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Uno strano incontro: un appuntamento "bislacco" tra nostalgia e paradossi 🕯️

Una donna seduta in poltrona con le pantofole rosa legge un libro sui maschi maltrattanti
(Introduzione a Daniela Barone). Cosa succede quando il passato bussa alla porta sotto forma di un'email istituzionale? In questo racconto, l'autrice ci conduce attraverso le tappe di un "ritorno di fiamma" mai nato, trasformando un incontro potenzialmente romantico in una commedia dell'assurdo. Tra pantofoline rosa, case-tabernacolo e clamorose fughe notturne, emerge il ritratto di un uomo intrappolato nel proprio egocentrismo e la sagace ironia di una donna che impara a ridere dell'improbabile.

(Daniela Barone). 

Le radici a Savona e il ricongiungimento bizzarro

Mi stavo preparando per uscire con Savio. Avevamo deciso di vederci in una pizzeria del centro di Moncalieri dove abitavamo entrambi. A dire la verità ci conoscevamo, anche se solo di vista, fin da ragazzi. Vivevamo tutti e due a Savona, nostra città natale. Io già gli piacevo ma, essendo fidanzata con un suo compagno delle medie, non aveva mai osato corteggiarmi.
Il modo in cui dopo tanti anni ci eravamo ritrovati è stato un po’ bizzarro. Desiderosa di dedicarmi al volontario nell’ambito dell’insegnamento, avevo inviato una email al Provveditorato di Torino, come si chiamava allora. Mi aveva risposto lui, ispettore prossimo alla pensione che, avendo riconosciuto il mio nome, mi aveva proposto una serata in pizzeria per ricordare i vecchi tempi. 
Io, divorziata da qualche anno, non uscivo da diverso tempo con un uomo però avevo voglia di conoscere qualcuno o comunque di stringere amicizie non solo femminili. Ricordo la cura meticolosa che misi nel truccarmi e nell’agghindarmi dopo una seduta dalla parrucchiera. Volevo proprio far colpo su di lui anche se sinceramente non sapevo se mi sarebbe piaciuto.
Savio era il primogenito di una famiglia numerosa di Savona conosciuta per la frequentazione assidua della chiesa e l’attivismo in oratorio. Ferventi democristiani, i suoi genitori insegnavano alla scuola elementare del nostro quartiere. Nel tempo, come i suoi tre fratelli, Savio si era distinto per il suo valore e in breve tempo aveva assunto la direzione di un vicino plesso scolastico.
Dopo il mio matrimonio e il trasferimento a Moncalieri non seppi più nulla di lui. Ebbi tre bambini e dopo molti anni divorziai da mio marito. Avevo saputo da amicizie comuni che anche lui aveva dei figli e si era separato dalla moglie. 

Il primo appuntamento: un fiume in piena di autoreferenzialità

La sera del nostro incontro fu veramente particolare per il carattere bislacco di Savio. Costretto in un completo nero gessato che evidenziava la corporatura robusta, si era presentato con un certo ritardo all’appuntamento. Aveva un’aria impacciata che strideva con il suo aspetto di sessantenne quale era.
Una volta ordinate le nostre pizze, mi aveva inaspettatamente travolto con il racconto dettagliatissimo del suo lavoro di ispettore e di scrittore a tempo perso. Savio collaborava con una rivista cattolica torinese e aveva scritto tre libri, uno dei quali aveva avuto addirittura la prefazione di Dacia Maraini. A stento riuscii a raccontargli qualcosa di me perché lui era come un fiume in piena.
«Sai, non vedo l’ora di andare in pensione. Sono stanco di viaggiare su treni polverosi e affollati sino a Torino e poi, ho intenzione di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura e alla promozione dei miei libri. A fine mese ho una presentazione a Milano e una a Firenze, pensa. Faticoso il tutto, lo ammetto ma anche una grande soddisfazione, giuro». 
Avevo quasi l’impressione di annegare nel flusso inarrestabile delle sue parole. Che strazio! Quando mi rivelò con orgoglio di essere amico del regista Pupi Avati, cominciai ad essere molto infastidita dal suo atteggiamento autoreferenziale e desiderai porre fine alla serata. Al momento di pagare Savio volle fare “alla romana”. Dopotutto c’era parità fra uomo e donna, no?
tre candele verdi decorative appoggiate su un mobile

