di Paolo Brondi
Daniel, in aereo di ritorno a Roma, guardava il
tramonto e immergeva nei suoi rosei colori la speranza di ritrovare l’amore
così bruscamente spezzato. Certo, Laura non aveva risposto alla sua lettera, ma
era sicuro che a casa lo stava attendendo. Le avrebbe spiegato che la sua non
era stata una fuga... Tutto era precipitato: la morte della moglie, la
convocazione dell’Unicef, l’urgente trasferimento in Africa e il tempo si era
impadronito di lui senza dargli posa alcuna.
Aveva fortemente patito la
mancanza di lei, appena giunto nelle terre africane, venuto meno l’entusiasmo
di essere stato nominato dall’Unicef responsabile di un ospedale nella capitale
del Mozambico, Maputo, per affrontare i bisogni dei bambini e delle bambine,
vittime dei conflitti armati, e promuovere interventi di sostegno psico-sociale
e di formazione professionale. Nel susseguirsi incessante del confronto con il
dolore dei bambini, veniva cancellato in lui ogni ricordo di normalità. Ogni
giorno gli si ripeteva la stessa impellente necessità di trasformarsi in
chirurgo, infermiere, servitore, amministratore. E la sua specialità di
psicologo si riduceva alle carezze, all’affettività dello sguardo che rivolgeva
ai suoi piccoli e sfortunati degenti. Tutti coinvolti e vittime, senza volerlo
né saperlo, nei mali, le sofferenze, la fame, dei loro genitori, trascinati in
quella lotta di liberazione anticomunista, detta Renamo, che dagli anni 80 fino
al 1994, aveva trascinato il Mozambico in un guerra civile colpendo anche le
scuole.
Negli ultimi anni, verso il 2000, Il paese aveva
raggiunto un discreto equilibrio sociopolitico e si poteva godere delle sue
bellezze, ma Daniel non aveva mai tempo di abbandonarsi a pause rilassanti in
seno alla straordinaria atmosfera del tramonto, o nel passeggiare sulla
spiaggia di un mare cristallino o perdersi nel profondo degli occhi scuri e nel
mistero dei volti ricoperti di Musiro delle donne locali. Giungeva alla sera
disfatto e piombava in un sonno tanto profondo che oscurava ogni sogno. Sapeva
che dopo di allora nulla sarebbe stato più paragonabile al servizio prestato in
ospedale e all’aiuto dato a quei bambini e quando l’Unicef gli comunicò che la
sua missione, trascorso l’anno, era terminata, mescolò a un sospiro di sollievo
sentimenti di sincera nostalgia. Da Roma trasvolò a Milano, ove aveva casa e
studio e una volta arrivato telefonò a Laura. Nessuna risposta. Il suo orologio
segnava le venti e un quarto e si rassicurava dicendosi che lei magari era
uscita per far spesa e aveva spento il cellulare. Fece passare il tempo
ascoltando musica e cenando. Alle ventuno e trenta riprese a telefonare. Ancora
nessuna risposta. Poi il trillo del fax. Lo estrasse e nel leggere il messaggio
di Laura, tutte le sue speranze svanirono.
“Ciao... non mi telefonare più. Non voglio più
soffrire, voglio stare tranquilla, voglio tornare a vivere. Il mio mare è in
tempesta ma oramai non lo contrasto più. Il vento non dipende da me.
Galleggiare sulle onde sì. Ho bisogno di un uomo che mi comprenda ma che
soprattutto mi voglia bene e capisca le mie difficoltà venendomi incontro e non
chiudendosi dietro un muro di silenzio e di bugie. Hai tradito la mia fiducia... per quel tuo dichiararti innamorato e voglioso di progettualità... e poi il gelo.
E’ stato per me umiliante, mi ha di fatto allontanato da me stessa, dalla vita,
da altro...dalla tranquillità, dalla serenità... Insomma... È come se avessi
visto una Laura che aveva preso ad amare una persona che è fondamentalmente
diversa da lei... E poi oggi ho accanto a me l’uomo di cui ho bisogno e che mi
ama ed io stesso, a poco a poco, sto imparando ad amare... Ciao. Laura“.
