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La guerra, lato oscuro dell’uomo: un’eredità di memoria e speranza 🌈

immagine antica raffigurante due bambine in uno scenario di guerra mondiale
(Introduzione a Daniela Barone). Dai racconti di guerra dei genitori all'impegno civile tra i banchi di scuola. Un viaggio nella memoria familiare che attraversa l'orrore dei conflitti e il dovere della testimonianza, per approdare a una convinzione profonda: solo la cultura della riabilitazione e dell'inclusione può spezzare il ciclo della violenza.

(Daniela Barone) ▪️

Tra Genova e i Nebrodi: la guerra come racconto familiare

Fin da piccola amavo ascoltare le storie dei miei genitori sulla guerra. Ciò che mi piaceva di più era però la diatriba che ogni volta si innescava in modo quasi teatrale fra papà e la mamma. 
«Genova fu colpita duramente dai bombardamenti, sai? Ancora adesso ricordo le sirene che ci svegliavano di notte. Che incubo! Scappavamo da casa con coperte e cuscini per raggiungere in fretta le gallerie-rifugio.» mi raccontava con enfasi. 
«Eh, quante ne abbiamo passate» continuava la mamma lanciando occhiate provocatorie a papà. 
Lui ogni volta l’interrompeva e iniziava a raccontare la sua esperienza a Novara di Sicilia, borgo antico fra i monti Nebrodi e i Peloritani, in cui era nato.
«Ci chiudevamo in cantina con i miei fratelli mentre mio padre andava a controllare le mucche e le galline. Era il cane a presagire l’inizio dei bombardamenti. Cominciava ad abbaiare mostrando segni di inquietudine. Che bello che era! Gli mancava la parola» diceva papà intenerito al ricordo. 
A questo punto la mamma scattava come una furia: 
«Ma cosa vuoi saperne tu della guerra? Cosa mai avrete visto lì, in quel paesino sperduto in Sicilia? Che ne sapete voi dei bombardamenti, dei morti, eh?»
Di fronte al tono della mamma che non ammetteva repliche, papà preferiva dribblare su terreni più agevoli. Raccontava allora della Liberazione, di quando i soldati americani erano arrivati anche in quel paesino montano e distribuivano biscotti e chewing-gum ai bambini. Lui era un ragazzetto ma lavorava già come garzone dal barbiere del paese.  
«I soldati si divertivano con i bambini. Mi ricordo di un certo Sam a cui facevo barba e capelli.» raccontava divertito.  Per papà tutti gli americani si chiamavano Sam, anche un suo lontano cugino emigrato in Florida. Guardavo di sottecchi la mamma che aveva un’aria lievemente dubbiosa sul volto.
Lei dimostrava sempre un fondo di scetticismo sulle storie di papà, anche perché ogni volta lui le arricchiva con dettagli diversi.  Io invece pensavo che i suoi aneddoti erano un po’ come certe scene leggere che allentano la tensione dei film drammatici al cinema. Avevano insomma un loro perché. 

Il peso delle rinunce e l'orrore della violenza

Un altro punto su cui la mamma arrogava la superiorità della sua esperienza bellica era il fatto che mai, assicurava, aveva sofferto fame e privazioni in tempo di guerra, a differenza di papà, primo di nove figli. Lei era figlia unica e grazie al buon stipendio del nonno Vincenzo, bravo elettricista, aveva avuto un’infanzia quasi agiata. 
L’unico cruccio della mamma era quello di non aver potuto proseguire negli studi. Sua madre non aveva voluto iscriverla alla scuola media per paura dei bombardamenti. L’istituto si trovava a una certa distanza da casa e raggiungerlo a piedi avrebbe rappresentato un grosso rischio per lei. 
Alla fine della guerra la mamma fu mandata ad una scuola di cucito in centro dove aveva imparato a eseguire i vari punti. 
«La sarta che mi insegnava era perfida. Mi mandava a consegnare i capi confezionati quando era il momento di tagliare le stoffe. Non voleva farsi vedere da noi apprendiste, capisci? Così non ho mai imparato l’arte del taglio.» 
Papà dimostrava solidarietà alla mamma che era stata così sfortunata.  
La bambina invidiata da tutte che era stata la mia mamma aveva perso la sua guerra. Le restava il ricordo dei suoi bei vestitini e delle prelibatezze a tavola che le sue coetanee non conoscevano.
Con il passare del tempo, la mamma, come tutti, aveva smesso di parlare della guerra. Solo durante gli Anni di Piombo i gravi atti terroristici delle Brigate Rosse le avevano riportato alla mente episodi bellici a volte molto crudeli. 
A me colpiva particolarmente il suo racconto delle donne che avevano avuto rapporti con giovani soldati tedeschi e, alla fine del conflitto, erano state rasate dai partigiani nelle piazze per dileggio. Immaginavo le loro teste nude, la vergogna di esporsi a tutti e provavo pena per loro.
disegno con a destra una donna sotto i bombardamenti e a destra bambini e un uomo anziano sempre durante la guerra

