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Se il grande manager contesta la giustizia, il caso della strage di Viareggio e il manifesto dei 400

un tavolo dietro il quale tengono un discorso tre persone
(Introduzione ad a.p.) Una pagina di pubblicità politica, firmata da oltre 400 personalità, contesta la responsabilità penale personale dei vertici aziendali in caso di disastri, sostenendo il rischio di una “responsabilità oggettiva”.
Il manifesto, pubblicato dopo la condanna di Mauro Moretti per il disastro di Viareggio, manifesta un’apparente neutralità ma ignora la serietà della vicenda giudiziaria. La competitività non si misura sulla capacità di blindare i manager dal sindacato giudiziario, ma sulla certezza del diritto e sulla trasparenza di una governance che sappia farsi carico delle proprie responsabilità di vertice, senza eccezioni.

(a.p.)

La responsabilità è il cardine su cui si regge l’equilibrio tra potere e giustizia. In una democrazia, dove il sindacato della magistratura è l'argine contro l’arbitrio, la posizione di vertice non è un semplice ruolo, ma una funzione di garanzia verso la collettività.
Sebbene l’articolo 27 della Costituzione sancisca che la responsabilità penale sia rigorosamente personale, le organizzazioni moderne — caratterizzate da catene gerarchiche complesse e procedure articolate — mettono a dura prova questo principio.
La sfida urgente è conciliare la certezza del diritto con la necessità di evitare l’impunità dei decisori apicali di fronte a disastri ambientali, infrastrutturali o finanziari.

Il caso e il contesto reale

Recentemente, sui principali quotidiani nazionali è apparsa una pagina a pagamento intitolata “La responsabilità penale è personale”. Sottoscritto da oltre 400 esponenti del mondo economico e politico — tra cui Salini, Orsini, Violante, Severino, Brunetta e Testa — il manifesto denuncia il rischio di una deriva verso la "responsabilità oggettiva", criticando l'attribuzione automatica delle colpe ai vertici aziendali.
La tempistica dell'iniziativa, tuttavia, ne rivela la reale natura strategica. La pubblicazione è avvenuta subito dopo il 25 giugno 2026, data in cui la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 5 anni per Mauro Moretti (ex AD di FS e RFI) per il disastro ferroviario di Viareggio (32 vittime). 
Il retroterra ideale dei firmatari guarda anche ad altri macro-processi, come quelli a carico di Giovanni Castellucci per il crollo del Ponte Morandi.

La smentita della realtà processuale

L’ipotesi di un automatismo sanzionatorio legato al solo ruolo ricoperto è smentita nei fatti dalla monumentalità degli iter giudiziari italiani. Nel caso di Viareggio, il verdetto è arrivato dopo ben sette passaggi di giudizio dal 2009 al 2026, fondandosi su una mole imponente di perizie, prove e indagini. 
I giudici non hanno condannato i manager "in quanto tali", ma sulla base di un nesso causale rigorosamente provato tra le loro specifiche omissioni gestionali e l'evento tragico. Parlare genericamente di "complessità organizzativa" rischia di diventare un espediente per diluire le colpe nell’organigramma e azzerare la responsabilità penale dei decisori.
La giurisprudenza possiede già gli strumenti raffinati per perimetrare la colpa colposa nei sistemi complessi: la titolarità della posizione di garanzia, la prevedibilità dell'evento e l’individuazione di precise colpe strategiche (come i mancati investimenti in sicurezza).

L'insidia del metodo e le distorsioni ideologiche

Il metodo comunicativo del manifesto appare perciò insidioso. Utilizza un dogma costituzionale indiscutibile (l'art. 27) come paravento neutrale, ma ne declina gli argomenti in chiave ad personam per delegittimare sentenze passate in giudicato.
In questo quadro colpiscono le posizioni di firmatari autorevoli: Luciano Violante ha liquidato la questione ricordando che "essere potenti non è reato", omettendo però che il potere genera doveri normativi di protezione; Chicco Testa ha evocato lo spettro di "manager senza più garanzie", paventando un danno alla competitività del Paese. Tali uscite tradiscono la volontà di blindare la funzione manageriale da ogni sindacato giudiziario.
In definitiva, l’operazione si rivela ambigua. La Costituzione non viene richiamata per stimolare un dibattito scientifico sulla colpa organizzativa, ma per sottrarre i vertici al giudizio della legge. Il vero rischio democratico non è lo spettro della responsabilità oggettiva, ma la ricerca di una corsia preferenziale di impunità per i poteri forti.

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