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Il troppo guasta

Fontana di Trevi, Roma
L’incubo degli eccessi senza la pianificazione del turismo

(Altre riflessioni su Critica liberale, 17.9.24 nel testo "L'estate affollata, incubo degli eccessi")

(Angelo Perrone) La fine dell’estate si accompagna ad immagini iconiche di eccessi di ogni tipo.
Per tacere di guerre, scandali, condotte dissennate della classe politica: il troppo caldo, a conferma del cambiamento climatico irreversibile.
Non è stato facile a causa delle condizioni delle città e dei luoghi di vacanza. È apparso che ci fosse troppa gente ovunque per l’invasione di turisti.
Ovunque si è notato un sovraffollamento, specie nelle città d’arte, nelle mete pregiate di campagna, lago o montagna, sulle coste e nelle spiagge, un’eccedenza resa più acuta e intollerabile dalla calura. Si sono innescate polemiche, non sono mancate proteste.
Il trasferimento imponente verso i luoghi di vacanza è avvenuto senza regole e criteri. quest'estate si è manifestato il tratto più dannoso del turismo di massa.
Venezia, sommersa da turisti e visitatori, ha introdotto il ticket giornaliero da 5 euro nelle giornate più intense di agosto. Molte località sulla costa, nelle Cinque terre, o sui laghi o lungo le spiagge rinomate della Sardegna, hanno fatto pagare ingressi e passaggi, limitando pure le entrate giornaliere e il numero dei turisti.
Quella del turismo eccessivo – “overtourism”, sovraffollamento - è un fenomeno globale, che investe anche luoghi impensabili, come l’Everest, divenuta incredibilmente la discarica più alta del pianeta. Oppure la spiaggia di Maya Bay in Thailandia, ignota e incontaminata, prima di diventare la location fascinosa del film “The Beach” con Leonardo Di Caprio nel 2000: una marea di visitatori, e la distruzione dell’80% della barriera corallina, calpestata da turisti a caccia di brividi.
Quella del turismo di massa è una questione spinosa; a fronte di evidenti vantaggi economici per alcune categorie (esercenti commerciali, proprietari di case) ha molte ricadute sull’ambiente e sulla qualità di vita degli abitanti, suscitando problemi sociali a catena.
Gli studenti universitari di Milano e Roma lamentano la mancanza di abitazioni da prendere in affitto per poter proseguire gli studi, protestano sistemando tende da campeggio davanti ai rettorati e nei parchi pubblici: si preferisce destinare gli immobili agli affitti turistici brevi, più redditizi. I residenti nelle città d’arte, come Venezia, Firenze, o anche Roma, sono assediati da B&B ed esercizi sorti per soddisfare le esigenze del turista di passaggio.
Gli amministratori pubblici si mostrano sorpresi e sprovveduti, privi di idee e proposte. Se è complicato trovare un equilibrio tra esigenze diverse, i ticket sembrano soluzioni funamboliche, espedienti. Nessun turista può farsi scoraggiare dall’obbligo di pagare una piccola cifra in più per vedere il Colosseo, girare tra i canali veneziani, ammirare Ponte Vecchio.
Queste misure sembrano finalizzate solo a rimpinguare le casse esangui dei comuni, sempre in cerca di risorse, piuttosto che a contrastare il turismo sconsiderato e senza qualità. Generano solo l’illusione di fare qualcosa.
L’idea che si è affermata negli ultimi decenni è quella di identificare il successo del turismo con l’aumento quantitativo, indipendentemente dalle circostanze e dalle conseguenze. In concreto il vantaggio (individuale e sociale) è stato legato all’aumento numerico dei turisti, di per sé favorito dalla globalizzazione, incrementato dalla facilità degli spostamenti e dalla diffusione delle informazioni. 
Sarebbe impossibile ignorare gli aspetti positivi di tutto ciò, quanto a ricadute economiche, e ad accrescimento delle relazioni umane e a sviluppo culturale. Eppure è indiscutibile che oggi siano evidenti i pericoli: può cambiare il volto delle città, e con esso compiersi un degrado dell’ambiente e delle condizioni di vita degli abitanti.
È arrivato il momento di guardare oltre e prenderci cura dei luoghi visitati. Ovvero di cominciare a pensare alla pianificazione del turismo cioè della cornice entro la quale possano svolgersi i viaggi, le conoscenze, le esperienze. Eppure l’introduzione di nuove regole sarebbe inutile senza una diversa idea del rapporto tra l’individuo e la natura-ambiente che lo circonda. 
Con la sollecitazione al movimento e al cambiamento – frutto del progresso e della modernità - è emersa anche una sorta di “frenesia motoria” che rende l’uomo-viaggiatore avulso dal reale, indifferente alla verità del luogo, poco rispettoso verso abitudini e storie locali. 
È questo il risvolto pericoloso che può trasfigurare il turismo. L’individuo ipermoderno ha il privilegio di possedere più mezzi e possibilità dei suoi antenati, deve saperli utilizzare al meglio, non sprecarli banalmente.
L’uomo di questo secolo non può identificarsi con il “nomade” incline al cambiamento perenne, iperconnesso con tutto tranne che con la realtà circostante, inevitabilmente indotto al “mordi e fuggi”come regola di soddisfacimento dei suoi bisogni. 
Un diverso modo di viaggiare richiede l’emancipazione dal tipo dell’uomo privo di radici, deve diventare un’avventura che sa riconoscere e far proprio il valore del passato, cioè del senso dei luoghi visitati e ammirati.

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