Passa ai contenuti principali

Il tempo che trascorre inquieto

Mariana, 1851, di John Everett Millais
Dettagli, colori, rappresentazione: la pittura racconta il mistero dell’avventura umana

Racconto
di Giovanna Vannini
(Intervento di Angelo Perrone)

Dietro quei vetri un mondo, dal quale si faceva accogliere solo quando lei voleva, ne sentiva la necessità, come l’ossigeno che inonda il torace, come l’acqua che bagna le labbra, come alito di vento che si fa spirito, nutre l’animo. 
Era stanca ora: la mente affollata dallo studio, le membra reclamanti movimento. Eppure in quel bisogno di lasciarsi alle spalle una giornata passata davanti allo scrittoio, il desiderio conscio di restarci ancora, perché rifugio di vizi, perché nido tutto suo, perché negli occhi non c'era altro che voglia di lettere, di simboli grafici da continuare a mettere in fila per fame di conoscenza.
Forse, solo un guizzo d’amore e di passione da far trascendere ogni suo controllo avrebbero potuto condurla fuori da lì. Nel mondo. Oltre la vetrata.

(ap) L’arte, anche quando voglia soffermarsi sui particolari della vita, può vincere la tentazione di rappresentarli con un approccio manieristico riscoprendo al contrario il fascino imprescindibile delle pose classiche, lo stesso che ad esempio ispirò la grande pittura del ‘400 italiano. Un’eleganza di composizione per sfuggire alle influenze corruttrici degli insegnamenti accademici, una complessità di tratti per produrre buoni dipinti riscoprendo idee genuine e ispirazioni sapienti: queste le caratteristiche della pittura di John Everett Millais (1829-1896), uno dei fondatori della cosiddetta “Confraternita dei preraffaelliti”.
Un gruppo di pittori, poeti e critici inglesi, che già nel nome esprimeva una concezione dell’arte come ambiente composto da artisti legati da un vincolo solidale e fraterno, e, quanto all’ispirazione, refrattario ai luoghi comuni, alle pose di tipo convenzionale, in nome di un’idea artistica virtuosa e nobile, così tipica dell’esperienza italiana a cavallo tra medioevo e rinascimento (Raffaello e poi Michelangelo), specie nel campo delle immagini religiose.
Un profilo alto della rappresentazione umana, per la classicità delle impostazioni, e nello stesso tempo così ricco di dettagli, di particolari anche minuti e impercettibili a prima vista, in grado però di offrire immagini straordinariamente ricche e articolate. Le quali richiamano non solo simboli di tipo religioso come quelli diffusi nel ‘300-‘400 ma anche altri, tratti dalla vita terrena, quel coacervo di sentimenti, drammi, aspettative, che attraversano spesso l’esistenza e trovano nella letteratura di ogni tempo un campo espressivo.
“Mariana”, il dipinto ad olio realizzato da John Everett Millais nel 1851, rappresenta appieno questa concezione dell’arte come esperienza non dogmatica, creazione nobile dell’animo umano, e perciò sintesi ineffabile delle sue inquietudini, che non solo la pittura, ma ogni forma artistica prova a raccontare. Colpiscono in questo dipinto l’abbondanza dei dettagli, l’intensità dei colori, la complessità della rappresentazione. Che sono espressione tanto della libertà dell’artista di realizzare l’opera secondo la propria sensibilità, quanto di quel senso di responsabilità individuale – così sentito durante il romanticismo europeo dell’800 – anche nella vita artistica.
Lo sguardo, durante la visione del dipinto, non si disperde, nonostante i tanti elementi rappresentati. Il quadro è incentrato sulla descrizione del tempo nel suo faticoso e difficile trascorrere, tra attesa e inquietudine. La posizione arcuata della donna ne descrive un momento di stanchezza: prima era intenta a ricamare davanti alla finestra che dà sul giardino fiorito, seduta sulla panca di velluto rosso, poi si è alzata per sgranchirsi il corpo, e trovare sollievo prima di riprendere, forse, il lavoro. È rimasta seduta troppo a lungo, evidentemente, nella stessa posizione, perché il lavoro è durato parecchio, e proprio la grossezza del rotolo di stoffa ricamata indica quanto tempo è passato, e quanto forse dovrà ancora trascorrere in un’attesa che potrebbe risultare inutile.
Il dipinto reca lo stesso titolo di un personaggio di William Shakespeare, la solitaria Mariana di “Measure for Measure”, che, avendo perso in un naufragio la sua dote, non poté sposarsi e fu rifiutata. Non solo una coincidenza quel nome. Quasi il medesimo destino ricorre nello spettacolo shakesperiano e nel ritratto di John Everett Millais. La stoffa ricamata a lungo rispecchia la faticosa raccolta dell’indispensabile dote; la stanchezza della donna allude alla perdita del pegno d’amore e all’inutilità dello sforzo per coronare il proprio sogno di vita. D’improvviso cambia persino il significato di quella tenda-finestra fiorita davanti alla quale si pone la donna: non più preannuncio di felicità, ma barriera, linea di chiusura e di restrizione, intrinsecamente inquietante.
La pittura si intreccia con la creatività propria della letteratura, trae spunto ed ispirazione dai racconti di scrittori e poeti, ne rimane affascinata conservandone memoria, e prova a riprodurre, con altre forme, l’eterno dilemma della vicenda umana. Il dipinto in sé sembrerebbe subire il limite di dover rappresentare soltanto una scena tra le tante, frammento isolato di un mosaico ben più ricco ed articolato. Non è così.
Il numero e la qualità dei dettagli, la tecnica di messa a fuoco di essi, la ricchezza brillante dei particolari offerti (compreso quel minuscolo topolino che cerca di nascondersi fuggendo dal quadro stesso) raccontano che la pittura sa andare oltre questo limite. La tela, che era concentrata sulla percezione di un solo istante, si apre al mondo; offre, come la letteratura ed insieme ad essa, trame intriganti e complesse, storie che non si limitano all’attimo fuggente del presente, ma richiamano il passato e fanno presagire il possibile futuro. Una narrazione che permette al lettore di riconoscersi, e lasciarsi andare al mistero e all’avventura. 

