(Introduzione a Daniela Barone). Cosa succede quando il ruolo pubblico di un genitore crolla sotto il peso della realtà privata? In questo memoir, un'insegnante referente per il progetto dipendenze si ritrova a fare i conti con l'arresto del figlio sedicenne. Attraverso una narrazione che scava nei silenzi, nei fallimenti educativi e nelle assenze, l'autrice ci conduce lungo il filo teso del rapporto con un figlio. Dalla vergogna in questura alla maturità della redenzione, una storia intensa sulla forza silenziosa del saper restare, anche quando tutto sembra crollare.
(Daniela Barone).
Una telefonata nella notte
Tutto ebbe inizio una sera d’estate dopo mezzanotte. Mi ero addormentata da poco, sicura che il mio figlio sedicenne Giorgio non avrebbe tardato molto a rincasare. Il suono del cellulare mi destò: «Signora Balbi, chiamo dalla questura di Bergamo.
Lei è la madre di Giorgio Valsecchi, vero?». Confermai che sì, ero proprio io. Cosa era successo? «Signora, dovrebbe raggiungere il nostro ufficio in Via Noli, 26. Il suo ex marito è appena stato convocato e non ci metterà molto ad arrivare».
Ancora confusa per il sonno interrotto bruscamente, mi preparai in fretta e furia con il cuore in subbuglio e scesi in strada dove era parcheggiata la mia auto. Perché mai mio figlio si trovava in questura? Cosa diavolo aveva combinato?
Di sicuro non ero stata contattata per le tante multe che aveva preso sfrecciando in città col motorino, incurante di divieti e limiti di velocità. Doveva averne combinata una grossa, maledizione.
Il paradosso della bilancina marrone
Entrai nell’ufficio dove erano seduti mio figlio e suo padre. Un poliziotto dai modi garbati mi spiegò che Giorgio era stato fermato in centro con alcuni ragazzi mentre smerciava erba. A conferma dell’accaduto imbarazzante, mi indicò la bilancina dietetica marrone trovata in suo possesso. Ecco dov’era finita.
Ma perché mio figlio se ne era impossessato? Pazientemente mi fu spiegato che serviva per pesare la marijuana di cui mio figlio era stato trovato in possesso. «Oh, Santo Cielo. Non posso crederci» balbettai fra i singhiozzi. «Non faccia così signora. Suo figlio è un bravo ragazzo» rispose il questurino nel goffo tentativo di confortarmi.
«Se fosse come dice lei, agente, non mi avreste contattato a quest’ora, le pare?» avevo sibilato lanciando un’occhiataccia a mio figlio. Tutto si era risolto con la raccomandazione di rivolgermi al SERT, il Servizio per le Tossicodipendenze dove avrebbero preso in carico mio figlio.
Il SERT? Come potevo seguire questa indicazione? Io, come insegnante referente del Progetto per le Dipendenze della mia scuola, collaboravo con il Dr. Gimetti, preposto a iniziative di riabilitazione e supporto psicologico. Come avrei potuto far seguire mio figlio nella struttura in cui io stessa prestavo servizio?
Ero sopraffatta dalla rabbia e dalla vergogna. Una volta fuori dalla Questura, il mio ex marito ebbe la sfrontatezza di osservare che erano stati commessi errori educativi, lasciando intendere che fosse unicamente colpa mia. Non l’avevo degnato di risposta, offesa per la sua reazione di padre assente eppure critico nei miei confronti.
In auto verso casa Giorgio era rimasto silenzioso, chiaramente umiliato e dispiaciuto per l’accaduto. Probabilmente a ferirlo maggiormente erano state le mie parole pronunciate con durezza all’ingresso in casa: «Mai avrei pensato che potessi deludermi così, mai e poi mai».
I segnali ignorati
Mi era tornato alla mente il colloquio con la Preside delle Medie: «Signora, Giorgio ha compiuto gesti irrispettosi nei confronti di alcuni insegnanti ed è stato colto a vendere merendine ai compagni durante l’intervallo. Lei non si è accorta di niente? Lui dice di averle prese da casa».
Con vergogna dovetti ammettere che no, non lo sapevo e m’incolpavo per non essere stata più vigile. «Nonostante abbia preso delle note non ritengo opportuno procedere alla sua sospensione, Signora. Giorgio ha un’intelligenza brillante a detta di tutti i docenti.
Però vorrei dirle una cosa: suo figlio ha una spiccata tendenza alla trasgressione, forse come conseguenza della vostra separazione. Accade più spesso di quanto non si pensi. È il suo modo di chiedere aiuto. Gli stia vicino».
Come aveva avuto ragione! E anch’io, poi, non ero poi stata tanto meglio di suo padre: presa com’ero dalle mie traversie sentimentali non gli avevo dedicato le attenzioni necessarie. Dopotutto era solo un adolescente, per di più a disagio per i rapporti conflittuali fra me e suo papà.
Punito da me e dal padre con il divieto di usare il motorino per tre mesi, Giorgio parve dedicarsi di più allo studio diradando le uscite con gli amici. Del resto, vivendo in periferia, gli risultava complicato spostarsi senza la moto.
