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Madre Arrighi: Il velo tolto e la danza segreta ⛪

in un giardino fiorito di un collegio una suora sorridente tende la mano ad un'alunna
(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta degli anni di collegio? Spesso le sensazioni: il fruscio di una tunica, l'odore di un giardino o un sorriso che sapeva di libertà. In questo racconto, la memoria torna all’Istituto del Sacro Cuore di Castelletto, a Genova, per ritrovare il volto di Madre Arrighi, una figura che ha saputo trasformare il rigore della clausura nella leggerezza di una danza.

(Daniela Barone) ▪️

Un sorriso tra le tuniche nere

La suora che prediligevo nel maestoso Istituto liberty del Sacro Cuore che frequentai per cinque anni si chiamava Madre Arrighi. Non so quale fosse il suo nome di battesimo. Per tutte le piccole e grandi allieve del collegio lei era Madre Arrighi e basta. Com’era diversa dalle sue consorelle!
Pur indossando la medesima tunica nera, si distingueva per il marcato accento emiliano, i lineamenti perfetti e la dentatura candida ma soprattutto per il sorriso disarmante. Nulla le faceva mai corrugare la fronte. Madre Arrighi era il ritratto della felicità.
Mi sorprendevo spesso di quanto le suore si differenziassero dalle donne fuori dal convento. In primo luogo il loro petto era piatto come quello degli uomini e nessun’altra fattezza femminile traspariva dall’ampia tunica. Poi, nessun capello fuoriusciva dal soggolo ben stretto attorno al viso.
Chissà, forse le suore erano pelate o tenevano i capelli cortissimi. Attorno al collo pendeva una cordicella con un crocifisso, unico ornamento della severa veste.
Esterno liberty di un istituto di suore a Genova

Tra Castelletto e il quartiere popolare

In primavera la mamma mi accompagnava a scuola a piedi passando davanti alla chiesa dei frati di San Barnaba. Poi percorrevamo una crêuza, il tipico viottolo di campagna in mattoncini rossi, e dopo un quarto d’ora raggiungevamo il superbo edificio nel quartiere elegante di Castelletto.
L’Istituto inizialmente mi intimidiva con l’indiscutibile imponenza della facciata e le palme bislunghe che lo incorniciavano ma ben presto mi abituai a quel contesto così diverso dal mio quartiere popolare. 
Quando papà arrivava a prendermi, era proprio Madre Arrighi che lo accoglieva in portineria. La suora giovane e attraente entrava svolazzando nell’aula e, senza mai perdere quel suo sorriso contagioso, mi consegnava a lui. 
Anche papà sorrideva alla sua apparizione, probabilmente in un moto d’ammirazione e lei, per nulla imbarazzata dalla rara presenza maschile, gli raccontava come mi ero comportata e quanto avevo mangiato in refettorio. L’amavo perché non ci sgridava come facevano le altre suore, anzi ci coccolava con carezze e bacetti. 

L'eredità di un ricordo: da figlio a nipote

Forse perché memore della bontà di questa monaca, avevo iscritto il mio primo bambino all’Istituto delle Madri Franzoniane di Sampierdarena, il nostro quartiere. Del resto Francesco non poteva frequentare la scuola pubblica perché non aveva ancora compiuto tre anni.
Qui le suore, apparentemente affabili e accoglienti, si erano rivelate piuttosto intransigenti, soprattutto al momento del pranzo: infatti pretendevano che i piccoli svuotassero sempre il piatto. Di fronte a tanta inflessibilità mio figlio nascondeva nelle tasche del candido grembiulino i pezzetti di carne che non riusciva a masticare e che ritrovavo ogni volta.
Francesco non doveva sicuramente essere entusiasta dell’esperienza: ricordo solo che la mattina, alla vista del grembiulino da indossare, scoppiava in un pianto inconsolabile, forse perché non poteva portare all’asilo l’amatissimo ciuccio. Io, non appena finivo le lezioni a scuola, mi precipitavo a prenderlo per abbreviare il suo disagio.
Di quei mesi che Francesco rimase dalle suore Franzoniane mi restano solo i ricordi dei pezzetti di carne mezzo masticati che trovavo nel suo grembiulino e del suo sguardo languido quando a casa si rimpossessava golosamente del ciuccio. Più viva è naturalmente la memoria dei giorni d’inserimento al nido a Madrid del primo nipotino e poi alla scuola materna d’impronta montessoriana. 
Luca era biondo e bello come il suo papà da piccolo ma infinitamente più loquace, sia in spagnolo che in italiano. Anche lui aveva pianto prima di entrare fra decine di bambini urlanti e le giovani maestre sorridenti. Che pena per lui, piccino di appena otto mesi.

Le stanze sconfinate del Sacro Cuore

Sebbene siano passati moltissimi anni dalla mia infanzia, il ricordo dell’imponente Istituto del Sacro Cuore emerge prepotente su eventi più recenti.  Sarà che assomiglio sempre più ai vecchi che rimembrano sole cose lontane? mi dico divertita. 
Mi rivedo bambina piccola piccola, costretta a riposare con la testa sul banchetto e le braccia conserte dopo il pranzo, quando le suore, rigide nelle tonache nere, oscuravano l’aula per favorire il pisolino. Il tempo non passava perché non mi addormentavo mai e non vedevo l’ora di andare a correre nel giardino degli iris viola odorosi di cipolla. 
Le stanze del Sacro Cuore parevano sconfinate ai miei occhi di bambina. Una sontuosa scala di marmo conduceva alle aule delle Elementari, e più in alto, alle Medie e al Ginnasio. Nel salone al primo piano troneggiava un pianoforte su cui Rita, una maestra riccioluta, unica laica fra quella moltitudine di religiose, suonava note di allegre canzoni infantili. 
Era sempre in questo ambiente dai marmi pregiati che avvenivano le adunanze del sabato, farsescamente simili a quelle mussoliniane rievocate dalla mamma. Qui la Madre Superiora, stralunata e pallida, allargava gli occhi cerulei e premiava con nastrini rosa e coccarde bianche le allieve migliori della settimana. Inutile dire che io non ero mai fra queste, non tanto per il profitto, quanto per la mia esuberanza ardua da contenere.

Il segreto di Madre Arrighi

Le visite in chiesa erano naturalmente frequenti. Più di tutto amavo l’odore dell’incenso e dei fiori che le suore raccoglievano dal giardino lussureggiante. Non vidi mai Madre Arrighi assorta in preghiera. 
Il raccoglimento mi pareva incompatibile con la sua risata argentina e il suo passo svolazzante che la faceva somigliare più che altro ad una ballerina. Chissà, forse la notte nel silenzio della sua cella, si toglieva il velo e scioglieva lunghi capelli bruni. 
Mi piace immaginarla mentre improvvisa qualche passo di danza, spazzola con energia i denti candidi e districa nodi dalla chioma fluente. La vedo muovere le labbra mentre recita frettolosamente le preghiere della sera, prima di abbandonarsi a qualche sogno forse irriverente.
Di certo il Signore avrà benedetto il suo sonno di giovane donna e sarà stato indulgente verso quei piccoli, ingenui peccati di vanità. 

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