La seconda opportunità e l'enigma del parcheggio

Dopo quella serata poco gradevole, ricevetti una sua mail. Sorprendendomi del fatto che non mi avesse telefonato o messaggiato, accettai di dargli una seconda opportunità e di rivederlo, magari dopo cena. Arrendevole come sempre, Savio accettò di vederci per un gelato in Piazza Vittorio Emanuele II, salotto mondano di Moncalieri. 
Avremmo dovuto incontrarci alle 21 ma di lui nessuna traccia. Indispettita, gli telefonai per sapere dove diavolo si trovasse. Rimasi esterrefatta quando mi disse tutto imbarazzato che non trovava la gelateria situata peraltro nel cuore della città. Poteva mai un ultrasessantenne non sapersi orientare nel centro di una cittadina in cui viveva da anni? 
Mi raggiunse dopo un po’ di tempo, trafelato per non aver trovato velocemente un posteggio. Strano a dirsi, dribblò la mia domanda su dove avesse parcheggiato e mi invitò ad ordinare il gelato. Questa volta fu lui ad offrire, forse per farsi perdonare il ritardo. Con mia grande sorpresa mi propose poi di andare a vedere casa sua. 
Ci teneva a mostrarmi come si era sistemato ma sottolineò che preferiva usare la mia auto posteggiata a poco distanza dal bar. Come avrebbe recuperato la sua macchina non era dato saperlo. Mentre guidavo mi domandavo il perché del suo comportamento bizzarro ma non sapevo quale risposta darmi.

Il santuario dei cuscini e le pantofoline rosa

Quando Savio aprì la porta blindata del suo appartamento, fui davvero sorpresa nel vedere un’inferriata scura che sbarrava l’ingresso. Non capii la necessità di ricorrere a simili precauzioni; dopotutto abitava in una zona non isolata, proprio accanto ad un supermercato molto frequentato. Ma le sorprese non erano finite. 
Appena entrati, Savio mi porse sorridendo un paio di pantofoline ornate da un’improbabile pelliccetta rosa. «Sono di mia figlia. Ci tengo a mantenere il parquet lucido e privo di rigature, sai». L’appartamento era dotato di due camere da letto, di cui una matrimoniale. Sul talamo era sparsa una miriade di cuscini sulla tonalità dell’arancione, lo stesso colore della poltroncina leziosa accanto alle finestre appesantite da tendoni ricamati. 
«Io non dormo qui, mi farebbe troppa tristezza. Ora ti mostro l’altra cameretta». Savio aprì la porta della stanzetta con la stessa riverenza che avrebbe usato per dischiudere un tabernacolo. Ai miei occhi si profilò una piccola camera arredata in stile marinaro. La testiera del lettino aveva la forma di un timone. 
La carta a parati, a scontate righe bianche e blu, richiamava i colori della seconda montagna di cuscini ornati da stampe marinare. Conchiglie, pesci decorativi, fari e barche a vela, reti, corde, ancore e uno specchio a forma di oblò riportavano insistentemente all’atmosfera costiera, così distante da quella delle pianure assolate moncalieresi. 
Lampade e portacandele in vetro e metallo, ispirate alle tipiche lampade da nave, completavano assurdamente l’arredamento. 
La passione di Savio per i cuscini andava a braccetto con l’amore per le candele che troneggiavano sul bordo della vasca da bagno. Erano verdi come il tappetino, la cornice dello specchio e le piastrelle alle pareti. Persino le numerose boccette di saponi liquidi e profumi sulla mensola avevano lo stesso colore. 
Dopo aver sbirciato in cucina, forse la stanza più normale della casa, avevo seguito il mio amico in salotto. Qui il colore dominante era il bordeaux che caratterizzava le poltrone e i bordi dei tendoni. Appena cercai di sedermi, Savio si precipitò a porre sulla poltroncina una striscia sottile di stoffa copritesta, anche quella bordeaux.
Quando si allontanò per offrirmi un caffè, il mio sguardo si posò sulle assurde pantofoline che mi aveva fatto indossare. Come poteva un uomo far togliere le scarpe con tacco alto ad una signora di una certa avvenenza? 
Chi si sarebbe comportato come lui in quella circostanza? Ero allibita ma speravo che almeno quella volta la serata sarebbe stata più divertente. In effetti, a differenza del primo incontro, Savio mi aveva lasciato più spazio e si era dimostrato molto interessato alle mie sfortunate storie d’amore. Con empatia aveva commentato che certi uomini non meritavano donne come me, buone ed intelligenti. 
Onde evitare malintesi, gli chiarii che non cercavo storie ma solo rapporti d’amicizia. Potevamo condividere viaggetti, film al cinema, spettacoli teatrali, insomma farci reciprocamente compagnia nel tempo libero. Lui non disse nulla, forse perché non voleva accontentarsi di una relazione puramente amicale. 
Copertina di un disco di un complesso musicale i Dik Dik

