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Il sortilegio Berlusconi

La sfida all’etica pubblica e privata

(Il testo completo su Critica Liberale 19.6.23)

(Angelo Perrone) Silvio Berlusconi ha concluso la sua vita in modo meno spettacolare rispetto a quello che forse si era immaginato. In un ospedale. Fuori dai palazzi del potere che hanno rappresentato il fondale della sua esistenza eccentrica. Da quel momento finale, lui si è come ripreso la scena. È tornato il primattore, richiamando a sé, con l’affetto dei familiari, il pubblico adorante di amici, seguaci, cortigiani.
Dopo la scomparsa, a osservare certi politici, intellettuali, oppure la gente comune, era come se trent’anni non fossero trascorsi e lui fosse rimasto sempre al centro del palcoscenico, dove annunciò la discesa in campo con il fortunato incipit («L’Italia è il paese che amo», ecc). Nel frattempo però tutto era cambiato, altri personaggi si erano alternati con differente fortuna, ma non sembrava, e nessuno era interessato a rimarcarlo. 
Era come se, per l’occasione, i sostenitori l’avessero riportato sulla scena principale. Per l’ultima volta, il tempo della santificazione. Il ricordo di lui, nelle piazze fisiche e virtuali, è sembrato davvero struggente. Per convinzione intima, oppure per calcolo politico. Ognuno era pronto a dire qualcosa, a ricordare un gesto, una parola, un evento. 
Un atto, da solo sufficiente a segnarne la vita e a cambiarne il verso. Berlusconi aveva sparso magie nella vita delle persone incontrate. E si erano visti risultati esaltanti, se non miracoli. Le grandi vittorie del Milan, i successi nella vita personale, le avventure imprenditoriali., quelle private. Quanto alla politica, lasciamo stare.
La perdita ha generato sconforto in alcuni. È rimasta davvero – inquietante - una fascinazione irriducibile per l’uomo. Espressa spesso gente semplice, ma non solo. Un coro mediocre si è mosso per celebrare il Cavaliere come padre della patria. Nulla ha scalfito la fede sconfinata, l’atteggiamento adulatorio. Certo, non gli scandali, le eccentricità, la deformazione della realtà. 
A dimostrazione che la storia la scrivono i vincitori, talvolta in modo maldestro o errato, ecco l’abile operazione: trasformare il saluto nella costruzione di un padre della patria.
Non è mancata la perla dell’ineffabile ministro Carlo Nordio, presentare la sua “riforma della giustizia” come tributo postumo al grande statista, attribuendogli così la fama che finora gli mancava, quella di novello Giustiniano, maestro di diritto e interprete ossequioso delle norme. 
Persino ispiratore della riforma di cui sfuggivano a necessità ed urgenza. Di postumo e stonato, la cancellazione dell’abuso di ufficio e il bavaglio all’informazione hanno solo l’obiettivo: la vendetta contro magistrati e stampa, suoi “persecutori”.
Tramortito dall’alluvione di superlativi, elogi, agiografie, il paese si sarà chiesto cosa mai gli sia sfuggito, se la stampa internazionale ha commentato la notizia in altro modo. 
Per alcuni lui, è sempre stata una figura accattivante e seducente, un modello da seguire. Quasi una scorciatoia per cambiare il proprio destino, e fare fortuna. Bravo negli affari e nel conquistare, con quell’aria gioviale ed estrosa, il volto cordiale che lo rendeva simpatico ribelle e ne mascherava i difetti. 
Per gli altri, l’uomo è sempre stato rappresentativo, ha scritto Dacia Maraini, di «un mondo fatto di libertinaggio più che di libertà, un futuro fatto di facili ricchezze ottenute con l’abilità del grande mago, senza nessuna preoccupazione per le regole». 
Nessuno come lui ha segnato la storia recente del paese, deformando però la prospettiva d’insieme, cioè rispecchiandone i vizi, piccoli e grandi, piuttosto che le virtù. 
La formula magica inventata da Berlusconi ha preso forma con la personalizzazione estrema della politica. Così lui è stato antesignano e primo interprete del moderno populismo, gli ha dato una forma che ha trovato imitatori, mai alla sua altezza.
Ma la magia si è concretizzata con l’invenzione di una realtà parallela in cui attirare l’Italia. La grande bolla era il narcisismo, il culto delle proprie ambizioni, qualunque smania di grandezza o di eccentricità. Una costruzione meticolosa a discapito della tensione verso gli altri, del senso di solidarietà, della partecipazione a progetti comuni.

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