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Il figlio del giudice


Racconto di Paolo Brondi

Lontano, in un casolare dell’Umbria più riposta, tra Gubbio e Perugia, una donna piangeva la morte del figlio. Elena, la madre, scostò la tenda della finestra sul parco e fissò l’ormai completa oscurità. La nebbia ingrigiva il bianco della neve caduta abbondante e un eco di suoni leggeri e sfocati giungeva dai rintocchi delle campane di una chiesa. 

Non vide altro che i ricordi evocati dal pianto incessante. Era stata appena nominata magistrato, presso il Tribunale di Foligno, quando le giunse notizia che era stata accettata la richiesta di adozione di un bambino, da tempo inoltrata da lei e da suo marito, Luca. Il bambino era un maschietto di appena venti giorni, generato da una giovane di origine sarda, morta per complicazioni post parto e da padre ignoto. Aveva occhi di un profondo azzurro e una fitta e fine capigliatura nera e già ondulata: forse per influenza di tali segni lo chiamarono Marino. Crebbe sano e sereno e affidato, fin dagli anni della scuola elementare, alle cure di un frate francescano, padre Saverio, amico della madre e grande studioso della vita dei Santi. Sotto la sua influenza, non costrittiva ma autorevole e liberale, Marino frequentò assiduamente la Chiesa, divenne chierichetto e maturò un codice d'immagini e parole ieratiche, solenni ed echeggianti un mondo di armonia e di pace. Crescendo e frequentando la scuola media e poi il liceo classico, solo apparentemente dimenticò il contributo della precedente educazione. Alto e atletico partecipò a numerose gare sportive, distinguendosi nelle varie discipline fra cui il karatè. La sua bellezza, unita alla bravura in tutti i campi, lo circondò sempre dell'ammirazione di giovani donne e fino agli anni di università conservò in credito un immenso capitale di affetto e gratitudine.


Nel giorno in cui discusse la sua tesi e si laureò in scienze politiche con il massimo dei voti, nel 1999, sua madre, primo giudice, nel tribunale di Perugia, lesse la sentenza di condanna a vita di brigatisti appartenenti a una frangia delle disciolte BR, responsabili dell’uccisione di agenti di polizia, carabinieri e magistrati. Fra questi si trovava un uomo di quarantacinque anni, di origine sarda, che, durante tutto il processo non aveva mai smesso di fissare intensamente proprio il giudice. Nella sua mente si avvicendavano le immagini della disperazione del fratello, quando seppe che la sua donna era morta e il proprio figlio era stato dato in adozione. Una disperazione che lo portò a rintracciare ogni notizia della famiglia ove suo figlio cresceva, ma non lo preservò dall’incappare nella giustizia che, per i suoi reati, lo condannò all’ergastolo. Dopo dieci anni di carcere, divenne collaboratore di giustizia e fu mandato in un luogo di sicurezza, sulle alture, oltre Gubbio, nello stesso tempo in cui si celebrava il processo del fratello più giovane.


Un mese dopo Marino, uscendo dall'università, ove frequentava il corso di perfezionamento in scienze religiose, non prese la direzione di casa, ma decise di avviarsi verso il seminario, ove lo attendeva Saverio, il suo maestro. A un certo punto la strada era in salita e deserta, e Marino che l'aveva percorsa tante volte, fin da bambino, camminava sicuro, tanto da non accorgersi di avere alle spalle due individui che, silenziosi e con estrema rapidità, lo aggredirono mettendogli alla bocca un bavaglio narcotizzante. Si risvegliò al chiuso di una stanza da cui non si sentiva altro che scricchiolii tipici di una casa di legno e soffi violenti di vento che scuotevano i battenti della finestra. Immaginò di essere stato trasportato in montagna, probabilmente sopra Gubbio, poiché, osservando l'orologio, si rese conto che erano passate solo circa tre ore da quando il suo cammino verso il seminario era stato interrotto. Non si perse d'animo, confortato dalle voci suadenti delle sue preghiere. A un tratto la porta già sprangata si aprì ed entrò un giovane a viso scoperto, si portò al centro della stanza e, con aria felice e sorridente, rivolto a Marino disse: "Devi stare tranquillo. Fra poco ti farò incontrare tuo padre!".


