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Storia di un matrimonio: la cura mancata e la forza di ricominciare da sé stessi 💍 🏃‍♀️

Una donna seduta ad un tavolo davanti alla finestra riflette con una tazza di caffé in mano
(Introduzione a Daniela Barone). Una testimonianza che scava tra le pieghe di un'unione apparentemente solida, ma incrinata da silenzi, incomprensioni e il peso di una genitorialità cercata e perduta. Dalla procreazione assistita alla scoperta del tradimento, l'autrice ci conduce attraverso il dolore di un fallimento sentimentale, trovando nella corsa e nel legame materno la forza per una nuova, necessaria rinascita.

(Daniela Barone).

L’illusione della cura e il tango delle diversità

Mi ero svegliata in una cameretta bianca d’ospedale. Avevo appena subito in sedazione profonda il cosiddetto pick-up, il prelievo di ovociti maturi.
Ne venivo da un periodo di stimolazione ormonale effettuata con iniezioni che io stessa mi ero praticata nella pancia per giorni secondo il protocollo dell’ospedale torinese, centro d’eccellenza per la procreazione assistita. Era stato un percorso duro, afflitta com’ero da fastidiose vampate notturne, spossatezza e frequenti sbalzi d’umore. 
Ero frastornata e non vedevo l’ora di tornare a casa da mio marito Carlos. L’avevo conosciuto diversi anni prima ad un corso di tango e ci eravamo innamorati subito. Dopo qualche mese era venuto a vivere a casa mia.
Era di origini argentine e aveva sette anni meno di me. Di lui mi piacevano i capelli nerissimi, la pelle ambrata, gli zigomi pronunciati e gli occhi scuri dal taglio orientale. Naturalmente mi aveva colpito anche il suo carattere, pacifico e concreto, in contrasto con la mia vaghezza sognante e l’esuberanza un po’ nevrotica. Ultimo di sette figli, Carlos aveva dovuto cercarsi in fretta un lavoro dopo la terza media per aiutare la famiglia come i suoi fratelli.
Pur amandoci molto, noi due eravamo tanto diversi: lui aveva sempre fatto lavori umili e malpagati, io invece mi ero laureata e lavoravo da tempo in una prestigiosa multinazionale. Avevo viaggiato dovunque, vissuto diverse storie sentimentali, avevo due fratelli e i miei genitori erano divorziati da tempo.
Intuivo però che Carlos, a differenza dei suoi famigliari, era brillante e ambizioso perciò lo avevo incoraggiato ad iscriversi a una scuola serale per diplomarsi. Dopo quel traguardo Carlos, attratto dai libri e dalla cultura, aveva pensato di andare all’università e di cercarsi un lavoro part-time che gli consentisse di studiare.
Ero orgogliosa di lui quando l’avevo presentato alla mia famiglia. Accolto inizialmente con una certa diffidenza per la sua riservatezza e per le origini sudamericane, si era poi fatto apprezzare da tutti. Anche i miei nipotini lo adoravano.

Ombre in luna di miele e silenzi domestici

Nel 2023 ci eravamo sposati. Ricordo ancora quando, nel suo elegante abito blu da sposo, mi aveva promesso d’amarmi tutta la vita citando alcuni versi della canzone "La cura" di Battiato. Avevamo scelto come meta del viaggio di nozze l’Argentina, la sua terra d’origine. Accanto alle cascate spettacolari dell’Iguazù mi aveva baciato teneramente ed io mi ero sentita la donna più fortunata del mondo. 
Era stata una stupenda luna di miele, nonostante lui, nel corso di un trekking impegnativo, notando la mia difficoltà mi aveva detto in un tono di voce acido che non conoscevo: «Amore, sarai anche laureata ma sei proprio imbranata. Non riesci a starmi al passo, vedo».
In realtà, io camminatrice da anni, portavo un paio di scarponi che mi avevano creato non pochi problemi: forse duri o troppo stretti, mi causarono delle ciocche molto dolorose al punto da costringermi ad acquistare da una vecchia del posto un paio di calzature usate e malandate che fortunatamente mi avevano permesso la discesa.
Pur ferita e sorpresa dal suo commento, non gli avevo portato rancore. Dopo tutto lo amavo e mi sentivo ricambiata da lui.
Gli sposi ripresi di spalle in un giardino durante il ricevimento

