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La follia dei sentimenti

di Marina Zinzani

Il tema della perdita della propria identità, come un abito che non si vuole più portare, è al centro del film di Claude Lelouch “Finalement – Storia di una tromba che si innamora di un pianoforte”.
Il protagonista, Lino (interpretato con sensibilità da Kad Merad), è un avvocato di successo, con una bella moglie, nota attrice, dei figli, una vita in apparenza appagante. Un giorno, a tavola, inizia a dire cose sconvenienti: motiverà queste improvvise verità col fatto che gli è stato diagnosticato un grave disturbo, una demenza fronto-temporale, chiamata anche “la follia dei sentimenti”, che porta a dire ciò che pensa e a vivere senza più freni. Sarà questo nuovo stato ad indurlo a lasciare la sua vita di tutti i giorni e a scomparire. Nessuno sa dove è andato, cosa gli è successo realmente.
Come un Mattia Pascal, Lino inizia a vagare per la Francia, in Normandia, ad Avignone, chiede passaggi a sconosciuti, e racconterà di sé storie surreali e vagamente assurde. Nessuno immagina il suo passato di avvocato. In realtà racconta, come fossero sue, storie di persone che ha difeso quando esercitava la sua professione, persone che hanno avuto forti pulsioni che hanno portato a compiere determinati fatti. Una sorta di presa a prestito della vita degli altri, pulsante, che si sovrappone alla sua, forse diventata insignificante.
In una sorta di flash-back continui, di incastri temporali, con qualche vena surreale e forse metafisica, si ricostruisce piano piano la sua vita. C’era stanchezza, non più emozione. Mancava l’amore, quello che provava per la moglie si era trasformato in altro, forse il suo essere diventata un’attrice famosa li aveva fatti allontanare. 
In una sorta di aridità sentimentale che si era piano piano creata, questa improvvisa patologia, “la follia dei sentimenti”, gli aprirà porte imprevedibili, in cui il senso di tutto sembrerà sfiorarlo. E qui comprenderà l’importanza di quel tocco magico che solo un amore sincero può dare. E comprenderà che si può cambiare vita se si cambia la visione delle cose, se si decide di vivere in un altro modo.
Il tema della prigione psicologica, del liberarsi della propria identità e il ritrovare il vero sé, prima offuscato, è un tema intrigante, in cui l’uomo si arrovella da sempre. Da una parte l’immagine sociale, i rapporti con gli altri, anche affettivi, e dall’altra quell’insieme di stanze segrete in cui ci sono i pensieri reali, scomodi spesso, i sentimenti taciuti, in una specie di bottiglia con un tappo ermeticamente chiuso.
Una domanda si pone: il dire, il rivelare sé stessi permette di avvicinarsi alla felicità? Si può dire tutto agli altri e manifestarsi per ciò che si è realmente? Non si pagherebbe un prezzo troppo alto per la verità?
È un discorso complesso, sulla natura dell’uomo e su questo dualismo. Da una parte la libertà e gli affetti, con gli equilibrismi necessari. Equilibrismi comprensivi anche di maschere, di cose taciute, di passi indietro, di silenzi opportuni, di discrezione. Dall’altra parte la libertà e l’espressione di sé senza limiti, che può portare alla solitudine, se non si viene accettati per ciò che si è detto o fatto. E può essere una grande, profonda solitudine. In mezzo, la sensazione che tutto sia contorto, confuso, senza una vera regola. Le cose accadono, c’è la sofferenza, ma ci può essere anche la sorpresa, un’altra possibilità. 
Magnifica, con parole quasi commoventi, la canzone “Finalement”, che accompagna il film. Alla fine. Alla fine di tutto c’è la vita che scorre, con le sue imperfezioni, il suo scivolare via, fra i ricordi, le persone, gli affetti, sulle note di un’intensa, malinconica canzone francese.

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