(Introduzione ad a.p.) C’è una distanza siderale tra la narrazione di una riforma e la sua architettura strutturale. Analizziamo il paradosso di un testo che celebra l'autonomia della magistratura mentre ne smonta, pezzo dopo pezzo, i pilastri dell'imparzialità.
(a.p.) ▪️
Il trucco delle parole d'oro
Ammettiamolo. Leggendo le carte della riforma Nordio, quasi ci si commuove: l’indipendenza della magistratura vi è celebrata con una tale enfasi da sembrare un inno sacro. I sostenitori ci sfidano: "Dove si dice che il Pubblico Ministero prenderà ordini dal Governo? Non c’è scritto!". Ed è vero. Tutto appare logico, rassicurante, come una confezione regalo perfetta e infiocchettata.
Peccato che l'indipendenza non sia una dichiarazione d'intenti, ma una condizione strutturale. Anche nei regimi antidemocratici si giura sulla libertà dei giudici, ma lì finisce prima di iniziare. Qualcuno ha notizie di giudici iraniani, russi o nordcoreani che abbiano deciso controcorrente? L'assoggettamento nasce dallo smantellamento delle garanzie, non per decreto.
L'ingegneria del silenzio
I fatti, in questa riforma, parlano un'altra lingua. Due CSM, la separazione delle carriere, la privazione del potere disciplinare, il sorteggio al posto della scelta consapevole: non sono dettagli tecnici per addetti ai lavori, ma pezzi di un meccanismo di precisione pensato per indebolire.
È un'ingegneria che frammenta la magistratura, rendendola più esposta al vento che tira nei palazzi del potere. L'indipendenza non è un concetto astratto, è l'aria che permette a un giudice di decidere senza guardarsi alle spalle. Se togli l'ossigeno, il corpo smette di muoversi.
"Riprendersi gli spazi": una confessione involontaria
Se il rischio non esistesse, perché usare parole da "riconquista"? Se davvero non ci fosse alcun pericolo, perché il ministro Nordio ha dichiarato che la riforma serve a far sì che "la politica riprenda i suoi spazi"? E perché mai si dovrebbe esultare per il fatto che "mai più ci saranno invasioni di campo dei pm"?
Se l’obiettivo fosse l’efficienza, si parlerebbe di risorse e velocità, non di politica che reclama territori perduti. Sembra quasi che il fastidio reale non sia la lentezza dei processi, ma la loro imprevedibile autonomia.
La scelta di non farsi distrarre
Allora, no. Non convince una riforma che ignora i problemi reali dei cittadini — i processi infiniti, le carceri che scoppiano, la cronica mancanza di mezzi — per concentrarsi su un trasloco di poltrone e un riassetto del comando.
La "coscienza del NO" nasce qui: dalla coerenza di chi rifiuta un diversivo ben confezionato per chiedere, finalmente, serietà. Perché una riforma che ignora la realtà e si riduce a uno spostamento di poteri non è un passo avanti. È solo un modo per distogliere l'attenzione da ciò che conta davvero.

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