(Introduzione a Daniela Barone). Cosa prova una vita prima ancora di venire alla luce? In questo racconto, la voce narrante appartiene a una bambina che osserva il mondo esterno attraverso i filtri emotivi della madre.
Dal miracolo del concepimento nella notte di San Giovanni a Genova, passando per la nube scura di un lutto improvviso, fino a una nascita avvolta da un evento atmosferico straordinario. Attesa, dolore e rinascita: il legame materno supera ogni tempesta.
(Daniela Barone).
Un inizio invisibile
Ho dovuto viaggiare per otto giorni prima di arrivare dentro il tuo grembo, mamma. Sono così piccola che nessuno può vedermi e nemmeno tu sai della mia esistenza. La notte di San Giovanni, patrono di Genova, hai pregato papà di lasciarsi finalmente andare e così mi avete concepito. Immagino gli scoppi dei fuochi d’artificio e i meravigliosi colori che non sono in grado di percepire mentre mi accoccolo un po’ smarrita in te.
Non so quanto tempo sia passato ma ora mi sento tutta scombussolata. Sto cominciando ad assomigliare a un minuscolo fagiolo o forse a un girino raggomitolato su sé stesso. Tu ti senti stanca e non hai più tanta voglia di portare fuori la seggiola per chiacchierare con le tue vicine.
I primi sussulti
Il medico ti ha detto che sei incinta. Io nascerò in primavera e tu ne sei contenta. Potrai portarmi fuori con temperature più miti ma la nonna sta già sferruzzando dei completini di lana. Marzo è un mese pazzerello, molto variabile, si sa.
Il mio cuoricino batte ora, anche assai velocemente. Sai che ci sono anche se non avverti ancora i miei piccoli sussulti. Tante cose sono cambiate qui dentro. Riesco a muovere le mani, a scalciare e a succhiarmi il pollice. Sarà molto più appagante succhiare il latte tiepido dal tuo seno grosso e morbido, immagino. Faccio anche la pipì. Tu però continui a ignorarmi.
Cosa devo fare perché tu ti accorga di me? Sarà sempre così, mamma? Fuori da te ti occuperai di me con dedizione, ti prenderai cura delle mie necessità, del mio bisogno d’amore? Non senti come batte forte il mio cuore?
Sai, ora mi diverto a fare capriole nel piccolo mare dentro di te. Mi giro e mi rigiro, sembro impazzita. Chissà se la vita fuori sarà altrettanto divertente. Nascerò e crescerò pazzerella come marzo, ne sono sicura e ti porterò tanta gioia.
È capitata una cosa stupenda ieri. Ho sentito chiara e forte la tua voce. Hai riso perché per la prima volta mi hai sentito muovere. Hai appoggiato la mano sul pancione e io ho assaporato il tuo calore. Non posso parlare, peccato.
Altrimenti ti avrei detto che ti voglio già bene e non vedo l’ora di conoscerti. Chissà come sarà il mondo fuori. Qui sono cullata da onde tiepide ma sinceramente sono stanca di questo buio e dei rumori ovattati. Sai, sono proprio curiosa di vedere il tuo viso e quello di papà.
L'ombra del dolore
Un giorno qualcosa è cambiato. Mi sento scuotere dai tuoi singhiozzi e non so perché. Piangi tutti i giorni e papà non ce la fa a consolarti. Cosa posso fare per te, mamma? Faccio mille capriole nella speranza di risollevarti ma invano. Sei disperata perché la nonna se n’è andata improvvisamente.
Continui a dire che era tanto giovane e non pensi più a me. Il medico non può darti tranquillanti perché mi nuocerebbero. Tutti intorno a te cercano di confortarti ma tu sei piombata in un pozzo più scuro del tuo grembo. Non capisco, mamma.
Sto provando un misto d’ansia e timore. Sarai capace di amarmi? Mi accetterai? Appena nascerò il mio compito sarà quello di consolarti e compiacerti, te lo prometto. Un fardello per un esserino come me, uccellino implume e impotente.
Il viaggio verso la luce
Il tempo passa. Sono sempre più grossa e adesso muovermi non è più così facile. Mi sono messa a testa in giù da un po’. Qualcosa deve accadere presto, lo sento. Ogni tanto mi sento strizzare nel tuo grembo. Non è piacevole, sai. I miei pensieri sono interrotti da un tramestio che si fa sempre più forte.
Sto scendendo a testa in giù per un abisso oscuro e angusto e mi sento soffocare. Due mani mi afferrano per la testa, lentamente mi aiutano a sgusciare da te e dopo poco sento il mio pianto. Che freddo fuori. Che luce accecante. Dove sei, mamma?
Prima di vederti mi lavano, mi pesano. Sorridono tutti ed io mi sento accolta. Quando mi avvicinano a te vedo per prima cosa i tuoi capelli rossi arruffati e sudati. Non so se piangi o ridi, sembri esausta. Anch’io sono tanto stanca, mamma, ora che mi hanno avvolta in fasce bianche e strette.
Il sonno mi appesantisce le palpebre appiccicose e lievemente mi arrendo ad esso. Una volta sveglia, mi appoggiano al tuo seno da cui scorre un liquido dolce che sa di buono. Mentre succhio ti vedo sorridere. Ci piacciamo, mamma, lo sento.
Daniela Elia
Mi chiamerò Daniela. È la nonna che aveva scelto questo nome ma tu, non contenta, mi dai anche un secondo nome, Elia, il suo. È il primo giorno di primavera.
Ha nevicato tanto: pare che una nevicata così intensa non si verificasse a Genova da diversi decenni: l’infermiera raccontava di aver visto molti ragazzi che addirittura scendevano per le vie imbiancate su rudimentali sci di legno. Sto pensando con apprensione a papà che sicuramente faticherà a raggiungerci nella città paralizzata dal maltempo. Non vedo l’ora di conoscerlo.


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