Passa ai contenuti principali

Il perdono di un padre

di Marina Zinzani

Il tema del perdono è al centro del film “Una figlia”, con Stefano Accorsi come protagonista e per la regia di Ivano De Matteo. Accorsi, che interpreta la figura del padre, offre un’interpretazione intensa e drammatica, assieme a quella di Ginevra Francesconi, che rende molto bene la discesa negli inferi di sua figlia. 
Il padre, vedovo, ha cercato di rifarsi una vita con una giovane donna, sono innamorati, c’è un futuro che li aspetta.
Ma la figlia non sopporta questa nuova figura femminile nella sua casa, e una sera fa qualcosa di terribile ed irreparabile. Un secondo di follia, come fosse un videogame. Per la figlia si apriranno le porte del carcere, e il regista sembra portare lo spettatore dentro la sua cella, assieme alle altre detenute, partecipe dell’abisso in cui è caduta.
La nuova realtà del padre è da tragedia greca, oltre ogni immaginazione. Un urlo che farà fatica ad uscire. Odia la figlia, per avergli portato via la donna che amava. Il perdonarla significherebbe non rendere rispetto alla compagna e al suo dolore di uomo. Lui non si sente più un padre, dice che non ha più una figlia. Il suo dolore di uomo prevale su tutto.
Poi i fili si snodano, accadono eventi, qualcuno suggerisce un riavvicinamento del padre alla figlia, che ha bisogno di lui.
Il film, duro e realista, solleva interrogativi, non offre soluzioni, e comunque, qualsiasi possa essere il finale umano e giudiziario della giovane, il padre è distrutto. La figlia è una ragazza fragile che non ha metabolizzato la perdita della madre, lui non si è accorto del suo disagio profondo. Ma è pure una realtà come tante, in cui i rapporti spesso sono superficiali, e i genitori hanno difficoltà di dialogo con i figli adolescenti, dialogo a volte impossibile.
Una frase finale rimane nella mente: “Un genitore non può mai smettere di essere genitore, qualunque cosa accada.” Verità profonda, che include la rabbia, lo sgomento e forse alla fine il perdono.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

Tra rigore del velo e libertà del cuore: il mio viaggio nella fede ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Crescere nell'Istituto del Sacro Cuore di Genova negli anni Sessanta significava abitare un universo di simboli austeri e silenzi carichi di attesa, dove la fede veniva impartita come un dovere tra divise blu e velette nere. In questo racconto, l'autrice ripercorre il sentiero tortuoso che l’ha portata da una formazione basata sul timore alla riscoperta di una spiritualità libera, capace di curare le ferite del passato e scoprire che Dio abita altrove rispetto alla paura. (Daniela Barone) ▪️ L'Istituto del Sacro Cuore: un mondo in bianco e nero Era stato mio nonno a volermi mandare all’Istituto del Sacro Cuore che frequentai per due anni di ‘asilo’, come si diceva allora, e tre di elementari. Ricordo ancora quanta insofferenza provavo per quella scuola prestigiosa e severa. Mio padre, all’epoca autista dei mezzi pubblici, non avrebbe potuto certamente permettersi di pagare quelle rette elevate. Però la Madre Superiora, Suor Platania, dagli s...

La fantasia smarrita

di Cristina Podestà   (Commento a Brondi, Magia del regolo, tra fiaba e tecnologia, PL, 12/6/16) Regolo è termine che riconduce a molte realtà: alla stella della costellazione del Leone, ad un calcolatore meccanico, ad un tipo di uccello protetto. Il mondo contadino di un tempo era davvero ricco, non di pane, bensì di tutto ciò che manca al giorno d'oggi, in cui abbiamo in abbondanza pane e companatico.

La voce di Dio ai tempi del terrore

di Marina Zinzani (Commento di Angelo Perrone) (ap) È dedicato a padre Daniele Badiali, da Faenza, questo racconto. Il terrore attraversa il nostro tempo, fa strage di vite innocenti, violenta le anime di tanti, e insieme rapina il diritto ad una esistenza serena ed operosa. Non solo a Parigi e Bruxelles, ma in tante parti del mondo.  Ovunque l’uomo è barbaramente ucciso, perseguitato, umiliato od offeso. Pone interrogativi che lasciano sgomenti e rimangono senza risposte. Come è possibile? Cosa spinge l’uomo (perché anche i terroristi lo sono, nonostante tutto) al male atroce, assurdo, intollerabile, incomprensibile per la mente umana?