Marino non prestò attenzione a quelle parole, tutto teso a studiare le mosse del giovane, sicuro che avrebbe potuto sopraffarlo e liberarsi. Così fece: appena il ragazzotto gli voltò le spalle, per aprire la porta, mentre già girava la chiave, con un balzo si avvicinò a lui e appena voltatosi gli sferrò un pugno corto, improvviso, al mento e quello cadde a terra svenuto. Aprì la porta e si trovò di fronte le scale. Gemevano i gradini, accompagnando la discesa che cercava di rendere più rapida possibile e insieme silente. Giunto sul pianerottolo di terra, di là da una porta chiusa udì un gran numero di voci, dai toni alti e con forte cadenza dialettale, mentre il giovane atterrato dal pugno si risvegliò e cominciò a gridare. Marino trovò la porta d'uscita e scappò via. Percorse con estrema rapidità il prato antistante la casa e s'inoltrò nel bosco. Il chiaroscuro dell'imbrunire rendeva danzante la sua fuga e la proteggeva, addensando ombre alle spalle e aprendosi in lieve chiarità sul davanti. Correva ansante e affannato fra l'intrigo dei rami finché trovò un viottolo cui affidò repentinamente la sua fuga senza sapere dove l'avrebbe portato. Percorse ancora un centinaio di metri e si trovò di fronte occhi che lo fissavano con intensa luce gialla: era un cane che, sorprendentemente né abbaiava né digrignava i denti, ma scodinzolava e si muoveva piegandosi e uggiolando come volesse farsi seguire. Marino immaginò che si trattasse di un cane domestico, abituato all'odore dell'uomo, ma "chissà dove va .. dove mi vuol portare", si diceva " e poi, tutto è strano. Nessuno mi ha seguito... forse erano sicuri che, disorientato in un bosco sconosciuto, sarei tornato al punto di partenza e, molto probabilmente, questo è il loro cane...mi avrà già visto e annusato quando incosciente mi hanno trascinato in quella stanza e, ora, mi vuol riportare indietro, da loro". Finse di non assecondare le moine del cane e continuò a camminare sul sentiero, ma il cane lo seguiva docilmente.


Ad un tratto si aprì una radura nel cui mezzo si ergeva una grande capanna: il cane prese ad ululare a muso alzato fino a che si aprì una porta e sulla soglia apparve un uomo; portava un mantello che si moveva al vento scompigliandogli i capelli bianchi, e la bianca sua barba, e alla vista del giovane gli si fece incontro e disse: "ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono e tutto è svelato, figlio mio..". Marino, che si era avvicinato con prudenza e pronto a ritentare la fuga, ascoltò stupito quelle parole e un improvviso miscuglio, di pensieri lo rese muto. Associava le parole "nostro padre" a "figlio mio" e temeva di essere in balia di pazzi. Mentalmente si ripeteva "Che c'entro io con quella gente? Che cosa vogliono ottenere? Forse farmi diventare facile mediatore per ottenere un alto riscatto? Il ragazzo prima e ora quest'uomo, sicuramente un pastore, parlano con abitudinario uso di quelle espressioni...e io non sono figlio né questo è mio padre! Ma, il pastore continuava a guardarlo dicendo: "Accomodati nella mia capanna. Stai tranquillo, nessuno ti vuol far del male. Senti, figlio mio, come aumenta il soffio del vento. E' il mio compagno, più soffia e più mi riporta le voci di sempre, di una donna, la mia donna, che aspettava un figlio, mio figlio e che, morendo, mi fece promettere che avrei cresciuto nostro figlio...poi, la mia voce, le mie urla, quando dovetti darmi alla macchia e venni a sapere che mio figlio non c'era più ...era stato dato in adozione...ma ora il vento me lo ha riportato e ti vedo....".


Altre parole furono soffocate dal pianto. Marino, impietositosi, gli pose una mano sulla spalla cercando di calmarlo e di farlo ragionare. "Non fate così - gli disse - respirate ... la fede aiuta a risolvere ogni problema nella luce divina e rende inutili alla mente le angosciose domande". Insieme entrarono nella capanna. Si affacciò una grande stanza, il camino acceso, un tavolo lungo e rettangolare, un'ampia madia su cui erano disposte numerose forme coperte da teli bianchi e nell'aria si spandeva un buon sapore di legna bruciata e di formaggio. Il pastore invitò il giovane a sedersi intorno al fuoco, gli offrì formaggio e vino e continuò a parlare". Quando le sofferenze sono grandi e la vita appare in tutta la sua spietata miseria, irraggiungibile è la luce della fede o la speranza in un mondo migliore. la miseria mi è apparsa sempre in ogni momento e ha intristito i miei giorni". E Marino: "ma è l'anima che ci suggerisce la via con la sua guida che ha del divino". "Non l'anima, non la fede - disse il pastore - ma la vita risponde alla vita ..ho sentito di non cader più in un abisso senza fine quando il corso del mio sentimento ha trovato infine una pietra per arrestarne la foga, epicentro di ogni mio desiderio...donare amore e umanità...ritrovare un figlio..".
Un bussare violento irrigidì il clima che tra i due, a poco a poco si era rasserenato. Marino dalla pietà era passato alla comprensione di quell'uomo posseduto dalla dolorosa inquietudine di un'esistenza senza consolazione che non fosse il miraggio o l'ansia di ritrovare il figlio perduto. "Aprite... polizia !". Il pastore aprì e il commissario, insieme a due agenti, entrò, prendendo subito in consegna Marino e ordinando al vecchio di seguirli in stato di fermo. La polizia era stata allertata del giudice, madre preoccupata per il mancato ritorno del figlio all'ora rituale e dopo aver visto vane le sue ricerche nei luoghi di abituale frequenza del giovane. Da sempre temeva le ritorsioni da parte delle persone da lei condannate o dei loro parenti e da ultimo ricordava il processo in cui era stato condannato un sardo il cui fratello era collaboratore di giustizia, posto sotto la sua vigilanza, e confinato sulle alture di Gubbio. Marino ritornò a casa e seppe infine la verità: non era stato rapito per vendetta o per ottenere un riscatto, ma per fargli incontrare e conoscere suo padre naturale. Lo testimoniarono il figlio del fratello del pastore e quest'ultimo, il cui racconto commosse tutti gli inquirenti e lo stesso giudice. Marino accolse la verità della sua nascita e la sorte dei genitori naturali ben lontano dal nutrire delusione, come gli fosse inferta una ferita, una lacerazione interiore, la rottura di strutture sedimentate in ogni fibra, sfaldamento di piani e, piuttosto, con uno straordinario incremento di amore, verso l'unica famiglia che lo ha cresciuto, educato e fatto uomo, ma anche verso i genitori naturali sentiti vicini per la loro tragica infelicità e amati come creature di Dio.

