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Mani sulla giustizia

La destra e Nordio, la lotta contro gli equilibri costituzionali

(Angelo Perrone) Il governo di destra ha deciso di ingaggiare una lotta radicale con la magistratura e ha scelto il momento per colpire: quello in cui alcuni politici della coalizione si trovano contestualmente coinvolti in alcune indagini. 
Sono sotto accusa le attività commerciali del ministro del Turismo Daniela Santanchè che sembrano svolte con una certa disinvoltura.
Il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro poi dovrà essere indagato per violazione del segreto d’ufficio riguardo ai documenti (riguardanti Andrea Cospito) che, pur “riservati”, sono stati pubblicamente utilizzati in parlamento.
Nel frattempo, Ignazio La Russa, presidente del Senato, ha provocato accese polemiche per essere entrato a gamba tesa nella scabrosa vicenda di violenza sessuale in cui è stato coinvolto il figlio Leonardo Apache. 
Forse queste sono le ultime fasi della campagna trentennale in cui la giusta esecrazione della malagiustizia e la critica ai comportamenti disfunzionali dei singoli si sono mescolate ad altro. Dietro tanti argomenti, si annidava l’intolleranza verso la funzione giudiziaria, l’avversione alla sua indipendenza.
Per polemizzare contro la magistratura abbiamo visto di tutto. Chiunque (tra i potenti) fosse coinvolto in un’inchiesta se ne scandalizzava e lo scandalo era appunto la perdita dello status di intoccabile.
Immancabilmente, si trattava di “indagini ad orologeria” e dietro le quinte c’era sempre un complotto di alcuni per danneggiare la parte politica coinvolta. 
Il lato più intrigante della fiction governativa è la ricerca della chiave di lettura nelle vicende di questi giorni. 
È davvero problematico trovarne una, seria, realmente applicabile a tutte. Sicché le reazioni si sono avventurate su percorsi impervi.
Inutile è stata la caccia alla fuga di notizie che avrebbe danneggiato la Santanchè. Ingiustificata la critica alla decisione del Gip di respingere la richiesta di archiviazione per Delmastro, essendo implausibile l’errore di valutazione sulla segretezza dei documenti da parte di un soggetto esperto e competente. Scivolosa è la comprensione espressa dalla Meloni a La Russa come padre, che si era lanciato in un attacco alla persona dell’accusatrice, anziché ispirarsi ad un doveroso riserbo.
In sequenza poi, vanno registrate le iniziative del ministro della Giustizia Carlo Nordio che, sin dal suo esordio, si è assegnato il compito di correggere tutte le storture di cui l’ordinamento, a suo giudizio, è colmo. 
Le idee del ministro sono work in progress, data la matrice ideologica. Sul tappeto, dunque, dopo gli inizi repressivi (decreti Rave e Cutro) ora abbiamo l’eliminazione dell’abuso di potere e la modifica del traffico di influenza (che hanno allarmato l’UE e il presidente Mattarella), la riforma delle misure cautelari con la ripartizione, disfunzionale, di compiti tra giudice monocratico e collegiale, le restrizioni sulla pubblicazione delle intercettazioni. Ma è solo un assaggio. 
Poi altre, meritorie, iniziative: la modifica del concorso esterno nei reati associativi, infine l’immancabile panacea di tutti i mali, la separazione delle carriere dei magistrati. 
Però, c’è sempre una ulteriore frontiera da abbattere, il prossimo tema è il residuo presidio di democrazia: l’obbligatorietà dell’azione penale. Nordio, “l’ultimo giapponese”, come è stato definito da Repubblica, nella sua incontenibilità programmatica è ormai diventato un’anomalia e un caso.
Il “processo giusto” previsto dalla Costituzione, quando tocca la classe politica, è quello che “non s’ha da fare”, parafrasando Alessandro Manzoni. I procedimenti, sgraditi per tutti, sembrano inammissibili, viziati e persecutori, se mettono in discussione i politici. 
Palazzo Chigi, cioè la Meloni, ha fatto circolare una nota dai toni intimidatori verso la magistratura, accusandola, per la quota implicata in queste vicende, addirittura di “guidare l’opposizione” al governo, cioè di volerne contrastare l’azione e di metterne in discussione la vittoria elettorale. 
Il vincitore elettorale è dunque l’arbitro insindacabile degli equilibri e delle regole sociali, e come tale può agire, insensibile ai limiti del buon governo e del rispetto istituzionale. 
Gli interventi in cantiere possono anche mettere in pericolo la cornice costituzionale, la delicata relazione tra organi e funzioni, che costituisce il presidio delle libertà e della democrazia.

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