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L’armadio vuoto: fare spazio al futuro 🚪

(Introduzione a Daniela Barone). Svuotare un armadio non è mai solo una questione di spazio. È un viaggio a ritroso tra le pieghe della vita, dove ogni abito scartato racconta chi eravamo e ogni spazio vuoto accoglie chi siamo diventati oggi. Tra tessuti logori e ricordi ritrovati, ecco cosa ho imparato mettendo ordine nel mio passato.

(Daniela Barone) ▪️

Congedi necessari

Non so se lo sgombero di ieri del mio armadio abbia a che fare con il senso di vuoto che talvolta mi ha colto o semplicemente coincida con la voglia di sbarazzarmi di un passato pesante, di una me che non corrisponde più a quella che sono diventata.
   Per anni, nel cambio di stagione ho continuato a spostare gli abiti dalle ante più alte a quelle più basse senza avere il coraggio di sbarazzarmi dei vestiti non indossati da tempo immemorabile, come il tubino nero diventato troppo stretto o i tanti coprispalle oramai fuori moda.
E che dire della giacca lucida dai bottoni argentati indossata il giorno del mio secondo matrimonio? Mi impediva di liberarmene soltanto l’etichetta del prestigioso stilista che l’aveva ideata e non certamente il ricordo felice di quella circostanza. 
Era giusto però che l’abito finisse al macero, come quasi tutte le foto di quel giorno. Inutile anche serbare il numero esorbitante di t-shirt e canotte un po’ scolorite che ho continuato a portare, nonostante le braccia siano diventate flaccide e rugose. 
abito pizzo bianco

L’archeologia dei ricordi

   Il cumulo degli abiti da scartare è diventato sempre più alto, insieme alle scarpe dai tacchi troppo alti e dalle borsette a mano dai colori più improbabili. Nel mucchio finiscono impietosamente anche vecchie camicie da notte di flanella, collant sexy a rete indossati nelle uscite serali dopo il mio primo divorzio e numerosi vestiti di taglia S.
Mi domando come ho potuto acquistare così tanti abiti. È pur vero che, quando ancora lavoravo, amavo cambiare il mio outfit ogni giorno, assieme alle scarpe e alle borse abbinate con gusto. Ora che sono una pensionata vesto in modo più semplice e cambio il mio abbigliamento con minor frequenza. Che senso avrebbe portare pantaloni o gonne eleganti per semplici passeggiate nei dintorni con le mie amiche? Per i viaggi prediligo poi tenute casual e calzature comode.
In fondo ad un ripiano ho trovato una lunga benda ombelicale che la mamma mi aveva dato da usare per delle fasciature. Mi intenerisco di fronte a questo capo vecchio quanto me e mai adoperato e lo ripongo dov’era. In una scatola verde pistacchio è riposta la tutina gialla con cui il mio primo bambino è uscito dal Gaslini a sei giorni di vita.
Scorgo anche il cappellino crema con la visierina dal bordo rosso che gli avevo messo quando, uscita dalla depressione post partum, lo portavo orgogliosamente in giro sul passeggino. Ecco poi spuntare, un po’ spiegazzati, i due fiocchi azzurri della nascita dei miei maschietti e quello rosa della bambina. Che bei ricordi! Oh, ecco la ridicola statuina degli sposini che troneggiava sulla torta del mio primo matrimonio. Non pensavo di averla conservata. 

Tagliare i rami secchi

Mi libero poi con ribrezzo delle poche gonne lunghe da talebana che il mio secondo marito mi costringeva ad indossare. Mai potrei serbare quei capi castigati che ancora mi fanno rivivere il senso d’oppressione di quegli anni. 
Nell’anta più alta fanno bella mostra gli abiti costosi indossati per i matrimoni dei miei tre figli. Passeranno inevitabilmente di moda anche loro ma non mi sento di gettarli, sarebbe come commettere un sacrilegio. Rimarranno accanto alla camicia di notte di seta portata dalla mamma la sua prima notte di nozze ed è giusto così. Gli abiti, come le persone, stanno bene vicino ai loro simili.
Direi quasi di aver passato a raggi X il mio grande armadio bianco, a parte qualche ripiano poco accessibile.  Sono soddisfatta del mio lavoro: ho scartato ciò che non mi serve, che non mi comunica più emozioni e mi sento finalmente affrancata dal fardello del passato. Non posso fare a meno di pensare che ho sicuramente facilitato il lavoro a mia figlia, quando, come ho fatto io con i miei genitori, dovrà svuotare il mio armadio e scartare quasi tutto.
Anche certe relazioni amicali, come alcuni capi di vestiario, sono diventate superflue: non mi emozionano più come i reperti di un museo polveroso e restano relegate ad un passato remoto, proprio come i vestiti che pendono flosci dalle grucce.  Mi sento come un giardiniere che recide i rami secchi degli alberi e pota le piante per far posto a nuovi virgulti.