Ci pensò suo padre a rovinare tutto annullando il castigo dopo solo tre settimane. Il mio risentimento nei suoi confronti era tale che passai ore al telefono con l’amica del cuore per sfogarmi sul comportamento del mio ex marito.
Anche se la comunicazione tra noi era praticamente inesistente, l’avevo comunque contattato per supplicarlo di non raccontare nulla a mio padre: il pover’uomo sarebbe morto di crepacuore se avesse saputo in che guaio si era infilato l’amato nipote.
La spiaggia di Laigueglia e il "patatrac"
Passarono cinque anni in cui erano accadute molte cose. Io mi ero risposata con un uomo dispotico per cui mio figlio, in grande disaccordo con lui, aveva deciso di andare a vivere dal padre. Mai scelta fu più disgraziata: lui conviveva con una donna che detestava mio figlio almeno quanto il suo patrigno.
Avvenne così che Giorgio, al terzo anno di università, chiese al padre di pagargli l’affitto di un piccolo appartamentino nell’hinterland milanese. Poiché la convivenza con la matrigna era causa di liti in famiglia, lui preferì andare a vivere per conto suo.
Nell’estate del 2004, mentre mi ritempravo dalla separazione dal secondo marito al sole di Laigueglia, avvenne il patatrac. Giorgio era venuto a trovarmi. Aveva una faccia pallida sotto l’abbronzatura leggera: che fosse malato? Non dovetti aspettare a lungo per sapere cosa era accaduto.
«Mamma, sono nei guai con la legge» mi confessò piangendo. Ero allibita. Aveva forse violentato una ragazza? Scartai subito l’idea: Giorgio era molto attraente e non aveva mai avuto problemi con l’altro sesso. Aveva rubato? No, niente di tutto questo.
Incurante dei trascorsi con le forze dell’ordine, aveva continuato imperterrito nella vecchia abitudine di vendere erba. I carabinieri erano stati a casa sua e gli avevano sequestrato 3000 euro, frutto del suo traffico. Aveva aggiunto che faceva un modico uso di droghe leggere. Al mio stupore aveva precisato: «Sai, non fa male la marijuana, anzi, mi aiuta a concentrarmi nello studio».
D’accordo, ma perché spacciarla? «Papà mi passa 500 euro al mese ma 400 servono per pagare l’affitto dell’appartamentino. La vendo perché altrimenti non riuscirei a mantenermi, capisci? Però sto studiando seriamente. Mi mancano pochi esami per ottenere la laurea triennale».
Io capivo solo che era seriamente nei guai e gli serviva l’assistenza di un legale. Potevo ignorare il suo grido di aiuto? Mi chiese perdono e mi domandò se potevo riprenderlo a casa. Il ritorno del Figliol Prodigo, pensavo. Ebbi pena per lui, lasciato a se stesso dal padre.
Certo l’avrei ripreso con me ma di sicuro non gli avrei riservato lo stesso trattamento festoso della parabola evangelica. Perché mai non si era rivolto a me prima? L’avrei aiutato se avessi saputo delle sue difficoltà. Ma Giorgio si vergognava di avermi lasciato per andare a vivere dal padre e non aveva osato chiedere il mio soccorso, tanto meno quello dei nonni.
Ricordo di avergli rinfacciato le cattive compagnie che frequentava nel nostro quartiere ma la sua replica mi aveva raggelato: «Mamma, le cattive compagnie sono io». Non era però il momento di colpevolizzarlo: ora avrei dovuto cercare al più presto un avvocato per risolvere la situazione in cui si era ficcato.
Il riscatto e la terra dell'Oltrepò
Tornato a vivere da me, mio figlio si comportò in modo irreprensibile, forse anche per cercare di riconquistare la mia fiducia in lui, irrimediabilmente sfumata. Non me la sentivo nemmeno di fargli i complimenti per i buoni voti dei suoi esami, anche se in qualche modo gli facevo sentire che ero al suo fianco.
Giorgio si impegnò in tutti i modi per rimborsarmi le ingenti spese che dovetti sostenere quasi interamente da sola per il suo processo: operò per mesi come tutor all’università, ottenne borse di studio e lavorò anche nelle vendemmie agostane e settembrine dell’Oltrepò Pavese. Finalmente nel marzo 2008 venne assolto con la formula "il fatto non sussiste".
Il seguito scorse liscio e promettente: dopo la laurea in Ingegneria e il dottorato Giorgio si stabilì a Valencia da Alejandra, ragazza dolce ma volitiva che diventò sua moglie e madre dei suoi figli.
Oltre la trasgressione
Mio figlio è rimasto in fondo quel bambino un po’ ribelle che non tollerava le punizioni dei genitori senza un’adeguata motivazione. È tuttora indomito eppure orientato ai punti cardinali della sua crescita personale, quali amicizia, amore, libertà, responsabilità.
Oggi io amo e rispetto il suo complicato mondo interiore; ogni mio gesto, anche il più piccolo, ogni parola affettuosa, sono segni della mia presenza silenziosa che mai svanirà e lui ne è consapevole.

Commenti
Posta un commento