(Introduzione a Daniela Barone). Un'improvvisa ondata di caldo a fine maggio ripopola il litorale genovese. Tra reti da pallavolo, sguardi indiscreti e venditori ambulanti, la battigia diventa il palcoscenico ideale dove la mente ripesca i frammenti, a volte comici e a volte amari, di una vita intera.
(Daniela Barone).
Io stessa, amante del mare fin da piccola, ho cominciato con piacere a prendere il sole e persino a bagnarmi nell’acqua fresca e trasparente. Stamattina la quiete della mia spiaggia, non presa ancora d’assalto da frotte di bagnanti, è stata interrotta dalle grida gioiose di un folto gruppo di ragazzi che in un batter d’occhio hanno montato delle reti per giocare a pallavolo.
L'estate anticipata e l'invasione americana
L’ondata di caldo degli ultimi giorni di maggio ha colto di sorpresa noi genovesi, mai contenti di niente, nemmeno del tempo. Dopo molte lamentele sulla pioggia persistente e i cambiamenti meteo repentini, ci ritroviamo però in tanti sulle spiagge ripulite dai volontari, come ogni inizio d’estate.Io stessa, amante del mare fin da piccola, ho cominciato con piacere a prendere il sole e persino a bagnarmi nell’acqua fresca e trasparente. Stamattina la quiete della mia spiaggia, non presa ancora d’assalto da frotte di bagnanti, è stata interrotta dalle grida gioiose di un folto gruppo di ragazzi che in un batter d’occhio hanno montato delle reti per giocare a pallavolo.
Incuriosita dall’accento inequivocabilmente americano, mi sono avvicinata a uno di loro. Come i suoi amici il giovane non portava il costume e si teneva a distanza dalle onde piatte. Avendo vissuto per un breve periodo in California, ricordo che gli americani non condividono la nostra passione per l’abbronzatura e il nuoto in mare ma preferiscono giocare in spiaggia, fare jogging, o frequentare le piscine.
Mi sono rivolta a lui in inglese per domandargli il perché della sua presenza qui da noi. Era forse un turista? No, no. Era in missione con i suoi amici per diffondere il messaggio della loro religione. Mormoni? Avevo chiesto. «Sort of» aveva risposto. Faceva parte della Chiesa di Gesù dei "Santi degli Ultimi Giorni", un movimento cristiano fondato nell’Ottocento dal loro profeta Joseph Smith.
Quando i Mormoni arrivarono in salotto
Ho trattenuto a fatica un sorriso: nella mia mente si era riaffacciato il ricordo di quando, di ritorno dall’università, un giorno avevo trovato in salotto due giovani dai capelli cortissimi che indossavano pantaloni neri, cravatta e camicia bianca a mezze maniche. Sapevo che dei mormoni americani erano in giro a Genova ma non immaginavo certo di ritrovarmene due in casa.Papà li intratteneva in qualche modo non conoscendo la loro lingua: sembrava divertito piuttosto che interessato. Ah, mio padre era sempre il solito, curioso di chi era diverso. Avrei voluto sprofondare quando mi aveva invitato a chiacchierare con loro in inglese.
Per pura educazione iniziai con i due una breve conversazione ma ci tenni a sottolineare che ero una cattolica praticante e non intendevo cambiare fede. Per tutta risposta mi ritrovai fra le mani il libro di Mormon che non rifiutai per buona creanza. Accompagnandoli alla porta papà se ne uscì con una domanda imbarazzante: «Davvero potete avere più mogli?».
Santo Cielo, mio padre era proprio incorreggibile. Cosa gli era mai saltato in mente? Il giovane più loquace aveva risposto che in passato la loro religione consentiva ad un uomo di avere sette consorti ma dal lontano 1890 la poligamia era vietata, tranne in alcune piccole comunità isolate dello Utah.
A pranzo papà, incurante delle occhiatacce della mamma, aveva osservato divertito: «Sette mogli, vi rendete conto?». La risposta secca di mia madre aveva messo fine alla conversazione: «Riesci appena a mantenerne una, stupido che non sei altro».
Per niente offeso, mio padre aveva continuato a gustare la sua adorata insalatona ma sono sicura che dentro di sé continuava a pensare con invidia allo stuolo di mogli dei Mormoni.
Sotto l'ombrellone accanto: gelosie e abiti informi
Poco più in là dei ragazzi americani, sedeva sotto l’ombrellone una famigliola musulmana. La donna, completamente avvolta in un abito scuro che non lasciava scoperte neanche le caviglie, chiacchierava in arabo con il marito che sfoggiava uno slip rosso aderente.I bimbi erano molto piccoli e giocavano tranquillamente con la sabbia. L’atteggiamento autoritario del marito traspariva in ogni suo gesto: a me ricordava il mio secondo marito che non mi permetteva di mettermi in bikini succinti in spiaggia.
Quando mi recavo al lavoro, poi, dovevo indossare gonne lunghe e informi per non suscitare la sua gelosia. La vicepreside, che mi conosceva da anni, era rimasta impressionata dal mio nuovo modo di abbigliarmi e, senza peli sulla lingua, come era sua abitudine, così mi aveva apostrofato: «Ti sei convertita all’Islam, Daniela?
Ti vesti come una talebana. Ti manca solo il chador per completare il quadretto». Non avevo avuto il coraggio di replicare. Lei mi ricordava come una donna solare, sempre ricercata nel vestiario, curata nella persona, e non capiva cosa mi stava succedendo.
