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Referendum, le illusioni dell’antipolitica

Il “taglio” dei parlamentari censura il ceto politico incompetente, non migliora la funzione legislativa. Il problema è la qualità non la quantità. Le scorciatoie dell’antipolitica sono illusorie

(Angelo Perrone) Esiste il numero perfetto? E’ forse questo il quesito alla base della riforma costituzionale sul “taglio” dei parlamentari, oggetto del prossimo referendum confermativo del 20-21 settembre prossimo? Si discute se sia meglio il vecchio (630 rappresentanti alla Camera e 315 al Senato), o il nuovo (400+200), sottoposto al vaglio popolare prima della sua entrata in vigore.

Difficile dire quale sia, in astratto, il numero ideale dei componenti di un organo istituzionale, a cominciare dalle Camere. E poi less is more vale anche in questo campo? Dipende. Dalle funzioni, dai singoli, dai mezzi. Quante persone per dare rappresentanza alle posizioni politiche?
Il tema non è affatto banale o secondario: un organismo pletorico rischia di annaspare; un altro troppo ristretto risulta inadeguato. Perciò, quale che sia il sistema legislativo, porsi il problema è necessario, vale in ogni periodo, e non è detto che nel tempo non ci siano risposte diverse. Dal 1948, anno del varo dell’attuale Costituzione, ad oggi, molte cose sono cambiate. Il punto pertanto va dibattuto.
D’altra parte, uno sguardo oltre frontiera può offrire indicazioni di massima, non risposte certe. Le situazioni sono diverse, ognuno ha propri meccanismi. Comunque, come termini di paragone, nei principali paesi occidentali, la proporzione “deputati per abitanti”, per le sole “camere basse”, oscilla tra uno ogni 100 mila della Gran Bretagna e uno ogni 130 mila della Spagna.
L’Italia ha l’assemblea legislativa più affollata, e solo gli inglesi fanno peggio. Gli Usa hanno il record contrario, il minor numero di rappresentanti rispetto alla popolazione (435 deputati per 327 milioni di abitanti: 1 per 600 mila circa).
Con la riforma, cambierebbe molto la classifica, almeno in Europa: si arriverebbe in Italia ad un rapporto lontano dalla media, si avrebbe un deputato ogni 150.000 abitanti. In Europa, sarebbe ultima nella proporzione della rappresentanza popolare (0,7 deputati per 100 abitanti).
Finora, le ripercussioni sulla rappresentanza del territorio e sul funzionamento dell’istituzione parlamentare sono state declassate a mero effetto collaterale del cambiamento, come se non si avesse avuto il tempo – la pandemia da Covid-19 su tutto – di approntare i necessari aggiustamenti.
Evitiamo che, con il taglio lineare (brutale) dei parlamentari, ci siano distorsioni nelle rappresentanze, che i delegati regionali abbiano un peso sproporzionato rispetto ai parlamentari nell’elezione del presidente della Repubblica, che le commissioni parlamentari funzionino male per mancanza di componenti. Che ci siano difficoltà per il voto degli italiani all’estero.
Magari si potrà intervenire domani con una nuova legge elettorale o con una modifica dei regolamenti interni. Appena se ne avrà il modo. Basterebbe, oggi, soltanto mettere in cantiere questi correttivi, avviare la discussione. Rimanendo magari nel vago sui contenuti, però dando la sensazione del contrario: un po’ di buona volontà.
Oppure, amplificando la rilevanza politica di questi aggiustamenti, si potrà invocare il rispetto degli accordi di governo, come sta facendo il Pd (o almeno il suo segretario Zingaretti) perseguendo una linea di cautela e ragionevolezza, in questa fase decisamente impropria.
Diremo sì al referendum, è la linea, se si comincia a pensare alla nuova legge elettorale (di più non si può fare realisticamente), almeno stendiamo un progetto, questi erano i patti. Una posizione che segna la contraddizione di un partito che, dopo aver votato tre volte no alla riforma voluta dai grillini, ha deciso di dire un decisivo (ed incauto) sì. Prezzo per il varo della maggioranza giallorossa, e il ritorno al potere.
Tuttavia, non è richiedendo ora aggiustamenti che è possibile trovare una risposta convincente al quesito sul numero ideale dei componenti di un organo elettivo. Piuttosto è indispensabile svelare il significato strumentale della riforma e chiarirne il carattere disfunzionale. A ben vedere, a nessuno importa davvero la funzionalità del parlamento. Questo è l’aspetto tragico e pericoloso.
