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Film: "Io sono ancora qui"

Marina Zinzani. 

Un padre, una madre, cinque figli, una città, Rio de Janeiro, anni 70. È questo lo scenario in cui si racconta la storia vera di “Io sono ancora qui”. 
La felicità di una famiglia descritta nella quotidianità, nei rapporti fra sorelle, nei bagni al mare, in un cane sperduto portato a casa, nei cantanti in voga che invitano a ballare, negli amici invitati a cena, nel rapporto profondo ma anche leggero fra un marito e una moglie.
Quel marito è Rubens Paiva, ex deputato laburista, e un giorno verrà portato via da imprecisati individui, dovrebbe rispondere solo a qualche domanda. Anche la moglie Eunice e una delle figlie saranno portate in un luogo segreto, con un cappuccio in testa. La donna, a differenza della ragazza, vi rimarrà molti giorni, in condizioni indecenti, fra urla strazianti che arrivano fino la sua cella. Perché quello è un luogo di torture, in cui la gente muore.
La felicità raccontata all’inizio del film ha qualcosa di fastidioso, di insopportabile, perché si sa come si è evoluta la storia. Scene di quotidianità, di persone che si vogliono bene, che appaiono a suo modo terribili. Perché la dittatura, il regime autoritario, gli aguzzini e i torturatori, è quello che uccideranno, la preziosità di quei momenti, la vita serena di una famiglia. 
Il tempo passa, ma Rubens non farà più ritorno a casa. Nel Brasile di quegli anni sono migliaia le persone scomparse. La tragedia dei desaparecidos non è avvenuta solo in Cile o in Argentina. Persone sequestrate e buttate in mare dagli aerei, sepolte in grandi fosse comuni. Il non far ritrovare il corpo di un caro scomparso condanna anche i suoi famigliari ad un dolore senza fine.
Eunice, interpretata da un’immensa Fernanda Torres, candidata agli Oscar 2025 come migliore attrice protagonista, ad un certo punto sa la verità sulle sorti del marito. Decide di uscire con i figli e va a prendere un gelato con loro. È una delle scene più toccanti del film. Alza gli occhi, nei tavoli vicini ci sono famiglie, c’è un padre, un marito.
Lei l’uomo che ama non ce l’ha più. Deve essere forte, per i suoi figli. Deve essere determinata, confidare sulle sue forze, mostrarsi sorridente. Paradosso che ricorre più volte nella storia, come se quel sorriso diventasse un baluardo contro l’orrore che ha investito la sua famiglia. Deve essere madre e padre, deve prendere decisioni importanti da sola, e lo farà, con coraggio, come se quel coraggio fosse uno sfregio a chi gli ha rovinato la vita.
Tragedia raccontata di una realtà del Brasile meno conosciuta, tragedia di una famiglia che non riavrà mai il corpo del marito, del padre. Eppure la vita è continuata, questa grande donna, Eunice, non si è pianta addosso, non hai mai pianto di fronte ai figli. E di questa sua forza è permeato tutto il film.
Tratto dal romanzo di Marcelo Rubens Paiva, figlio di Rubens, girato dal regista Walter Salles, frequentatore della loro casa da bambino, il film è anche un atto necessario per non dimenticare gli orrori del passato e che cos’è una dittatura, un autoritarismo, cosa avviene quando si calpestano i più elementari diritti umani, in uno scenario assurdo in cui nessuno alla fine paga.
Potente come poche opere, struggente nella sua poesia di una felicità perduta e crudo e spietato nella rappresentazione del male, questo film diventa monito e memoria, nonché una luce meritata su Eunice, una donna che ha continuato a sorridere.

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