Passa ai contenuti principali

L'altalena

Il segreto della tela nella stanza in fondo al solaio

di Laura Maria Di Forti

Due giorni dopo, la febbre era totalmente passata e Guido poté recarsi in salone a fare colazione. Si sentiva ancora affaticato ma era sicuro che, con una buona tazza di caffellatte, qualche biscotto e un poco di aria fresca, avrebbe ritrovato le forze. Mangiò pertanto con appetito e, mentendo spudoratamente, chiese scusa a Marco per averlo investito durante la sua caduta improvvisa dovuta allo svenimento. La cosa finì naturalmente in un batter baleno e ognuno di loro, dopo essersi più volte domandato in quei giorni che cosa ci facesse Guido con il pugno alzato contro Marco, pensando che fosse stato tutto un malinteso si ritenne pertanto soddisfatto.

La mattinata trascorse piacevolmente. Paola e Marco fecero un giro dei campi in bicicletta, Adele e Giacomo andarono a passeggiare e Flora e Franco rimasero in giardino a chiacchierare. Guido, come al solito, era sparito.

Fu verso mezzogiorno che Flora, esasperata di non vederlo dall’ora di colazione, decise di capire dove fosse sparito Guido. Si alzò dal divanetto del giardino dove aveva pigramente fumato una sigaretta con il lungo bocchino e lo cercò in salone senza successo. Forse si era sentito male o era stanco o non aveva voglia di compagnia, e allora salì a cercarlo in camera ma anche lì non lo trovò.

Le venne in mente che l’anno precedente Guido, in un momento di debolezza, vinto da un forte desiderio per lei ed il suo corpo e felice di essere stato soddisfatto, le aveva confidato l’esistenza di una stanza segreta, su nel solaio, una stanzetta che lui, molto giovane ancora, aveva arredato e trasformato in un atelier dove potersi rifugiare per dipingere. La cosa, all’epoca, le era sembrata una confidenza di poca importanza ma ora, alla luce di quelle continue assenze, poteva rivelarsi molto utile. 

Salì le scale che davano al solaio, scale che nessuno si sognava di usare mai, e aprì l’ultima porta a destra. Dentro, intento a dipingere, c’era Guido.

“È qui che ti rintani, allora! – esclamò Flora sulla soglia della stanza– la vecchia, antica stanza segreta della tua giovinezza!”

Guido si voltò di scatto. Flora entrò nella stanza e guardò il quadro. 

Una donna, dipinta di spalle ma il viso voltato di profilo, era circondata da un tripudio di rose e giacinti, di lantane e portulache di ogni colore, di edere rampicanti e, sullo sfondo, da un rivolo d’acqua con dei salici sulla riva. A fianco alla donna, vestita con un abito verde di seta leggero e un cappellino calcato in testa, era dipinta un’altalena.

Flora rimase senza fiato. L’altalena era un regalo che lui le aveva promesso da tempo ma la donna dipinta non era lei, la musa di ogni quadro, di ogni scarabocchio, schizzo, di ogni disegno. No, non era lei, la sola e unica musa capace di donargli estro e fantasia, di ispirare la sua arte, accendere la passione da trasferire sulle tele e sporcarle di rosso e di blu, di verde e di giallo, di ogni colore possibile. Lei, Flora, non era raffigurata su quella tela dipinta di nascosto, senza occhi indiscreti a guardare, ammirare, magari anche criticare. La donna col cappello aveva i capelli biondi e il profilo di Adele.

Flora lanciò un urlo, un piccione volò via dal tetto sbattendo energicamente le ali, Guido chiuse gli occhi, cosciente di essere stato scoperto. Nessun segreto più, ormai, a difenderlo dalla verità, nessuna possibilità di amare riamato o anche solo di amare e basta, il pensiero solitario di un uomo consapevole di non avere probabilità.

