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Giulia Cecchettin, la violenza tra i giovani

Il funerali di Giulia Cecchettin a Padova
La crisi di una generazione nel percorso di responsabilità


(Angelo Perrone) Accade sempre dopo ogni femminicidio. Reazioni immediate e lodevoli intenti, spesso fuochi di paglia, destinati a lasciare le cose come prima, almeno a prima vista.
Nel caso di Giulia Cecchettin, però, l’emozione per il delitto è diventata un’onda, che travolge tutto e ogni persona.
L’invito di Elena, la sorella più grande, a «fare rumore», cioè a reagire energicamente, ad assumersi responsabilità, a cambiare rotta, è stato capace di scuotere le coscienze dal torpore. Ha indicato un modo diverso di reagire, non limitato al silenzio, ha espresso l’esigenza di consapevolezza. Ovunque, nelle manifestazioni, si è diffuso il colore rosso, per simboleggiare la lotta alla violenza di genere. Anche la politica ha manifestato sussulti. 
Sarebbe illusorio pensare che basti questo per risolvere il problema della violenza di genere, delle aggressioni fisiche e verbali, delle discriminazioni ai danni delle donne. Non solo le misure vanno messe in atto e occorrono sforzi ingenti. Servirà altro per creare un sistema di protezione adeguato, di repressione delle violenze, e prima ancora di eliminazione delle cause. 
È in discussione il processo di emancipazione individuale e sociale, dopo il tracollo degli archetipi di ruolo. Pensare di rendere esemplare l’azione dello Stato solo in tema di violenza di genere senza farsi carico dell’efficienza del comportamento pubblico nella scuola, nella giustizia, sui luoghi di lavoro, sarebbe illusorio. Soprattutto, non si può prescindere dalla ricerca della ragione d’essere di tanti comportamenti devianti.
Se la vita è fatta come è fatta, se i maschi sono così “irrequieti” e non sanno tenere le mani a posto di fronte ad insuccessi e delusioni, e se non riescono a fare altro che “sfogarsi” con le donne, ebbene bisogna farsi domande radicali.
Perché maschile e femminile sono diventate parole incandescenti e problematiche? Perché l’uomo è così a disagio con il proprio genere, e per quale motivo le nuove generazioni fanno fatica ad affrontare le relazioni affettive e a praticare il confronto con l’altro sesso.
Non che il mondo prima fosse un luogo sereno e tranquillo, affatto. Eppure, a parte le forme di apocalisse (guerre, disastri climatici, pandemie) che hanno accompagnato il nuovo millennio, oggi il male in sé sembra farsi più pervasivo e dirompente se è giunto a corrompere, come nel caso di Giulia, anche le generazioni più giovani. 
Sarebbe difficile individuare in questa vicenda il fattore che più di ogni altro ha scosso l’immaginazione di tutti, ponendo le coscienze davanti al dramma. E non basterebbe limitarsi a ricordare le parole di Elena e i gesti del padre di Giulia, pur dirompenti.
Qui, osservando i personaggi, spunta un groviglio di volti dolorosi e un intreccio di temi, che non sappiamo ricondurre ad una parola sola, perché l’omicidio di Giulia è un male grande, connesso alle visioni del mondo.
Lo scandalo è l’appassire della bellezza sulla faccia della terra e la nascita di così tanti “fleurs du mal”, fiori del male, come direbbe Charles Baudelaire. Esistono infiniti intrecci della malvagità, ma a preoccupare di più, in questa tragica vicenda, è la fatica delle nuove generazioni, la fragilità dei giovani, quel grado alto di malessere che caratterizza il loro stare nel mondo. 
La crescita dell’individuo per imparare a relazionarsi con il prossimo non riesce a superare la prova più ardua, e diventa insostenibile il confronto con l’altro da sé per eccellenza, il genere femminile. 
La cifra di vicende tragiche come quella di Giulia è altrove, in qualcosa oltre il prevedibile mutamento di interessi e sentimenti. C’è la constatazione di un trauma irrisolto, e non elaborato, nella stagione della vita che conduce ciascuno verso l’autonomia personale e l’affermazione di sé. Non a caso questa incompiutezza esistenziale si manifesta con episodi di regressione infantile, quali il ricorso all’orsacchiotto, che la sera un giovane di 22 anni, come Filippo Turetta, ha bisogno di stringere a sé per addormentarsi.
Nel gesto che ha messo fine alla vita di Giulia c’è l’incapacità di accettare la libertà dell’altro, a partire da quella sessuale, ma anche altro. C’è l’incapacità di rendersi autonomo nel percorso di crescita, di imparare a vivere la solitudine propria; qualità che sono alla base del rispetto di decisioni altrui, come la conclusione degli studi e i primi passi nel lavoro, che può capitare di incrociare. 
Per le nuove generazioni, il mondo è diventato più “vasto” per le potenzialità tecnologiche, per l’aumento di frequentazioni e licenze, più difficile da conoscere e più insidioso da attraversare.
Ma, proprio mentre accade questo, ecco che si fa più precaria ed effimera la consapevolezza individuale. Si rimane nel contesto delle relazioni primarie (quelle con la famiglia), incapaci di svolgere il necessario processo di separazione, che prelude alla maturità. Si innesta la dinamica estraniante della dipendenza dagli oggetti pervasivi come lo smartphone e il mondo virtuale dei social.
La difficoltà di procedere verso l’autonomia personale accentua la fragilità e la rende narcisistica, chiusa in sé stessa, timorosa verso l’altro. Il giovane non regge alle prove inevitabili che lo attendono, la fine delle esperienze sentimentali, gli insuccessi scolastici, i fallimenti lavorativi. 
Mentre in altre vicende analoghe interferiscono fattori d’altra natura, qui sembra proprio che, tra i giovani, si adombri limpidamente la difficoltà esistenziale di emanciparsi. La cosa ci sconvolge e annichilisce per la fiducia che riponiamo in loro riguardo alla possibilità di un futuro migliore. Sono sempre più giovani gli uomini che uccidono le donne. Per questo il femminicidio da fatto di cronaca diventa fenomeno strutturale.
La complessità di questa stagione della vita renderebbe imprescindibile, come mai, una guida ideale di alto livello e un orientamento solido. Un aiuto e un sostegno utili a tutti, ma determinanti per i giovani all’inizio del cammino.

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