E a Daniel non restava altro che rimpiangere la
perdita di una così bella creatura e dolersi per la sua assenza di un intero
anno, sia pur per una profonda causa, che aveva determinato quella separazione.
Ma la sua personalità era forte e non poteva correre il rischio di perdere il
sonno o cadere in varie somatizzazioni e nella depressione. Meglio tornare in
Africa e guarire le sue nostalgie curando i piccoli pazienti di cui già sentiva
dentro le voci imploranti...

L'unica libertà resta la fuga". Questo verso di Umberto Piersanti, tratto dalla poesia " Non avevo i tuoi anni" che fa parte della raccolta " Nel folto dei sentieri" (Marcos y Marcos),centra, a mio avviso, in modo infallibile il senso più riposto del racconto di Paolo Brondi " Ritorno in Africa". Molteplici infatti sono i pretesti di fuga per Daniel, protagonista del racconto. Daniel ,e forse lui stesso non lo sa ,fugge principalmente dal dolore in seguito alla morte della moglie e dal velo di ombra che la morte inevitabilmente distende attorno a sè, ma, per un inconscio senso di colpa, fugge anche da Laura, la donna amata, incarnazione luminosa dell' eros e del principio del piacere. Daniel fugge sostanzialmente dalla sua inadeguatezza e la distanza che casualmente gli si apre davanti è assolutamente necessaria per poter esorcizzare il fantasma della morte e per poter tornare a vivere la vita come valore positivo. Le circostanze lo portano in Africa, dove nel suo ruolo di medico si confronta con un mondo diametralmente opposto al suo. Qui ,per la prima volta, comprende che vivere tra gli altri non è uguale a vivere con gli altri e per gli altri. Qui impara a percepire la pienezza del tempo quando è colmo di progetti e di aspettative. Qui impara a condividere il dolore, l'attesa e la speranza insieme a creature indifese e sofferenti. E la speranza è una forza così pervasiva che, tornato a Roma, al termine di questa sua missione umanitaria in Mozambico per incarico dell'Unicef, pensa di poter ritrovare intatte tutte le corrispondenze lasciate momentaneamente sospese. Riaffiora prepotente il desiderio di Laura e del resto il desiderio nella sua matrice etimologica (dal latino desiderium) significa rimpianto di un qualcosa che è legato all'assenza ed è sempre " un movimento verso un punto di perdita" come suggerisce il filosofo Umberto Galimberti. Per questo Daniel spera e desidera che Laura sia là dove l' ha lasciata nel momento del brusco distacco. Ma anche Laura ,in seguito all' improvvisa e misteriosa partenza di Daniel, ha subito la sua perdita e ha dovuto rielaborare il suo lutto. Laura vive ora un tempo nuovo ed una vita nuova; non è più sola, ma soprattutto si è ripresa quella parte di sé che Daniel aveva ferito ed umiliato , ha imparato a non contrastare più il suo mare in tempesta perchè, come scrive in un frettoloso fax a Daniel, "il vento non dipende da me. Galleggiare sulle onde sì": forse solo ora sta imparando ad amare. A Daniel non resta che il ritorno in Africa: la rinnovata distanza ed il distacco ormai pienamente consapevole nel rispetto della scelta dell' altro, trasformano quella che apparentemente è una sconfitta personale in un più alto dono di sé. L' amore per Laura ,percepita fino a questo momento, se non come una creatura unica, sicuramente come una creatura speciale, si risolve nell'amore più ampio e dilatato per tutte le creature umane più deboli e bisognose e diventa per il protagonista una rara occasione di rinascita e di rinnovamento,perché ,come dice Pablo Neruda "E' per nascere che siamo nati", e come aggiunge Umberto Piersanti"La sorgente sta dovunque oppure in nessun luogo." (Incontro "Nel folto dei sentieri")
RispondiEliminaLaura Bonfigli