Commenti

Post popolari in questo blog

"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute.  Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix. Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta. (Daniela Barone). Il doloroso addio Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno.  Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’...

La rotta del mare: viaggio interiore oltre il passato

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni. Una potente allegoria sulla consapevolezza e sul libero arbitrio interiore. Come muoversi tra il rischio di rimanere imprigionati nella nostalgia e l'atto coraggioso di correggere lo sguardo? Un componimento che invita al silenzio e all'attesa attiva, ricordandoci che per tornare a navigare verso il futuro occorre smettere di guardare indietro. (Maria Cristina Capitoni) Abbagli e richiami improvvisi disturbano il flusso leggero un filo sottile conduce al sentiero  correggi lo sguardo  che guarda all’indietro  immagini e voci passate son solo riflessi e il fiato non basta per tutti  conviene aspettare  finché non riaffiora la rotta del mare.

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...

Un eroe silenzioso: recensione di “Piccole cose come queste”

(Introduzione a Marina Zinzani). Cosa spinge un uomo comune a trasformarsi in un eroe? Non servono gesti eclatanti: a volte la grandezza risiede nell'incapacità di voltarsi dall'altra parte di fronte all'ingiustizia. Nella recensione, il film “Piccole cose come queste” (disponibile su RaiPlay) diventa una profonda riflessione sul coraggio individuale, la coscienza morale e le cicatrici storiche lasciate dalle Case Magdalene in Irlanda. (Marina Zinzani) Chi è davvero un eroe? Cos’è un eroe? E’ una persona che mette a rischio la sua persona e quella dei suoi cari, il suo inserimento sociale, il suo lavoro, in nome di qualcosa di elevato: un ideale, il senso di giustizia, ciò che è giusto fare. Nel film “Piccole cose come questa”, disponibile su RaiPlay, l’eroe è un carbonaio, padre di cinque figlie, che porta il carbone nelle case.  Anche nel convento della sua città. Siamo negli anni ‘80, in Irlanda, e lui, per caso, si imbatte in alcune cose che lo turbano all’interno della...

"Il raggio verde": la definizione di sé nel film di Rohmer

(Introduzione a Marina Zinzani). In una società che spesso ci impone ritmi frenetici, socialità forzata ed etichette immediate, cosa significa rimanere fedeli alla propria sensibilità? L’autrice ci guida nel cuore di uno dei capolavori più intimi di Éric Rohmer: Il raggio verde. Attraverso lo sguardo malinconico e incompreso della protagonista Delphine, il testo esplora il peso delle definizioni altrui e la ricerca ostinata di un luogo dell'anima.  (Marina Zinzani) Il cinema di Rohmer tra verbosità e autenticità Il film “Il raggio verde” (disponibile su RaiPlay, Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 1986) riporta immediatamente ai temi del suo regista, Eric Rohmer: il mondo dei giovani, i loro problemi e le contraddizioni. Con il passare degli anni, la realtà vista dagli occhi di Rohmer può sembrare rappresentata in modo troppo verboso, o con storie semplici e senza temi forti, rispetto ai film di oggi.  La solitudine nella Parigi estiva “Il raggio vede” è forse il...