Commenti

  1. Il figlio del giudice" è un racconto pieno di dolcezza,di amore e di serenità che lo stesso cane, docile oltremodo, fa percepire al lettore.
    La narrazione si snoda in modo leggero e soave anche se,gli eventi,farebbero prevedere momenti di tragedia. Invece la lezione che ne emerge è di grande poesia: il giudice,il padre naturale,lo zio...tutti,anche gli antagonisti più classici, cooperano ad un finale tenero e dolcissimo dove l'amore comunque trionfa.
    Bel racconto, ricco di buoni sentimenti e di un.periodare delicato e sapiente,ben congeniato con la morale.
    Cristina Podestà

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  2. Un racconto che si snoda e si sviluppa come una sorta di apologo in cui l'autore , con gli strumenti propri del "logos",traccia in una sua personalissima mappa la via attraverso la quale natura e cultura,superato il conflitto, tornano a riconciliarsi in un cerchio di slanci e corrispondenze.Nel labirinto di fatti e misfatti,qual è la vita ,c' è sempre un varco che consente ,a prescindere dal richiamo del sangue,sia di ritrovare se stessi,sia di riscoprire l'altro da sé come parte di una totalità più ampia , dilatata e magica.Lo stesso bosco in cui, suo malgrado, il protagonista si inoltra, si configura come metafora della vita;ed è proprio nella vita che ,fatalmente, ci si perde,si è perduti e ci si ritrova ogni volta,purchè si presti ascolto al richiamo profondo della proteiforme natura che ,in questo caso, assume le sembianze del cane- lupo(lupo: simbolo della natura;cane: prodotto della civiltà,dopo il processo di domesticazione). Solo cosi', come ci insegna questa "favola bella",nessuna severa categoria logica, o rigida struttura sociale,potrà impedire al vento ,ovvero all'essere",di incidere la carne viva della creatura e di imprimervi in modo indelebile il proprio segno ,perché :"la vita risponde alla vita".
    Laura Bonfigli

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  3. Un racconto che si snoda e si sviluppa come una sorta di apologo in cui l'autore , con gli strumenti propri del "logos",traccia in una sua personalissima mappa la via attraverso la quale natura e cultura,superato il conflitto, tornano a riconciliarsi in un cerchio di slanci e corrispondenze.Nel labirinto di fatti e misfatti,qual è la vita ,c' è sempre un varco che consente ,a prescindere dal richiamo del sangue,sia di ritrovare se stessi,sia di riscoprire l'altro da sé come parte di una totalità più ampia , dilatata e magica.Lo stesso bosco in cui, suo malgrado, il protagonista si inoltra, si configura come metafora della vita;ed è proprio nella vita che ,fatalmente, ci si perde,si è perduti e ci si ritrova ogni volta,purchè si presti ascolto al richiamo profondo della proteiforme natura che ,in questo caso, assume le sembianze del cane- lupo(lupo: simbolo della natura;cane: prodotto della civiltà,dopo il processo di domesticazione). Solo cosi', come ci insegna questa "favola bella",nessuna severa categoria logica, o rigida struttura sociale,potrà impedire al vento ,ovvero all'essere",di incidere la carne viva della creatura e di imprimervi in modo indelebile il proprio segno ,perché :"la vita risponde alla vita".
    Laura Bonfigli

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