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Veleno per topi: il sacrificio disperato di una madre contro l'orco 👹

Una donna siede in cucina vicino al tavolo con una bustina di veleno per topi in mano
(Introduzione a Vespina Fortuna). In quest’altro capitolo delle “Donne maledette”, storie immaginarie di donne che hanno vissuto sulla loro pelle un orrore, l’autrice ci porta dentro le mura domestiche di un matrimonio forzato, trasformato in un calvario quotidiano di percosse e sottomissione. 
Questa volta l'orrore non si consuma nel silenzio della rassegnazione, ma si trasforma in una lucida e spietata ribellione nel momento stesso in cui si accende la scintilla della maternità. Il corpo martoriato della protagonista diventa lo scudo per proteggere una nuova vita non ancora nata, spezzando con un gesto estremo la catena generazionale della violenza. 
(Vespina Fortuna).

La razione quotidiana

Maleditemi pure, se volete, non m’importa! Ho dovuto fare ciò che ho fatto, l’ho dovuto fare, secondo coscienza. Era un uomo spregevole il mio. Mi picchiava prima di andare al lavoro, ogni mattina, perché diceva che almeno era sicuro che non sarei uscita a fare la smorfiosa con altri uomini.
Mi lasciava con gli occhi gonfi e gli zigomi sanguinanti. Al ritorno, prima di tornare a casa si fermava all’osteria a bere e quando lo sentivo salire le scale, già sapevo che ne avrei buscate altre. Ogni sera trovava una scusa per picchiarmi: la cena era fredda, era poca, era salata, era insipida o chissà cos’altro.
Era ubriaco e non aveva più fame, così mi dava la mia bella dose di schiaffi serali e se ne andava a letto a smaltire la sbornia. 

La legge del silenzio e della vergogna

Non l’ho mai amato, me l’hanno fatto sposare per forza perché alla mia età rischiavo di rimanere zitella e non si può. Magari nemmeno lui mi ha mai voluta, mi ha sposato solo perché così avrebbe avuto qualcuno da picchiare che non fosse abbastanza forte da rispondere alle botte, che non lo denunciasse alle autorità e che lo lasciasse fare. 
L’ho detto a mia madre che quello mi massacrava ogni giorno e lei mi ha risposto che certi uomini sono fatti così e non ci si può fare niente. “Zitta, figlia mia, zitta, non farti sentire da tuo padre che se no succede uno scandalo!” E io zitta, per lo scandalo, per la vergogna, per mia madre e per non mandare in galera mio padre, che quello, se si accorgeva che prendevo tutte quelle sberle, saliva a casa e lo crepava.

La promessa al figlio in grembo

Troppo tempo sono stata buona, ma adesso non ho potuto più farlo. È stato il mio bambino a svegliarmi. Quando mi sono accorta che ero incinta ho capito che non c’era altra soluzione. Mai avrei permesso che quel bastardo mettesse una mano sopra il mio bambino. E che madre sarei stata per lui, tutta la vita? 
Una madre con gli occhi gonfi e gli zigomi sanguinanti che si vergognava pure di portarlo a scuola. E che figura avrei fatto con mio figlio, tutte le mattine e tutte le sere dell’anno? Gli sarei sembrata una poveraccia senza dignità. No! Mio figlio non doveva pensarmi senza dignità e non poteva vivere in una casa dove regnava solo violenza, senza amore, né pace. 

Spezzare la catena della violenza

Amore mio, per te che devi nascere l’ho fatto, per l’amore che ho per te e perché so che la violenza genera violenza e che se fossi vissuto in questo schifo, saresti diventato un violento anche tu o magari, se sei una femminuccia, saresti diventata una povera martire come questa madre che ti porta in grembo. L’ho dovuto fare e sono contenta di averlo fatto.
Maleditemi se volete, non m’importa. Che ne sapete voi che giudicate? Che ne sapete di quanto si soffre nella carne e nell’anima? Il veleno dei topi gli ho dato, che quello un topo era! Un topo che se la prendeva con chi non aveva la forza di reagire.  

Una giustizia silenziosa

Al medico ho detto che tenevamo il veleno in cucina e che lui, ubriaco com’era se l’era preso pensando che fosse la pastiglia per il mal di testa. Mi ha guardata il medico, mi ha preso le braccia fra le mani e mi ha guardato il viso e gli occhi, poi ha visto la pancia e ha parlato col brigadiere.
Pure quello mi ha scrutata da capo a piedi, ha visto tutti i tagli sugli zigomi e il naso mezzo rotto, si è seduto al tavolo della cucina e ha detto “Portatelo via, è morto per cause accidentali”. 
Maleditemi ora, se volete, che dopo devo badare al mio bambino e non c’ho più tempo di stare a sentire le vostre chiacchiere! 

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