Insegnare l'orrore per educare alla pace

I racconti bellici di mia madre erano stati il motore del mio desiderio di infondere nei miei alunni l’orrore che provavo per la guerra. Per questo volli sempre dedicare qualche lezione all’Olocausto nel Giorno della Memoria: ad esempio ogni anno leggevamo alcune pagine in inglese del Diario di Anna Frank, adolescente appena più giovane di loro.  
Credevo fermamente che le frasi angosciate e angoscianti di una loro coetanea, avrebbero rappresentato una grande occasione per sensibilizzarli sul tema. Quello che mi premeva evidenziare era però quel messaggio di speranza che Anna infondeva nei versi della sua poesia ‘Aprile’: «Finchè potrai guardare/il cielo senza timori, /sarai sicuro/ di essere puro dentro/e tornerai/ ad essere felice.»
Profondamente coinvolti nell’esperienza della giovane Frank, i miei alunni condivisero la mia stessa emozione durante il viaggio d’istruzione ad Amsterdam: qui visitammo la casa di Anna con la libreria girevole che celava l’entrata e le stanze anguste e silenti di quel rifugio clandestino.
Distesa di marmo in salita come montagna che racchiude tombe di soldati
Il Consiglio d’Istituto del mio Liceo promosse successivamente un progetto che aveva come focus Trieste, città testimone di tanti orrori delle due guerre mondiali, dal campo di concentramento della Risiera di San Sabba alla Foiba di Basovizza, luogo di riflessione e memoria dolente. 
Dopo un viaggio di 40 chilometri visitammo poi il Sacrario di Redipuglia composto da ventidue gradoni maestosi disposti a scacchiera. Qui riposano quarantamila soldati identificati, con la parola PRESENTE incisa su ogni tomba, macabro richiamo al rito fascista dell’appello. È facile trovare i cognomi, disposti in ordine alfabetico. 
Che impressione vedere il proprio. Le salme ammontano in realtà a centomila, una cifra impressionante. Si respira aria di guerra fra i cipressi e le pietre carsiche che ricordano nella loro asprezza il sacrificio assurdo di un milione di giovani vite, dei loro sogni crudelmente infranti.
pianura verde con tante croci di marmo
Lo stesso sgomento mi colse pochi anni fa durante un viaggio organizzato in Normandia. Le spiagge dello sbarco, specialmente quella splendida detta Omaha Beach, stridono fra i tanti bagnanti e i cimeli di guerra esposti poco più in là. Sulla scogliera sovrastante domina il cimitero Colleville-sur-Mer che custodisce le spoglie di circa centomila soldati americani. Le file sconfinate di croci bianche allineate verso l’oceano, creavano un’atmosfera solenne e non si poteva non esserne turbati e commossi.

Verso una giustizia riabilitativa

I notiziari televisivi riportano quotidianamente notizie dei conflitti in corso fra Russia e Ucraina e nella striscia di Gaza oltre ché di numerosi episodi di violenza agghiacciante. Sono però convinta che le pulsioni distruttive che contraddistinguono da sempre la natura umana e ci sgomentano possano essere arginate con un approccio tendente alla riabilitazione, piuttosto che alla mera punizione dei criminali.
È sicuramente un percorso lungo e irto di criticità ma mi pare l’unico che, attraverso l’inclusione e l’integrazione sociale, possa contribuire a creare un mondo diverso improntato alla tolleranza. Me lo auguro per i miei nipotini Cesare, Luca, Leo, germogli delle future generazioni che potranno divenire vere costruttrici di pace. 

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