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Insegnavo inglese nella scuola professionale: tra gonne al ginocchio e domande sul sesso

doppio disegno: a sinistra il preside rozzo e severo con l'alunno indisciplinato; a destra l'insegnante con gli alunni mentre parla di una canzone di Piero Pelù
(Introduzione a Daniela Barone). Gli anni Novanta nelle scuole professionali hanno rappresentato un microcosmo di transizioni sociali e generazionali. In questo racconto, una giovane insegnante di inglese condivide l'impatto con l'Istituto Professionale di Vigevano: un ambiente ruvido, dominato da dinamiche maschiliste e presidi grotteschi.
Tra provocazioni e sanzioni, sarà l'ascolto empatico e un progetto di educazione affettiva – ispirato alle note dei Litfiba – a trasformare un conflitto di classe in un'autentica occasione di accoglienza e crescita reciproca.

(Daniela Barone).

L'arrivo all'IPSIA di Vigevano: dalle illusioni alla realtà

Quando diventai insegnante di ruolo nel 1991 avevo 35 anni. La scuola che mi venne assegnata era l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato di Vigevano. Pur avendo dovuto rinunciare alla cattedra in un liceo per il mio punteggio non altissimo, mi sentivo comunque abbastanza serena.
Infatti dieci anni prima a Genova avevo già insegnato in una scuola del genere, anche se nel corso degli Odontotecnici, notoriamente formato dagli alunni più disciplinati, chissà perché.
Il mio primo anno di prova era trascorso senza intoppi. Avendo usufruito della provvidenziale riduzione d’orario per l’allattamento del mio terzogenito, mi ero mossa senza troppe difficoltà nelle sole classi quarte e quinte.
Certo la mia materia, l’inglese, non era fra le più gradite agli alunni ma tutto sommato ero stata accettata o comunque sopportata con educazione. Anche i colleghi, per lo più uomini, mi avevano accolto con simpatia e aiutato nei rari momenti di difficoltà.
foto degli insegnanti della scuola, uomini e donne e in primo piano una donna bionda giovane

L'arena degli "Elettrici" e la barriera del pregiudizio

L’anno successivo avevo intrapreso con fiducia l’insegnamento nei due corsi triennali degli ‘Elettrici’, come venivano chiamati. Si trattava di sei classi, per un totale di 18 ore. Quello che si definisce una “cattedra completa”, insomma. Dopo sole due settimane dovetti amaramente ricredermi: i ragazzi erano per lo più insolenti e rumorosi. 
Forse anche il mio modo di vestire non castigato non aiutava: ai loro occhi di ragazzetti, abituati a un esercito di compagni e di docenti maschi, io ero soltanto una giovane donna attraente e poco carismatica. Le mie colleghe donne non vennero mai in mio aiuto, non so se per invidia o per pura indifferenza. Quasi tutte erano più vecchie di me, tonde e trascurate ma almeno sapevano imporre la disciplina in classe meglio di me. 
Almeno era quello che percepivo dai loro sguardi sussiegosi e dal chiacchiericcio che accompagnava il mio ingresso in sala professori. Di certo non volevo rinunciare a vestirmi come mi piaceva, con gonne appena al ginocchio e pantaloni aderenti. Possibile che per farsi rispettare dai ragazzi occorresse vestirsi come suore laiche?
Inutile parlarne con la Vicepreside, oltretutto mia vicina di casa. Da anni lei faceva la “vicaria” e non doveva più entrare nelle “arene” scolastiche come me. 

Il Dirigente: una macchietta grottesca in Presidenza

E che dire del nostro Dirigente, il Preside, come si diceva in quegli anni? L’uomo, per nulla consapevole del suo ruolo autorevole, si aggirava per l’istituto con aria truce e usava spesso un linguaggio da caserma con i ragazzi più indisciplinati. 
Ben pochi capivano i suoi epiteti, dato che quando era infuriato ricorreva ad espressioni oscuramente colorite del suo dialetto calabrese. Con me, come con le poche docenti giovani che si recavano in Presidenza per qualche problema, il Capo Istituto dava il peggio di sé: sorrideva sornione e si complimentava per il nostro aspetto fisico. 
Non era facile sottrarsi alle sue avances quando ci accompagnava alla porta con un saluto mellifluo tentando di toccarci il didietro. 
Anche il suo eloquio era comicamente sgrammaticato e improprio. Come apprezzare un preside che se ne usciva con frasi tipo: «Certi alunni sono proprio allo stato bravo. Dobbiamo ricondurli alla retta vita, anche con le maniere dure, se occorrebbe». 
Una macchietta grottesca su cui i miei colleghi si sbellicavano dalle risate al bar nella pausa caffè. Sopravvivere ad un capo simile pareva più arduo che fronteggiare gli alunni, pensavo con sgomento certe volte. Non capivo come un individuo così ignorante avesse potuto laurearsi e addirittura diventare Preside.
Era laureato in Chimica e nel tempo libero aiutava la moglie nella loro farmacia. Pare che la povera donna non gradisse il suo intervento, visto il modo irrispettoso con cui trattava le clienti più giovani e irrideva quelle più anziane e malate. 

