un codino che mi dava un’aria trasandata e vestivo comodi abiti antiquati; mi cambiavo soltanto per andare al lavoro, al supermercato e nelle rare visite ai suoi amici.
Chissà cosa aveva spinto mio marito a rifugiarsi in quella zona bagnata dal Sesia in cui le risaie si susseguivano a vista d’occhio. E pensare che, avendo lavorato come impiegato nel centro di Milano, era stato costretto a levatacce per raggiungere l’ufficio in treno.
Chiedergli il perché della sua scelta non sarebbe servito a nulla: si sarebbe adirato come sempre con me, donna di città incapace di comprendere i benefici della vita agreste. Litigavamo spesso per qualsiasi cosa, anche se in campagna appariva meglio disposto nei miei confronti rispetto a quando stavamo nel mio alloggio di Voghera.
«Mi trovo qui in questa cittadina insulsa, io abituato a vivere in città moderne come Toronto e Vancouver. E tutto perché ti amo, te ne rendi conto?» Io capivo soltanto che voleva farmi sentire in colpa, come sempre, del resto.
Il G8 irrompe sullo schermo
La mattina del 19 luglio 2001 intorno alle 11 accesi la TV per seguire la cronaca del G8 mentre mio marito stava innaffiando l’orto fra nugoli di zanzare. L’edizione straordinaria di un TG presentò una manifestazione dei Cobas in Piazza Paolo da Novi in cui dei dimostranti, i Black Bloc, si erano infiltrati nei cortei assaltando banche e negozi.
L’escalation di episodi violentissimi avvenne a metà pomeriggio quando un plotone di carabinieri caricarono il corteo delle Tute Bianche con lacrimogeni e manganellate. Poi un colpo di pistola di un carabiniere uccise Carlo Giuliani, un dimostrante appena ventitreenne. Cosa stava succedendo nella mia città, aliena ad episodi così cruenti?
Ero allibita di fronte alle riprese ininterrotte di vetrine sfasciate di negozi, banche saccheggiate, auto e cassonetti incendiati e barricate nelle strade. Dal giovedì alla domenica ovunque fu devastazione, violenza e sangue come nella scuola Diaz di Bolzaneto, il quartiere dove era nato mio nonno Vincenzo.
Le foto del feroce pestaggio che vi ebbe luogo sono ancora vivide nella memoria mia e dei miei concittadini. Francesco Guccini in “Piazza Alimonda” così aveva cantato: «Genova, quella giornata di luglio, Sfera di sole a piombo. Precisi gli ordini, sudore e rabbia; facce e scudi di opliti, l’odio di dentro come una scabbia». Che pena.
Desiderio di rivolta
Mio marito aveva seguito il TG della sera mentre cenavamo. Nessun commento. Del resto aveva l’odiosa abitudine di chiudersi nel mutismo quando qualcosa del mio comportamento lo indisponeva. Dove avevo sbagliato? Forse mi rimproverava tacitamente per non avergli fatto compagnia mentre lavorava nel campo?
Lo guardai di sottecchi con il frastuono degli scontri dei manifestanti nelle orecchie: sgranocchiava impassibile degli anacardi muovendo rumorosamente le grandi mascelle e disponendo sul tavolo le carte per l’ennesimo solitario. Quanto avrei voluto anch’io, come i rivoltosi, prendere a calci tutto in quella casa e sradicare tutte le pianticelle dell’orto.
Dare fuoco al casolare intero, mia prigione senza sbarre, ma restavo muta e impassibile come lui. I ragazzini avevano già lasciato la tavola per rintanarsi nelle loro stanze e creare giochi nuovi. Avrei anche desiderato essere nella mia Genova, magari a casa dei miei genitori che lui mi aveva impedito di frequentare perché contrari al nostro matrimonio.
Sicuramente papà avrebbe osservato: «Questi Black Bloc sono dei vandali. Mi sembra strano che siano di sinistra». Per lui tutti quelli che si vestivano di nero nelle manifestazioni erano fascisti, come le famigerate Camicie Nere della sua gioventù.
Sarebbe stato bello trovarmi con loro davanti al televisore in cucina, con la mamma che sfaccendava in grembiule intorno ai fornelli. «Nino, che disastro! Pensa trovarsi lì. Per fortuna abitiamo in periferia» avrebbe commentato impressionata.
Parallelismi di sangue
Mentre mio marito era assorto nel solitario io mi ero recata in bagno dove con disappunto avevo notato i miei slip sporchi di sangue. Nemmeno quel mese ero rimasta incinta. Ritornai mestamente a guardare il servizio sul G8: ancora sangue ma stavolta era quello che insozzava i muri della scuola Diaz e grondava dalla fronte di giovani manifestanti e giornalisti aggrediti e pestati.
«Sangue vivo, scivoloso e lucido come sciroppo di lampone» aveva scritto La Repubblica. E allora cos’era mai il mio smarrimento di fronte all’angoscia di questi giovani massacrati e traditi mentre dormivano tranquillamente nei sacchi a pelo della palestra?
Una ferita amara
Sono passati 25 anni da quei giorni. Il mio matrimonio è finito e io, come la mia città, ho ripreso a vivere con serenità, pur memore delle lacerazioni morali vissute e dei maltrattamenti subiti. L’anniversario sarà l’occasione per ricordare «una ferita amara e indelebile che non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo dimenticare», come ha detto in questi giorni la sindaca Salis, ma voglio pensare che ci aiuti soprattutto a riconoscere la nuova faccia della nostra Genova come città dei diritti di tutti, di inclusione e di giustizia sociale.


Molto bello,emozioni vissute da te e che mi hanno fatto quasi sembrare di essere io la protagonista. Brava!
RispondiEliminaTi ringrazio
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