Non c’è dubbio che l’idea della riduzione del numero dei parlamentari intercetti una diffusa convinzione, purtroppo assolutamente fondata: il discredito della classe politica (non solo attuale), percepita spesso come categoria di parassiti. Incassano fior di stipendi senza fare alcunché, almeno nulla di utile per la collettività, arroccati a difesa di sé. Non si vergognano di reclamare, con tutti i soldi che percepiscono, i bonus previsti per chi è in difficoltà economiche da Covid.
Il taglio è dunque una protesta contro la mala politica e una censura dell’operato dei singoli. Meglio meno, se la logica diffusa è quella di pensare solo ai propri interessi. Tra averne tanti a bighellonare e averne di meno, la scelta è scontata. Non interessa affatto la funzione parlamentare, sempre malamente esercitata. Tutto è in mano alla cricca dei partiti, e i parlamentari non fanno nulla di utile, al più schiacciano bottoni. Non basta forse per approvare il taglio? Netto e radicale: non elimina il male, almeno lo riduce.
Al netto delle generalizzazioni ingiuste, è difficile smentire questo sentimento. Il taglio dei parlamentari poggia su un consenso che si nutre della diffidenza verso la politica e dell’avversione nei confronti delle istituzioni, un mondo lontano dalla gente comune. Incompetenti, incapaci, persino in lotta permanente con grammatica e sintassi. Come si esprimono? O ragionano?
Svelare la natura protestataria, anti-istituzionale, della riforma ci aiuta però a comprenderne i limiti. E le possibili conseguenze. Nonostante i correttivi, non è questo il modo di uscire dallo stallo e di risolvere il problema della politica senza valori. Non è nemmeno un primo passo. Perché muove da una logica antiparlamentare, a tempi lunghi pericolosa e improduttiva.
Se sono incapaci, non basterà ridurre il numero dei politici per avere – a rappresentarci – gente più in gamba e disinteressata. La semplice diminuzione del numero non favorirà la selezione dei migliori, se il sistema rimane lo stesso: formazione della classe dirigente, disaffezione popolare verso le istituzioni. Anzi potrà esserci un incremento dei difetti, la gara sarà ancor più al ribasso.
Il problema del parlamento non è tanto la quantità, ma la qualità. E’ il meccanismo di selezione che fa acqua. Prevale il criterio dell’appartenenza partitica – in cambio di vantaggi di carriera – rispetto a quello della competenza, e della libertà di giudizio. Nessuno obietterebbe sui numeri se ci fossero persone idonee al posto giusto, tutte necessarie. Né si penserebbe al risparmio: denaro ben speso per la collettività.
La questione del numero rimane in ogni caso certo, ma è la conseguenza di un ripensamento delle funzioni statali, e della loro riorganizzazione, non la premessa. Punto di partenza verso una meta ignota o, se consapevole, pericolosa per il funzionamento della democrazia. Non può sfuggire che la riforma, sull’onda del legittimo risentimento popolare, persegue un intento antiparlamentare, coltivato sistematicamente da chi vagheggia, come espressione di sana democrazia, il modello, elitario e manovrabile, della “piattaforma Rousseau” al posto delle assemblee elette a suffragio universale.
Non è purtroppo un caso isolato. Rientra in un disegno a cui sono riconducibili altre proposte perché mosse dalla medesima volontà antisistema, piuttosto che dall’intento di eliminarne i difetti. Sulla stessa linea, l’introduzione del vincolo di mandato per gli eletti (cioè l’obbedienza totale alla direttive dei partiti in contrapposizione alla rappresentanza degli elettori secondo coscienza), o il referendum propositivo delle leggi che, oltre certi limiti, potrebbe entrare in conflitto con la funzione legislativa del parlamento.
E’ la contrapposizione alla democrazia rappresentativa, l’unica praticata in occidente, brutalmente ma chiaramente sintetizzata dal comico Beppe Grillo nell’esortazione ad “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”.
Del resto, la marginalizzazione del parlamento è un fatto risalente nel tempo, evidente con il proliferare dei decreti legge del governo anche fuori dei casi di necessità/urgenza, che l’inerzia o vacuità delle Camere hanno reso inevitabile, o da ultimo con l’utilizzo dei decreti del presidente del Consiglio per contrastare il Covid.
Il consenso di cui sembra godere oggi il taglio parlamentare nasconde l’illusione di poter combattere i mali della politica con le scorciatoie seducenti dell’antipolitica.

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