Il sogno tunisino infranto in pizzeria
La famiglia musulmana aveva destato in me altri ricordi. Mia figlia Elisabetta, che studiava arabo all’università, si era invaghita di un ragazzo tunisino. Si frequentavano da qualche mese, nonostante la perplessità mia e dei suoi fratelli. «No, non è come pensate. Ahmed è come noi, totalmente occidentalizzato».Avevamo rinunciato a discutere con lei che, ogni volta che si innamorava, difendeva a spada tratta i suoi ragazzi. Era bastata però una sera in pizzeria per far crollare il suo sogno. Mia figlia aveva ordinato una pizza al prosciutto, la sua preferita, mentre Ahmed aveva optato per la focaccia al formaggio.
Non ricordando l’avversione musulmana per i salumi, lei aveva chiesto al ragazzo di assaggiare la sua pizza. La reazione di Ahmed fu plateale: «Scusami ma non riesco neanche a sopportare la vista di te che mangi il prosciutto.
Mi si è anche chiuso lo stomaco, guarda.» Inutile dire che la passione per il giovane ‘occidentalizzato’ finì miseramente. Per di più mia figlia dovette anche sopportare le battute impietose dei suoi fratelli, abituati alle sue cantonate amorose.
L'inverno pavese e l'uragano "Ninja" dal MIT
Sdraiata al sole vorrei ignorare i venditori ambulanti, una vera seccatura per i bagnanti. Ne vedo arrivare uno, probabilmente indiano o pakistano che offre collanine improbabili e massaggi ayurvedici improvvisati. Chiudo gli occhi fingendo di dormire per non dover rifiutare la sua merce. E come spesso mi accade, la mia mente pesca fra i tanti ricordi del passato, tristi o allegri, vividi o sbiaditi.Rivedo ora chiaramente Nirja, la ragazza indiana proveniente dal prestigioso MIT di Boston che il nostro liceo accolse per uno scambio interculturale oltre dieci anni fa. Su insistenza di mia figlia avevo accettato di ospitarla per tre settimane: sarebbe stata una splendida opportunità per lei e suo fratello di praticare l’inglese e per me un’esperienza culturale significativa.
All’epoca vivevamo a Pavia dove ci eravamo trasferiti per motivi di lavoro del mio ex marito. In realtà Nirja, ribattezzata ironicamente Ninja da tutti noi, si rivelò una frana. Nella mia scuola non si era dimostrata all’altezza di impartire lezioni valide di matematica e a casa nostra ne aveva combinato di tutti i colori.
Un giorno mi aveva chiesto il permesso di portare a scuola la mia grande scatola di bottoni. Le sarebbe servita per introdurre gli integrali agli studenti di quinta. Ero perplessa. Come avrebbe potuto far capir loro dei concetti così complessi con i miei bottoni di mille colori?
Rituali in bagno e sfide a frisbee
Vestita con impalpabili vestiti estivi anche nei rigori del gennaio pavese, la ragazza suscitava disorientamento anche nei miei alunni che si lamentavano per le sue spiegazioni confuse e improvvisate. Una volta a casa occupava per ore il bagno nelle sue lunghe abluzioni.In realtà mi accorsi che oltre a lavarsi, Nirja si dedicava ai suoi riti induisti accendendo candele e incensi davanti alle immagini di Siva e Visnù. Quello che più mi preoccupava era l’odore di bruciato che aleggiava in bagno. Forse Nirja accendeva qualcosa che ardeva come offerta votiva?
Io trovavo soltanto sul pavimento tracce di polveri colorate che mi affrettavo a spazzare. A peggiorare le cose mi ero accorta che la ragazza aveva un’adorazione per mio figlio, peraltro sempre chiuso nella sua stanza a preparare i suoi esami.
Nirja era campionessa di frisbee, anzi era proprio grazie a quel titolo che aveva potuto iscriversi gratuitamente alla costosa università bostoniana. Un pomeriggio aveva chiesto a mio figlio di fare una partita con lui in cortile ma Fabrizio aveva adotto la scusa dello studio per evitare quella sfida.
Il mito dell'Italia del sole e l'ombra di Leonardo
Inutile dire che accogliemmo con sollievo la sua partenza. Oltretutto, io che speravo di gustare qualche buon piatto della cucina indiana, ero rimasta delusa: non solo lei non sapeva cucinare ma consumava intere scatole di cereali a colazione e montagne di pasta a pranzo e cena. «I’m vegan, madam», era stata la sua giustificazione.Dal Facebook di mia figlia appresi che era stata a Venezia dove aveva scattato settecento foto e alcuni giorni nella capitale, miseramente colpita da una bomba d’acqua. Mi immaginavo Nirja rabbrividire nelle sue camicette assurdamente smanicate. Poverina. Doveva aver pensato che l’Italia era il Paese del sole dove non esisteva l’inverno.
Una cosa era certa: mai più avrei ospitato studenti del MIT. Nirja, come le sue amiche che "insegnavano" nel nostro liceo, doveva aveva una conoscenza molto settoriale e meno teorica degli studenti delle nostre università meglio preparati in storia, arte, letteratura.
Oltre a conoscere pochissimo dell’Europa e dell’Italia, Paese che l’aveva ospitata, lei non aveva la più pallida idea di chi fosse Leonardo. Da insegnante, non potevo davvero perdonarle la sua ignoranza madornale. O forse il mio pensiero era semplicemente il frutto dell’antipatia che provavo per lei.



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