Flora gli si parò davanti inferocita, buttò per terra i pennelli e avrebbe scaraventato in aria il cavalletto, fatto a pezzi la tela imbrattandola e calpestandola pur di eliminare quell’amore che lei aveva presentito, fiutato, aveva immaginato, sospettato, forse solo indovinato. Guido però le afferrò le braccia impedendole di distruggere quello che per lui era l’unico modo per amare una donna che non avrebbe mai potuto avere perché Adele, questo lo sapeva bene, non lo avrebbe mai guardato come le aveva visto fare nei confronti di Marco. I suoi occhi azzurri non si erano accesi per lui, ma erano diventati luminosi come diamanti, brillanti come il più costoso cristallo di Boemia guardando Marco e gli avevano riso come quando si scopre, per la prima volta, l’amore. 

La rivelazione del dipinto lo aveva reso nudo, scoprendo il segreto del suo cuore, quel desiderio inconfessato che poche sere prima stava per essere palese a tutti e che solo la febbre aveva evitato concedendogli l’alibi dello svenimento. Ma Flora aveva varcato la soglia di quello studiolo che rappresentava l’alcova segreta della sua anima, la fanciullezza del suo cuore tornato indietro nel tempo, giovane anima innocente ancora alla scoperta dell’amore, e lo aveva guardato scandalizzata, rabbiosa di gelosia e risentimento, e niente più aveva senso.

Il suo cuore, lo sapeva bene, avrebbe smesso di fremere anche solo al ricordo di quei capelli biondi e di un vestitino verde di seta che si muoveva al respiro del vento. Ora, sarebbe rimasto solo il ricordo della rabbia furente di Flora e della sua delusione. 

Guido guardò Flora negli occhi neri, divenuti due tizzoni ardenti, e vi lesse solo disprezzo. Ma il disprezzo avrebbe dovuto essere il suo, piuttosto, quello provato per essere stato derubato, essere rimasto senza maschere dietro cui nascondersi, senza artifizi e senza difese. Nudo, esposto e pertanto vulnerabile. Il suo segreto era stato scoperto, la sua intimità violata.

Flora, atterrita nel vederlo così immobile, ferito e consapevolmente immolato al proprio dolore, non ebbe più il coraggio di infierire e, muta anch’ella, uscì dalla stanza, consapevole di non essere più la donna amata, e nemmeno la sola musa. La donna del ritratto l’aveva soppiantata in amore e come modella.

Commenti

Post popolari in questo blog

Una vecchia storia d’amore. Dalla passione al disincanto: ritratto di una donna che ha saputo rinascere 📘

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta di un amore che ha agito come uno tsunami, travolgendo un matrimonio lungo diciotto anni e trasformando l'identità di una donna? In questo racconto, l’autrice ci conduce tra i corridoi di una scuola professionale, dove l'incontro con un collega "pigmalione" diventa la scintilla per una metamorfosi fisica e interiore. Non è solo la cronaca di un'infatuazione, ma un'analisi del ricordo, del disincanto e di quella "linfa vitale dell'anima" che solo i sogni sanno preservare dal tempo che logora i volti e le passioni. (Daniela Barone). La metamorfosi: tra gessetti e desideri Conobbi B. nella scuola professionale in cui ero finalmente diventata insegnante di ruolo. All’epoca avevo i seni gonfi di latte perché allattavo ancora il mio terzogenito; alla fine della mattinata tornavo a casa trafelata perché i dischetti assorbilatte erano così intrisi da macchiarmi gli abiti. Portavo addosso ancora i molti chili in...

