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La Porta che fa spavento: come cambiano le nostre paure con gli anni 🌃

In una stanza buia un uomo anziano e un bambino con un orsacchiotto in mano guardano una porta socchiusa da cui esce un fascio di luce
(Introduzione a Daniela Barone). Il pensiero della fine è un compagno silenzioso che muta forma con il passare degli anni: dallo smarrimento infantile davanti al buio, alla consapevolezza malinconica dell'età matura.
Attraverso il filtro dei ricordi familiari, il confronto tra le visioni dell'arte fiamminga e l'abbraccio colorato della pittura viennese, l'autrice ci conduce in una meditazione sospesa tra la paura del distacco e la speranza di un approdo luminoso. 

(Daniela Barone).

Il sonno e la "piccola morte": ricordi d'infanzia

Sdraiata a letto recito le preghiere della notte sperando di non addormentarmi prima della fine delle orazioni. Non ho avuto mai difficoltà a prendere sonno in vita mia, proprio come papà che in un baleno piombava fra le braccia di Morfeo.
«Beato te, Nino. Nulla ti sfiora. Appoggi la testa sul cuscino e già dormi» si lamentava la mamma che soffriva d’insonnia. Lui replicava filosoficamente che rimanere sveglio non avrebbe certo risolto i problemi quotidiani e si abbandonava placidamente al sonno ristoratore. 
Una volta mia madre aveva confidato a papà che l’idea di dormire di notte era per lei un po’ inquietante. Si sarebbe risvegliata la mattina? Il sonno notturno le pareva quasi una piccola morte. Papà scuoteva la testa per le associazioni bizzarre della mamma e la biasimava, quasi fosse colpa sua, per non saper arrendersi pacificamente al sonno.
Lui aveva l’abitudine di dormire supino a braccia conserte e talvolta lei, temendo fosse morto, lo svegliava urlando come un’ossessa. Nemmeno in quelle occasioni mio padre si arrabbiava con lei; si limitava a girarsi sul fianco bofonchiando qualche innocua imprecazione e riprendeva a dormire.
Scena pieno di orrore di battaglia e morte

L'esorcismo della paura: il "numero magico" dei bambini

Anche i miei figli da piccoli faticavano ad addormentarsi. Il buio li sgomentava e solo dopo aver ascoltato le fiabe che leggevo loro ogni sera alla luce fioca di una piccola abat-jour, chiudevano rasserenati gli occhi. Io facevo recitare a Francesco, il più grande, l’Ave Maria appena s’infilava sotto le lenzuola.
Arrivato alla frase “adesso e nell’ora della nostra morte”, accelerava il ritmo della preghiera, quasi a liberarsi in fretta di quelle parole troppo grandi per la sua piccola età. Succedeva spesso che mi chiedesse se anch’io sarei morta ma ero pronta a rassicurarlo: «Si, amore ma accadrà fra cento anni. Ora dormi sereno». Evidentemente tranquillizzato dal numero magico, si addormentava stretto stretto al suo orsacchiotto.

Il paradosso dell'invecchiare: il mondo che continua senza di noi

Ora che sto invecchiando lo spauracchio della morte mi coglie spesso la notte. Quanti anni mi resteranno da vivere? Soffrirò al momento del trapasso? Veramente entrerò in un mondo di luce e ritroverò i miei cari, libera dagli affanni e dalle sofferenze del quotidiano?
Confrontandomi con le mie coetanee mi rendo conto che anche loro provano le mie stesse angosce; siamo attaccate alla vita come e più dei giovani e il pensiero di andarcene per sempre ci suona inaccettabile. Ora capisco la frase di mio nonno che mi aveva confidato con un filo di voce dal letto dell’ospedale: «Daniela, sai cosa mi dà più fastidio? Il pensiero che anche quando io non ci sarò più, l’autobus 95 continuerà ad andare su e giù per le vie di Oregina con il suo carico di passeggeri».
Avevo trovato bizzarro il suo discorso e l’avevo attribuito alla perdita di lucidità dei morenti. 
Il pensiero di non esserci più mentre il mondo va avanti imperterrito senza di me è tanto più pesante dello smarrimento infantile di quando non mi ritrovavo nelle vecchie foto di famiglia. «Eri nel mondo della luna, sai?» mi diceva la mamma pensando di rassicurarmi.
In realtà, l’idea di trovarmi lassù, fuori dalla Terra, mi faceva sentire ancora peggio, aliena da tutto e tutti.  Però oggi, da nonna, affascinata dalla magia di quelle parole, ripeto ai miei nipotini la stessa storia. Luna o no, devono sentire di essere sempre esistiti, in un tempo senza inizio e senza fine.
due scene diverse, da un lato cadaveri e teschi dall'altra persone sorridenti e felici