Il libro, la recensione e l'incidente diplomatico

Prima di congedarmi da lui accettai in dono un suo libro che trattava appunto il tema dei maschi maltrattanti. Vergò con una prestigiosa penna stilografica una dedica affettuosa impreziosita da una firma svolazzante.
Accompagnandomi alla porta, mi confidò il timore che i figli alla sua morte avrebbero venduto la sua casa, per lui sacra. Fra me e me pensai che era sciocco preoccuparsi per cose che non ci riguardano più ma volli rassicurarlo unicamente per buona creanza. 
A casa iniziai a leggere alcune pagine del suo libro, a tratti piuttosto noioso. Lo stile era fluido, pensavo, più di quello dei racconti che scrivevo per diletto ma le tematiche erano affrontate con una fastidiosa supponenza. Saranno poi state affidabili le statistiche sulla violenza domestica che aveva inserito nell’opera?
Dopo alcune settimane ricevetti un’email di Savio che mi chiedeva un favore: potevo scrivere una recensione sul suo libro in una rubrica di una nota rivista femminile? Per amicizia acconsentii alla sua richiesta. 
Quello che accadde dopo fu strabiliante. La redattrice, molto seccata, mi contattò giorni dopo per comunicarmi che era stata subissata da un mare di critiche positive sul libro di Savio. Forse facevo parte anch’io di quella cerchia di persone disoneste che vogliono mettere in luce un loro favorito? Indignata e infuriata, risposi per le rime alla signora sottolineando la mia serietà professionale di insegnante, aliena da traffici di tipo mafioso. 
Del resto conoscevo solo superficialmente l’autore. Come risultato la redattrice, convinta della mia sincerità, si profuse in scuse sentite e addirittura mi offrì di continuare a recensire alcuni libri. Che soddisfazione!  

Il finale: un ladro nella notte a Savona

In quanto allo strambo Savio, si mostrò stupito quando gli riferii l’accaduto al telefono. Volli comunque dargli un’ultima opportunità anche per capire il suo comportamento. Oltretutto non me la sentivo di essere dura con lui.
In occasione di un evento musicale estivo nella nostra Savona, decisi di invitarlo nella piazzetta della chiesa dove si esibiva un coro di persone che conoscevamo entrambi. Tramite le solite email, lui si disse spiaciuto di non poter partecipare per un impegno letterario a Torino. 
Quella sera fu bello ritrovare conoscenze della mia giovinezza. Le canzoni erano quasi tutte degli anni ‘70, proprio quando eravamo nel fiore degli anni. Mentre canticchiavo spensierata sulle note di
“L’isola di Wight” dei mitici Dik Dik, intravidi la testa stempiata di Savio. Stavo per salutarlo con un cenno della mano ma evidentemente lui si era accorto di essere stato visto e si era dileguato come un ladro nella notte.
Anziché arrabbiarmi, mi misi a ridere senza ritegno. Un idiota del genere non meritava proprio niente. I giorni successivi avrei raccontato tutto ai miei figli che sicuramente si sarebbero sbellicati dalle risate, proprio come me.

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