L’azalea al gelo e il sogno infranto

Con il passare dei mesi i nostri rapporti intimi si erano diradati e la sua pacatezza si era trasformata piuttosto in un certo distacco. La sera aveva ripreso la vecchia abitudine di uscire con gli amici; io mi fidavo di lui anche se mi dispiaceva trascorrere poco tempo insieme. Quando era a casa studiava per i suoi esami e raramente mi dava una mano.
Eppure anch’io ero molto impegnata ma come una geisha mi prodigavo a cucinargli pasti deliziosi e cercavo di prevenire tutti i suoi desideri. Lui continuava a vivere da scapolo, pur dicendo di amarmi e di volere un figlio.
Ogni tanto mi coglieva qualche dubbio su di lui, sul modo brusco con cui spesso mi trattava ma m’illudevo che sarebbe cambiato diventando papà. Francamente non capivo i suoi scoppi d’ira per cose di poca importanza. Io non avevo colpe ma pativo comunque per il suo allontanamento e le sue reazioni eccessive ed immotivate. Finalmente un giorno mi aveva confessato di sentirsi spesso in preda ad una rabbia inspiegabile. 
Non avevo rivelato a nessuno, nemmeno a mia madre, la mia crescente insoddisfazione e continuavo ad interpretare diligentemente il ruolo di moglie devota mettendo da parte i momenti bui. Chi l’avrebbe mai detto che al chiuso delle mura domestiche volavano insulti e lite furiose?
Addirittura i vicini si erano lamentati per le nostre urla e i rumori fastidiosi nel cuore della notte, quando Carlos prendeva a calci il comodino e dava pugni sul muro per le mie critiche a certi suoi comportamenti sbagliati. Una sera, dopo una lite accesa, ci riavvicinammo.
In quel frangente mi rivelò fra le lacrime quanto fosse stato trascurato nell’infanzia da sua madre. Provava rabbia non tanto verso di me, quanto nei confronti dei suoi genitori che, pur nelle ristrettezze, avevano messo al mondo tanti figli con leggerezza. Mi ero quindi prefissata di accudirlo e dargli quelle attenzioni che in famiglia gli erano state negate, ignorando il tarlo sottile del dubbio che cominciava a rodermi.
Nel desiderio spasmodico di entrambi per un figlio, ci sottoponemmo a visite, prelievi e trattamenti ormonali. Durante l’intervento, i medici avevano prelevato dieci ovuli pronti ad essere fecondati dagli spermatozoi migliori di Carlos. L’attesa era stata snervante ma finalmente ci comunicarono che solo due ovociti erano stati fertilizzati.
Non mi restava che tornare in ospedale per l’operazione del "transfer" ovulare. Le probabilità di successo al primo tentativo erano davvero basse ma chissà. I medici ci avevano sconsigliato rapporti intimi dopo questa procedura ma in realtà io e Carlos conducevamo da diversi mesi una vita da fratello e sorella.
Lui non mi cercava quasi più; mi raggiungeva molto tardi a letto quando ero già profondamente addormentata e di giorno si isolava trincerandosi dietro ad una pila di libri. Dov’era finito l’uomo adorante e paziente che avevo conosciuto? Frequentava forse un’altra donna?
Lui non mi rispondeva oppure sbottava in imprecazioni inspiegabili. Nulla di me gli andava più bene, dal modo in cui lavavo la sua tuta d’operaio, a come cucinavo e alle cose che dicevo. Era diventato ai miei occhi una specie di Dottor Jekyll e Mister Hyde, di cui ricordavo alcune frasi lette ai tempi del liceo: «L’uomo non è in verità unico ma duplice. Gli esseri umani, così come li incontriamo, sono un miscuglio di bene e di male».
Una donna ripresa in altra montagna su una cima mentre si fa fotografare con le braccia aperte