La sciarpa di Londra: un dolore che resta

Frugo ora nel ripiano più basso per cercare altri capi inutili ma trovo solo degli antiquati anelli di lana per ripararmi la gola dal freddo pavese. Via, via! Lascio solo alcune sciarpe leggere e dei foulard variopinti, più adatti all’inverno ligure e due pashmine acquistate nel mio viaggio in India. Finisce tra le mie mani anche una sciarpa marrone scozzese: la lana cachemire non è più morbida come quando me la regalò la mamma cinquant’anni fa. 
Non potrei più indossarla perché mi riporta alla mente dei momenti dolorosi: era la fine di dicembre ed io, assieme al mio fidanzato, prendevo l’aereo per Londra. Mi aspettava una breve degenza in una clinica dove avrei abortito. Portavo al collo la calda sciarpa della mamma, unico contatto con lei in un mondo dove una semplice telefonata estera era complicata e costosa.
Accarezzo la sciarpa che tenne caldo a una mamma che rinunciava al suo bambino e che per anni avrebbe rimpianto quella scelta. Chissà se anche il mio piccolo, poco più grande di un pisello, aveva sofferto il clima freddo londinese. Dal mio canto, mi ero portata a casa un senso di vuoto, di inutilità che nel tempo si era riaffacciato confusamente.
Nessun altro capo ricorda quel periodo: in cinquant’anni cambiano le mode, le forme del corpo e i tessuti si sfibrano come le persone. Il bel cappotto di cammello che indossavo in quella circostanza era stato buttato dopo qualche anno anche se era ancora in buone condizioni. 

Un abito nuovo per i settant'anni

Dall’anta dei capi estivi ho scartato un lungo abito blu cobalto, ormai scolorito, ma ho serbato un vestito verde smeraldo e una tuta azzurra a fiori acquistata a Camogli durante il ricovero di mio padre. Mi ero concessa una giornata di svago al mare, stanca di passare i pomeriggi in ospedale al suo capezzale.
Avrei indossato la bella tuta fiorata una calda sera di giugno in Piazza Duomo a Pavia, quando, nonostante le restrizioni del Covid, ci eravamo riunite in una pizzeria con le mie colleghe per festeggiare all’aperto il mio pensionamento. Ormai i miei genitori erano morti ma dopo la pandemia la voglia di riprendere a vivere era irrefrenabile.
Ricordo con gioia i festeggiamenti calorosi, l’apertura dei pacchetti dono e le tante risate. Si chiudeva un’era, sì, ma ero certa che il futuro mi avrebbe regalato ancora momenti belli e altrettanto solenni.
Dopo un lungo lavoro di svuotamento ho riposto nell’armadio un abito nuovo. Lo indosserò alla festa dei miei settant’anni questa primavera. Il commesso aveva fatto apprezzamenti positivi sulla mia forma fisica ed io, sempre un po’ vanitosa, ne ero stata contenta.
Effettivamente apparivo più giovane dei miei anni: una nonna in forma, piena di gioia di vivere e d’amore per i figli e i nipotini lontani. Certo non basta un abito nuovo per stare bene ma ero uscita dal negozio con un senso di gratitudine per la vita, per il mondo e il mio prossimo. Mi viene in mente una frase letta in un libro di Virginia Woolf:

“Sono gli abiti a portare noi, e non noi a portare gli abiti; possiamo far sì che modellino bene un braccio, o il seno, ma essi ci modellano a piacer loro il cuore, il cervello, la lingua.”

Ho chiuso l’armadio con un senso di leggerezza. Ora tutto è in ordine ed io amo l’ordine. Sorrido nel ricordare l’adrenalina di quando, più giovane, mi facevo bella per un appuntamento con un uomo ma è passato tanto tempo oramai.
Adesso c’è un tempo più quieto, più scontato e a volte noioso, l’ammetto. Amo però la vita, una vita fatta di viaggi, di affetti, ma anche di piccole cose e la gratitudine per tutto questo non mi abbandona mai.
A chi andrà il cumulo enorme di abiti scartati? A donne e a ragazze che non possono spendere molto per l’abbigliamento. A loro auguro che i miei vestiti diano buone vibrazioni, specialmente quelli dei tempi felici ma anche dei momenti bui. Gli abiti sanno fare anche questo. 

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