La faccia nascosta della Luna: da Apollo a Artemis, tra ricordi di famiglia e futuro 🌓

(Introduzione a Daniela Barone). Un filo invisibile lega il bianco e nero sfuocato del 1969 alla nitidezza digitale della missione Artemis II. Attraverso gli occhi di un bambino e i ricordi di una nonna, la Luna smette di essere solo un corpo celeste per diventare lo specchio delle nostre fragilità. Un racconto intimo sul senso di appartenenza a quel "piccolo puntino azzurro" che chiamiamo casa. (Daniela Barone).  Tra generazioni e memorie lunari «Nonna, vieni a vedere la luna.» Così aveva reclamato la mia attenzione Luca, il mio nipotino di due anni e mezzo. Era sul poggiolino della casa dei miei quella sera d’estate del 2019. Indossava un pigiamino corto leggero e si teneva alla ringhiera arrugginita. Mio padre, vedovo da diversi mesi, già dormiva ma lui non ne voleva sapere di andare a letto. Aveva buttato per gioco nel cortile sottostante numerose mollette e si trastullava con le poche rimaste nel cesto. Stringendo la manina di Luca non potei fare a meno di pensare a qua...

Trump contro Papa Leone: la verità del sacro contro lo spettacolo del potere ☧♛

(a.p.). Qual è lo spazio vitale capace di nominare la realtà quando il mondo sembra scivolare nell’irrazionale? Abbiamo perso la forza di dare un nome alla "blasfemia della guerra" e alla "brutalità del business", come ha fatto Papa Leone davanti al delirio di Donald Trump? La patologia del comando e il primato della pietas Un potere che si auto-ritrae nei panni di un Gesù guaritore, mentre deumanizza i bambini sotto le bombe, smette di essere un interlocutore politico: non c'è dialogo possibile, né replica dovuta a chi incarna una patologia dell’essere e del comando. All'onnipotenza di un comandante in capo che alterna il campo da golf all'annuncio di uno sterminio, bisogna opporre una sfida epistemica: la riaffermazione che la violenza non avrà l’ultima parola e che la pietas verso gli innocenti resta l’unico, vero cardine della civiltà. Quando la propaganda diventa spettacolo della morte Quando il linguaggio del diritto e della diplomazia viene svuota...

Odore di arance e rimpianti: l’estate a Tindari che decise il destino 🍊

(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.). L'estate del 1972 è stata il palcoscenico di un bivio esistenziale, non solo una vacanza. Tra i profumi di una Sicilia mitica e l’azzurro di Tindari, la protagonista Mara sperimenta per la prima volta l'ebbrezza di un amore che sa di imprevisto. Eppure, al ritorno, la sicurezza di un fidanzamento solido e il conflitto mai risolto con una madre critica la spingono verso una scelta conservativa. Un racconto spietato su come la paura della solitudine e il desiderio di ribellione possano tracciare il destino di una vita intera. (Daniela Barone). Verso la Sicilia: una profezia materna L’estate del ‘72 fu un periodo esaltante per me. La partenza tradizionale con i miei per il campeggio in qualche luogo marino incantevole si stava avvicinando. Papà aveva scelto la Sicilia, desideroso com’era di mostrare a me e alla mamma il suo paese natio, il borgo di Novara al confine fra i Nebrodi e i Peloritani. «Conoscerete mia zia e i miei cugini....

Aspettare di vivere: il Big Bang dell'anima 🕰️

(Introduzione a Giorgia Deidda). Cosa siamo prima di diventare polvere e respiro? L’autrice ci conduce nel cuore pulsante del mistero pre-natale, dove il "grumo di sangue" dialoga con l'infinito. La nascita emerge non come un approdo sereno, ma come una "luce bestiale" che interrompe la quiete assoluta, costringendo l'anima a misurarsi con il fango della terra e l'anelito verso il cobalto del cielo. Una lirica potente, che vibra tra astri, radici e il desiderio prepotente di esistere. (Giorgia Deidda).  Non sai cos’ero io prima di nascere, grumo di sangue imperpetuo che respirava l’infinito e poteva l’infinito perché infinita potenza di grammi di nero. E poi la luce bestiale che ha accecato l’infinita tranquillità, l’assurdo silenzio spazzato via come big bang e l’esplosione che ha soffiato nel mio petto sgualcito Io che mi contorcevo - non sapevo nemmeno cosa volesse dire respirare a stento - quando amori impossibili nascono tra le tue labbra  e aspetti...