La corsa verso la libertà

Dopo una notte insonne affrontai mio marito; gli comunicai senza preamboli che avrei contattato l’ospedale per cancellare l’appuntamento di marzo per il nuovo piano terapeutico. Di una cosa ero ormai consapevole: l’amore era finito e non desideravo più un figlio da lui.
Era solo colpa sua se il nostro sentimento era svanito. Per sfuggire alle sue urla e alle sue accuse insensate, avevo indossato la tenuta da jogging e in silenzio mi ero chiusa dietro alle spalle la porta di casa. Avrei continuato il mio allenamento per la mezza maratona di maggio della mia città.
Correre mi lasciava esausta ma era per me un’ancora di salvezza che mi liberava da ansia e tristezza.
La domenica della corsa mi presentai al luogo d’incontro. Come tutti i partecipanti indossai il pettorale di gara con il numero identificativo e la maglietta tecnica ufficiale dell’evento. Alla partenza fui travolta dall’entusiasmo adrenalinico che lasciò presto il posto alla stanchezza e al dubbio: con il fiatone e le gambe pesanti mi domandavo se ce l’avrei fatta a raggiungere il traguardo.
Ma com’era stata grande la gioia per essere giunta al finale! Con un profondo senso di orgoglio, mi asciugai il sudore che mi bagnava il viso. Chi era più felice di me? I miei fratelli, specialmente Giacomo che in passato aveva vinto delle maratone, si erano congratulati con me.
Fui grata al mio corpo che non mi aveva abbandonato: sentii ancora il vigore della giovinezza e me rallegrai. Avrei partecipato ad altre gare e magari ne avrei anche vinto qualcuna. 
Appena rientrata a casa mi infilai sotto la doccia. Cominciavo a sentire un certo indolenzimento ma l’esperienza mi aveva rigenerato nella mente. In quello stato d’animo speravo tanto di non trovare Carlos ma mi sbagliavo. Era in cucina chino sui libri. Mentre mi rivestivo scorsi il suo cellulare sul mobiletto del bagno, chiaramente dimenticato.
Quello che lessi mi lasciò addolorata ed esterrefatta: «Nos vemos esta noche, mi amor». Sotto il messaggio una foto, probabilmente un selfie, di una ragazza bruna, decisamente più giovane di me. Ora mi era chiaro il motivo delle sue frequenti uscite serali.

Il balsamo della voce materna

Non parlai a mio marito della mia scoperta. Il suo tradimento mi aveva riportato alla mente quello di diversi anni fa, quando ci frequentavamo da dieci mesi. Carlos lo aveva liquidato come una cosa di sesso e basta, senza importanza, insomma. L’avevo perdonato, attribuendo quello sbaglio all’immaturità della sua età.
Volli dargli insomma un’altra opportunità, certa che fosse comunque l’uomo giusto per me. Ora avevo aperto gli occhi e finalmente, forse anche grazie a quella corsa, mi sentivo più forte; potevo ammettere a me stessa che il nostro matrimonio era finito e dovevo dirglielo.
Ringraziai il Cielo che il tentativo di procreazione fosse fallito, anche se ero un po’ malinconica per la perdita di quei due poveri, piccoli puntini che saggiamente non avevano voluto annidarsi nel mio ventre e diventare nostri figli.
Lo affrontai per comunicargli la mia decisione di separarmi: continuare quella finzione non aveva più senso. La sua reazione fu violenta: come avrebbe reagito la sua famiglia che sapeva dei nostri tentativi di avere un bambino? «No, no, mia cara. Non è che non ci amiamo più. Sei tu che ti sei disamorata. O forse non mi hai mai voluto bene, mi sa. 
Con il tuo romanticismo infantile ti sei innamorata in realtà dell’amore. Una cosa è certa. Io non me ne vado da casa. Dovrei forse tornare dai miei con la coda fra le gambe? Rinunciare al mio sogno di prendere la laurea, come hai fatto tu? E poi, cosa penserebbe la gente di questa separazione dopo neanche tre anni di matrimonio?».
Infine, come in un copione già vissuto di altre storie d’amore finite, Carlos mi aveva accusato di avergli rovinato la vita. Eppure, quante volte l’avevo messo in guardia. Aveva sottovalutato il mio scontento, le mie rimostranze di moglie trascurata e ora non gli restava che dare vigliaccamente a me la colpa del nostro fallimento.
Troppo dispiaciuta per replicare, mi avviai stancamente in camera da letto. Sdraiarmi avrebbe forse allentato il fastidioso cerchio alla testa e il senso di nausea che mi stava affliggendo. Presi in mano il cellulare.
Era il momento di parlare con mia madre e raccontarle finalmente tutto. «Ciao, mamma. Come stai?». Già avvertivo il pianto salirmi in gola ma il suono melodioso della sua voce risuonò come un balsamo lenitivo sulle mie ferite. Ora non ero più sola. 

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