Passa ai contenuti principali

Trieste, città del vento: sulle tracce di Joyce e dei suoi poeti

Una donna passeggia sul longomare battuto dal vento mentre alle sue spalle c'è una statua in bronzo di James Joyce
(Introduzione a Daniela Barone). Crocevia di culture e rifugio di grandi pensatori, Trieste non è un semplice luogo geografico, ma un vero e proprio stato d'animo. In questo diario di viaggio, la "scontrosa grazia" cantata da Umberto Saba si fonde con la memoria di James Joyce, che qui visse, amò e scrisse, trovando una seconda patria.
Un itinerario evocativo tra le vie del centro, l'orizzonte plumbeo del mare e il colle di San Giusto, alla scoperta di una città sospesa tra nostalgia, mistero e poesia.

(Daniela Barone).

Il fascino mitteleuropeo e l'incontro letterario

Una decina di anni fa, dopo un breve viaggio d’istruzione con la mia quinta a Trieste, volli ritornare in questa città che tanto mi aveva colpito. Non è facile raggiungerla, defilata com’è all'estremità orientale d' Italia. Come spesso sento dire: "a Trieste ci si deve proprio voler andare" ma ne valeva la pena. 
Diversa da tutte le altre in Italia per la sua natura mitteleuropea, è incantevole per l'imponenza di Piazza Unità d'Italia, la più grande d'Europa, per l’elegante e austero Castello di Miramare, e la chiesa medievale di San Giusto con i suoi mirabili affreschi. Ogni angolo emana un senso di bellezza fuori dal tempo. 
Per me, insegnante d’inglese, Trieste fu tanto di più: la percepii traboccante di letteratura avendo dato i natali a Svevo e Saba e ospitato per quasi sedici anni il grande scrittore irlandese James Joyce. Ammirai sul Canal Grande la sua statua in bronzo a grandezza naturale che lo raffigura mentre cammina. 
Lo immaginai sottile e un po’ sbilenco con gli occhiali a pince-nez, il cravattino e un’aria perennemente stupita. Rammentai a me stessa che venne a Trieste per insegnare inglese alla Berlitz School, lo stesso istituto che io, innamorata di quella lingua fin da bambina, frequentavo alle elementari.
La città segnò profondamente la sua vita e la sua arte: qui intrecciò un’amicizia indissolubile con Italo Svevo e scrisse alcune opere fra cui Gente di Dublino
Un palazzo di Trieste in una piazza allagata

L'anima di Joyce e la "scontrosa grazia" triestina

Se Dublino fu la città dove la personalità di Joyce venne creata, Trieste è quella in cui l’artista maturò e si realizzò come artista e come uomo; qui divenne padre di due bambini, affrontò malattie e povertà ma trascorse anche momenti felici. Arrivò nella città giuliana a ventidue anni con la   moglie Nora; abitò in otto case diverse, fra cui una in piazza Ponterosso e più a lungo di tutte in via Bramante. 
Sapeva molte lingue, era un buon conoscitore del dialetto triestino e si trovava a suo agio tra la gente del popolo. In tono scherzoso soleva dire che avrebbe dovuto andarsene presto da Trieste poiché non avrebbe trovato più nessuno a cui insegnare inglese. 
Mi incuriosiva il fatto che amasse talmente questa città da dare nomi italiani ai suoi figli e da chiacchierare amabilmente in dialetto triestino con gli abitanti del posto. Il legame tra James Joyce e Trieste era così indissolubile da fargli dire: «La mia anima è a Trieste». Il suo amico Italo Svevo l’aveva definita la città del vento e più significativamente Umberto Saba aveva scritto che «Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace». 
Perché mai quest’artista geniale si era innamorato di questa città giuliana, apparentemente lontana anni luce dalla sua Dublino? In realtà ambedue le città sono di mare e di confine, ventose e affacciate su ampie baie. Entrambe sono state a lungo crocevia di culture e nazioni diverse. Trieste fu per James una piccola Irlanda che gli permise di esprimere il suo spirito libero.  
La stele che ricorda James Joyce a Trieste

Il mare di confine e una malinconia sospesa nel tempo

Da genovese amai il mare e la brezza di quel giorno placido, pur sapendo che Trieste meritava l’appellativo di città del vento per la sua bora sferzante. Non trovai però altre affinità con la mia Genova: Trieste apparve ai miei occhi unica, diversa da qualsiasi altro luogo perché sospesa nello spazio e nel tempo. 
Camminando lentamente a Barcola ammirai il lungomare con le sue acque azzurre e piatte. Io che da sempre adoro il mare, provai tuttavia una sottile malinconia nel costeggiare l’Adriatico. Non era ancora primavera e un velo di foschia avvolgeva la città.  
Contemplai spiagge deserte, scogli e ciottoli ruvidi. Immaginai che qui aveva passeggiato serenamente James, meditando sulla trama del suo Ulisse.  Di sicuro si sarà infilato nelle amate vie di Città Vecchia e magari si sarà accomodato in qualche osteria per giocare a carte o bere un goccio di vino con gente umile. 

