(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono sere in cui il passato bussa alla porta senza chiedere il permesso, sollevando un velo di emozioni sospese tra il dolce e l'amaro. Basta un incontro inaspettato, lo sguardo sui segni del tempo che avanza o, ancora più potente, una melodia che riemerge dall'adolescenza. La nostalgia è un sentimento universale, eppure profondamente intimo: un territorio misterioso dove la gioia e la tristezza si fondono in un unico, indecifrabile abbraccio.
(Daniela Barone).
Il contrasto del tempo e il Risiko della giovinezza
Alcune sere fa sono andata con due vecchi amici ad assistere all’esibizione di Elisa che da diversi anni canta nel coro Il cantolibero. È stato piacevole rivederla dopo molti anni anche se i suoi capelli bianchi mi hanno impressionato: lei è una delle tante donne che non vogliono essere schiave della tintura e si lasciano la chioma candida come la neve.
Il contrasto con il passato è stridente: la ricordo graziosa e sorridente nel fiore degli anni quando con i nostri mariti trascorrevamo serate a giocare a Risiko fino a tarda notte e a prendere in giro chi perdeva la partita, a dispetto di tattiche più o meno azzardate.
Sulle note di Battisti: i baci in cantina e le canzoni di un'epoca
La serata è stata piacevole perché il coro si è esibito magnificamente in dodici canzoni di Lucio Battisti. Quanto abbiamo amato questo artista! La nostra giovinezza è stata segnata dalla sua voce graffiante e dai testi poetici di Mogol, a partire da Per una lira agli ultimi brani meno romantici come Sì, viaggiare.
Il pezzo che mi ha emozionato particolarmente, La canzone del sole, mi ha riportato ai primi goffi momenti d’intimità con il mio ragazzo: «E la cantina buia dove noi respiravamo piano». Era proprio nella cantina della nonna dell’amico Giorgio che io e Sergio ci scambiavamo baci impacciati di nascosto dagli altri ragazzi della compagnia.
Anche Marco e Viviana che mi hanno accompagnato all’evento, marito e moglie da quasi mezzo secolo, si erano sicuramente appartati in quel locale pieno di ferri vecchi e cianfrusaglie che nonna Marisa non voleva buttare.
Ogni tanto lanciavo un’occhiata ai miei amici che come me parevano persi nell’incanto di quel revival musicale. Marco batteva le mani al ritmo dei brani più ritmati mentre Viviana canticchiava. Intanto sul maxi schermo scorrevano immagini delle copertine dei 45 giri più noti di Battisti e foto delle sue rare apparizioni musicali.
Eccolo Lucio, con i suoi riccioli scomposti, i denti un po’ radi e un sorriso schivo, a tratti malinconico. A lui non interessava rilasciare interviste ma solo cantare. L’ultima volta fu nell’aprile 1972 quando si esibì in un duetto con Mina.
La gioia di essere tristi: tra "saudade" e dolori d'infanzia
Alla fine della serata ero in preda di sensazioni indecifrabili. Non avrei saputo dire se ero contenta o triste, che strano. Forse ero semplicemente entrata nel mood della nostalgia, quella che Victor Hugo chiamò «la gioia di essere tristi».
Lo ricordano mirabilmente i versi della poesia Nostalgia di Hikmet: «Era qualcosa che non può giungere a sazietà/ non era gioia o tristezza non era legata/ alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi/ era in me e fuori di me».
L’emozione che mi ha colto quella sera nell’ascoltare le canzoni di Battisti ha fatto riaffiorare tanti momenti di me, ragazza appena quattordicenne alle prese con la prima cotta. Non ho provato tristezza, no, ma nemmeno felicità. Era quella che i portoghesi chiamano saudade. L’ho vissuta quasi come una dimensione mistica che mi ha spiazzato: avrei voluto trattenerla in me ma anche allontanarla perché dolce e amara nel contempo.
Ad un certo punto mi sono sentita come quando da piccola mi facevo male: la parte indolenzita, massaggiata dalla mamma, mi procurava una sorta di godimento ma anche di dolore. Che curioso. Quelle canzoni interpretate mirabilmente dal coro mi riportavano a quadretti teneri ed antichi che straziavano e deliziavano contemporaneamente.
I miei genitori ancora giovani nell’intimità della nostra cucina, i gruppi di studio a casa delle compagne intramezzati dalle gustose merende preparate dalle mamme, le estati ai bagni sotto casa ancora non divorati dal porto, la paura delle interrogazioni e le liti con il primo amore. Un universo dolceamaro da custodire ma anche da allontanare, non so perché.
Oltre il rimpianto: l'arte di difendersi dai ricordi
Appena usciti dal teatrino poco distante dal Porto Antico, avevo chiesto a Marco se anche lui non fosse stato catturato dalla rete della nostalgia. «Eh, certo. Eravamo giovani ai tempi di queste canzoni. Quanto tempo è passato da allora». Viviana invece si era limitata ad ammirare l’abilità canora di Elisa. Dal mio canto non mi ritrovavo sulla stessa lunghezza d’onda del mio amico.
Non mi sentivo nostalgica solo per il rimpianto della giovinezza ormai lontana, no. C’era qualcosa di più nel mio sentirmi felicemente triste ma faticavo a decifrarlo. Per me si trattava di un insieme intricato di emozioni al di là dello spazio e del tempo.
Ebbi modo di percepirlo nella mostra Modernità di un sentimento dal Rinascimento al contemporaneo al Palazzo Ducale di Genova nel 2024. Mi resi conto che, sebbene non con la stessa sensibilità di pittori come Boldini, De Chirico e Ingres, tante persone comuni provano questo sentimento agrodolce magari di fronte a un odore antico o a un gusto già provato.
Non tutti però reagiscono allo stesso modo alla nostalgia; ad esempio la mia amica Gina si rifiuta di guardare le vecchie foto del marito scomparso recentemente e del nipotino morto ad appena due mesi.
«Ho cancellato persino le registrazioni delle voci dei miei figli da piccoli, sai? Piangerei come una fontana se li riascoltassi.» mi ha confidato una volta. Le pareti della sua casa sono sgombre di foto del passato, anche dei momenti felici. A volte la nostalgia sa fare anche questo: privarci dei ricordi delle persone care, scomparse o viventi.
Accettare il passato per decifrare il futuro
Eppure questo filo tenace che lega il passato al presente, si ritrova in giovani e vecchi, uomini e donne, grandi e piccoli. E tende a farsi sentire come una brezza leggera anche quando si vorrebbe metterla a tacere.
Come i dolori e le malinconie, va però attraversata fino in fondo perché ci fa bene: esplorarla ci dà modo di comprendere il nostro presente e accettare il passato che in qualche modo anticipa i giorni insondabili che verranno.
Prendere a piccoli morsi il sentimento ambivalente della nostalgia è importante perché grazie ad essa cogliamo la nostra essenza più profonda e celebriamo il sapore rotondo e irrinunciabile della nostra vita.



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