Tra Bruegel e Klimt: l'estetica del trapasso

Convivere con l’idea di morire non è facile, non lo è mai stato per il genere umano fino dai tempi più remoti. Mi torna alla mente il quadro di Bruegel Il Vecchio, “Il trionfo della Morte” pullulante di dettagli raccapriccianti, che ho ammirato con Francesco al Museo del Prado di Madrid, la sua città.
Qui la Danza Macabra raggiunge il massimo dell’orrore; ricordo degli scheletri che massacrano gli uomini in tutti i modi possibili: annegandoli, seppellendoli e decapitandoli. Nemmeno la natura si salva: gli scheletri abbattono gli alberi, le navi affondano o prendono fuoco, le carcasse degli animali affiorano dalla terra e ovunque è distruzione e morte.
Sgomenta, mi ribello alle immagini orrorifiche del pur splendido dipinto. Ad esso contrappongo il ricordo di immagini più serene e confortanti del quadro “Morte e vita” di Klimt al Leopold di Vienna. In esso il pittore contrappone un teschio su fondo scuro a un grande organismo colorato che rappresenta la vita come un intreccio di relazioni solidali, abbracci, vicinanza, affetti.
La morte è un destino comune per l'umanità ma i motivi floreali riportano all’immagine confortante femminile e alla fioritura della vita.

Il tunnel di luce e il rifiuto delle ombre

Anch’io sogno scene serene nell’ora temuta della fine. Avendo letto testimonianze di pre-morte di alcun persone sopravvissute a gravi incidenti o malori, mi auguro veramente di percepire quel "tunnel di luce" da loro descritto. Non so se sarò spettatrice del film che riprende i momenti più significativi della mia esistenza ma mi piace pensare di essere accolta in un corridoio luminoso da mio padre, figura magari silente ma piena d’amore.
Non oso immaginare cosa potrei trovare nell’aldilà: un Signore buono e misericordioso, ben diverso dal Dio rancoroso del Vecchio Testamento? Un Purgatorio doloroso per l’espiazione dei miei peccati? Un senso di gioia infinita mai provata nella vita terrena? Non ho ovviamente risposte per questi interrogativi. Non sono una persona che crede nella possibile comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, anzi ho il terrore delle sedute spiritiche.
Ho ancora vivo nella memoria il ricordo di quando io e il mio fidanzato fummo invitati a sederci ad un tavolo rotondo assieme ad altri ragazzi per tentare un contatto con gli spiriti. Ci venne detto di unirci per le mani al fine di creare la cosiddetta “catena mediatica” ma io, terrorizzata, boicottai l’esperimento staccando i mignoli da quelli dei miei vicini.
Anche se poi seppi che le entità spirituali sarebbero state comunque evocate, fui sollevata nel constatare che nessuno spettro si era palesato.

La Porta dello spavento e la carezza della dignità

Franco Battiato canta così sull’esperienza ultima della vita: «Bisognerà per forza/attraversare alla fine/la porta dello spavento supremo».  Penso tuttavia che esistano soglie al di là delle quali la morte può essere accolta come ultima manifestazione dell’esistenza, supportata con tatto e disponibilità umana.
Questo è ciò di cui sono stata testimone nella mia breve esperienza di volontaria all’hospice genovese della Gigi Ghirotti, dove i morenti sono accompagnati amorevolmente attraverso quella porta. 
E mi piace immaginare che tutti siano accolti da chi più hanno amato in vita, un genitore, un animale, un figlio, uno sposo. Vorrei fosse così anche per me, presa per mano dal mio caro padre e della mia piccola bisnonna, verso arcobaleni infiniti, mari azzurri e dune dorate.
Sarà forse un paesaggio simile a quel mitico mondo della luna raccontato a me bambina e tramandato ai miei nipotini nel cammino inondato di luce verso l’Eternità e la Grazia Divina.

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