Il colle di San Giusto e il suono eterno della storia

L’atmosfera di Trieste mi parve come ovattata e surreale. Avvertii un brivido di freddo nel contemplare la linea del cielo plumbeo fusa con quella impalpabile del mare grigio. C’era in Trieste qualcosa di inafferrabile, di misterioso che mi rendeva inquieta. 
Fu la passeggiata al colle di San Giusto a ridarmi serenità. Entrai e restai incantata dai mosaici bizantini delle absidi; ad un lato la Madonna, seduta su un trono con Gesù Bambino in grembo, era attorniata da due arcangeli; dall’altro Cristo appariva severo e allungato, simile a quelli romani orientali. 
Il rintocco grave e solenne delle cinque campane, durato appena un minuto, fece da cornice al quadretto della chiesa piccola e austera. I triestini ricordano la canzone antica patriottica che risale alla prima guerra mondiale, La campana di San Giusto. Persino Pavarotti la cantò nel 1984:  
«Per le spiagge, per le rive di Trieste/suona e chiama di San Giusto la campana/ l’ora suona/ l’ora suona non lontana/ che più schiava non sarà!».
Le campane di San Giusto hanno un suono imponente e austero. Sono come Trieste, composta, solenne e misteriosa nella luce dell’insondabile. Indimenticabile ed eterna come poche città al mondo. Chi vi arriva compie un viaggio dell’anima difficile da dimenticare. 

Commenti

Post popolari in questo blog

"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute.  Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix. Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta. (Daniela Barone). Il doloroso addio Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno.  Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’...

La rotta del mare: viaggio interiore oltre il passato

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni. Una potente allegoria sulla consapevolezza e sul libero arbitrio interiore. Come muoversi tra il rischio di rimanere imprigionati nella nostalgia e l'atto coraggioso di correggere lo sguardo? Un componimento che invita al silenzio e all'attesa attiva, ricordandoci che per tornare a navigare verso il futuro occorre smettere di guardare indietro. (Maria Cristina Capitoni) Abbagli e richiami improvvisi disturbano il flusso leggero un filo sottile conduce al sentiero  correggi lo sguardo  che guarda all’indietro  immagini e voci passate son solo riflessi e il fiato non basta per tutti  conviene aspettare  finché non riaffiora la rotta del mare.

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...

"Il raggio verde": la definizione di sé nel film di Rohmer

(Introduzione a Marina Zinzani). In una società che spesso ci impone ritmi frenetici, socialità forzata ed etichette immediate, cosa significa rimanere fedeli alla propria sensibilità? L’autrice ci guida nel cuore di uno dei capolavori più intimi di Éric Rohmer: Il raggio verde. Attraverso lo sguardo malinconico e incompreso della protagonista Delphine, il testo esplora il peso delle definizioni altrui e la ricerca ostinata di un luogo dell'anima.  (Marina Zinzani) Il cinema di Rohmer tra verbosità e autenticità Il film “Il raggio verde” (disponibile su RaiPlay, Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 1986) riporta immediatamente ai temi del suo regista, Eric Rohmer: il mondo dei giovani, i loro problemi e le contraddizioni. Con il passare degli anni, la realtà vista dagli occhi di Rohmer può sembrare rappresentata in modo troppo verboso, o con storie semplici e senza temi forti, rispetto ai film di oggi.  La solitudine nella Parigi estiva “Il raggio vede” è forse il...

A casa di Giacomo Balla, dove l'energia diventa intimità

(Introduzione ad a.p.) Attraversare la soglia della dimora romana di Giacomo Balla non è soltanto una visita a un luogo simbolo della storia dell'arte del Novecento: è un’esperienza intima, un corpo a corpo tra lo sguardo del visitatore e l'anima discreta delle cose.  È suggestiva la scoperta di un’arte totale che non grida, ma vive nel dettaglio quotidiano. La casa dell'artista si trasforma da spazio museale a luogo di risonanza interiore.  (a.p.) Un appuntamento che si teme un poco Ci sono voluto arrivare da solo, senza dirlo a nessuno, come si va a un appuntamento che si teme un poco. Via Oslavia, Roma: una porta qualunque, tra le tante di un quartiere borghese, dietro cui per quasi sessant'anni ha vissuto e lavorato Giacomo Balla.  Salendo le scale, mi sono chiesto cosa cercassi davvero. Forse solo di stare, per un'ora, dentro lo sguardo di un uomo che aveva creduto che il mondo intero potesse essere ridisegnato dalla velocità. Le linee di forza, oltre la tela L...