La sfida con C. R. e lo scontro della gomma da masticare

Intanto io mi dibattevo fra tante difficoltà nella 3^EA, in cui un ragazzo in particolare trascinava i compagni nelle sue battute irriverenti e boicottava il mio lavoro in classe. C. R. non era molto alto. Aveva capelli scurissimi, occhi di brace e una bocca carnosa quasi femminile. Sapeva di essere carino e tendeva a trattarmi come se fossi una sua coetanea. 
Chiarii subito che non poteva prendersi simili confidenze con me e lo invitai a seguire le lezioni senza mettersi al centro dell’attenzione di tutti. Intervento inefficace il mio perché non seppi dare spazio al suo protagonismo nel modo giusto, magari lodandolo quando dava risposte corrette o si comportava con maturità.
In quei giorni i bidelli si aggiravano per la scuola con secchi di vernice bianca e pennellesse per ridipingere i bagni dei ragazzi, insozzati da scritte ingiuriose e sessiste nei confronti di alcune docenti. Dallo sguardo di Secondo, il bidello del nostro piano, avevo intuito che anch’io ero stata oggetto di quelle frasi sconce. 
Anche la risatina ironica sul viso di C. R. non lasciava spazio a dubbi. Avevo però deciso di far finta di nulla per non inasprire il conflitto. Ma fare lo gnorri non si rivelò una tattica vincente. Uscendo dalla classe, venni colpita da una pallina masticata di chewing-gum rosa che si impigliò nella trama del mio maglione. Feci in tempo a vedere C.R. che ridacchiava in un angolo. 
Lo afferrai per un braccio sopraffatta dalla rabbia e lo condussi in Presidenza a dispetto delle sue proteste. La reazione del Preside mi fece amaramente pentire della mia decisione: il ragazzo venne sepolto da una montagna di insulti irripetibili, più consoni a una taverna che a un ambiente scolastico. 
Per un istante temetti persino che l’uomo prendesse a botte lo "scimunito", come l’aveva apostrofato; per fortuna si limitò a scribacchiare sul registro di classe che l’alunno veniva sospeso per tre giorni a causa del comportamento irrispettoso nei miei confronti.
Copertina del disco Il mio corpo cambia dei Litfiba.

"Il mio corpo che cambia": la svolta con i Litfiba

Per giorni mi interrogai sull’accaduto. Alla fine, anche dopo un confronto con i colleghi del Consiglio di Classe, si decise di interpellare lo psicologo dell’istituto, un giovane simpatico e preparato con cui studiammo una strategia particolare. 
Secondo Luca si poteva attuare in quella classe un percorso di educazione sessuale ed affettiva che avrebbe potuto far emergere le problematiche di C. R. e dei suoi compagni. Chiamammo il progetto "Il mio corpo che cambia", anzi furono proprio i ragazzi a scegliere questo nome. 
A loro ricordava la canzone dei Litfiba che ben spiegava lo smarrimento giovanile nei confronti della pubertà. "È il mio corpo che cambia/ nella forma e nel colore./ È in trasformazione / è una strana sensazione..."/.
L’atmosfera in classe, dopo lo stupore iniziale dei più, era distesa e allegra nel contempo. Dopo l’ascolto della canzone io avevo raccontato ai ragazzi quanto mi piacesse il solista Piero Pelù. La mia confidenza ebbe il potere di creare una sorta di complicità con loro. Persino C. R., che aveva perso il suo solito sorriso strafottente, appariva partecipe e insolitamente collaborativo. 
Forse la mia passione per il cantante toscano mi avvicinava di più a loro che mi vedevano come una persona e non solo come un’insegnante. Era solo un punto di partenza, lo sapevo bene, ma sia io che Luca fummo piacevolmente sorpresi dall’accoglienza del progetto da parte della classe. 

Oltre il sesso: le paure e i sentimenti degli adolescenti

Lo psicologo invitò i ragazzi a scrivere in forma anonima delle domande sugli argomenti attinenti all’iniziativa ed ebbe risposte esaustive per ognuno di esse. Curiosamente molti loro interrogativi riguardavano maggiormente l’aspetto sentimentale più che quello meramente sessuale. 
Come ci si comporta per corteggiare una ragazza? Come si attrae una che ci piace? Quanto conta per una femmina il fisico di un maschio? È normale essere coinvolti solo platonicamente? Le domande sgorgavano come un fiume in piena e richiesero diverse sessioni dello specialista. 
Fu divertente vedere dai disegni dei ragazzi come si percepivano fisicamente e come immaginavano intimamente una ragazza. Tabù, paure, pregiudizi da sfatare ma rivelatori di un’età complicata e complessa.
Il prodotto finale del progetto fu un libretto scritto e illustrato dai ragazzi stessi. Purtroppo, per mancanza di fondi l’iniziativa non venne ripetuta e del resto, l’insensibilità del nostro Dirigente, non fu di alcun aiuto. 

Una sfida vinta: dal bullismo al rispetto reciproco

Sarebbe irrealistico pensare che i rapporti fra me e lo studente screanzato fossero diventati idilliaci. Con lui ci furono naturalmente altri piccoli scontri ma dopo un po’ di mesi ebbi modo di constatare con piacere un miglioramento del suo rendimento scolastico e della condotta. C.R., inutile dirlo, era un leader nella classe, una sorta di capetto supponente che influenzava i compagni. 
Una volta, forse per provocarmi, mi aveva chiesto con un tono lievemente sarcastico se per me era un ripiego insegnare inglese a ragazzi demotivati come quelli della nostra scuola; io avevo risposto che avevo accettato la sfida, difficile ma non impossibile. Quando avevo aggiunto che i ragazzi dell’IPSIA erano sì faticosi da gestire, ma in fondo tanto più simpatici dei "signorini del liceo", C. R. aveva sorriso. 
Si era ravviato i capelli neri impastati di gel e si era allontanato con l’andatura da bulletto adottata magari per essere accettato e riconosciuto come un duro. Credeva però alle mie parole e questo mi dava una soddisfazione difficile da spiegare.

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