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"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

Donna immersa nei ricordi sparsi sul tavolo guarda la serie coreana su un tablet
(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute. 
Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix.
Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta.

(Daniela Barone).

Il doloroso addio

Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno. 
Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’altro: ero la loro unica figlia e i miei ragazzi, ormai grandi, vivevano in varie parti del mondo. 

Gli misteri della casa genitoriale

La casa, desolata come la bocca sdentata di un vecchio, traboccava dei ricordi di tanti momenti felici, dai primi passi del mio terzogenito al novantesimo compleanno di papà. 
La stanza più ardua da svuotare fu lo sgabuzzino, o ‘la dispensa’, come diciamo a Genova. Qui dentro trovavano posto i tanti attrezzi di papà, le antiche forbici da parrucchiere, la forma per allargare le scarpe, oltre a pezzi di cuoio e chiodini per ripararle. 
Nei ripiani più alti troneggiavano le conserve della mamma, un lavatesta e le tinture usate per rifare il colore alla sua chioma oramai rada e canuta. Che farne poi del trapano e delle punte?
Di sicuro io non sarei stata capace ad adoperarlo e i miei figli dovevano possederne già uno. Gli interrogativi erano tanti, come quello del baule verde nella loro camera che credevo contenesse il corredo per mia figlia.
Una volta dischiuso, restai a bocca aperta: non c’era ombra delle numerose lenzuola e tovaglie che mia madre aveva accumulato per la nipote nel tempo. Chissà dove erano finite.
Le aveva regalate a qualche bisognoso o forse usate lei stessa nel corso degli anni? Nemmeno le sue cugine mi furono d’aiuto a svelare l’arcano. Non risolsi mai l’enigma e lo attribuii alle stranezze della sua povera mente malata. 
Un chiave appoggiata su un mobile

Fotografie ed echi del passato

Nell’armadio dell’ingresso erano riposti diversi album delle foto di famiglia. Mi commossi nel vedere le immagini color seppia dei nonni e delle bisnonne vestite con gonne lunghe fino a terra.
Oh, ecco mia madre neonata, nuda, tonda e sorridente sul copriletto del lettone.
Allora la sua piccola mente era libera dai pensieri che l’avrebbero oppressa per tutta la vita, pensai con tenerezza un po’ amara. 
Ma si era fatto tardi; riposi nel mio borsone i preziosi cimeli assieme al servizio di piatti natalizi, un mio regalo peraltro mai adoperato dalla mamma. 

Ritrovarsi in "Move to Heaven"

Questi ricordi dolci e amari sono sgorgati come un fiume in piena nel guardare una serie coreana del 2021 su Netflix, ‘Move to Heaven’. 
In essa il protagonista ventenne Geu-ru, affetto dalla sindrome di Asperger, subentra al padre deceduto improvvisamente nella gestione di un’azienda di sgomberi delle case di defunti. 
Nonostante la sua disabilità, Geu-ru non si limiterà a riordinare e sanificare le abitazioni di persone morte da sole dopo una vita isolata ma si dedicherà, assieme allo zio, un ex galeotto, al recupero degli oggetti più significativi.
Essi verranno riposti in grandi scatole gialle da consegnare ai parenti; su ognuna Geu-ru vergherà il nome del defunto seguito dalla scritta "Riposa in pace". 
Non è un caso il colore della scatola: esso simboleggia infatti il calore e l'affetto che serve a guarire antiche ferite facendo riaffiorare i ricordi della persona scomparsa. 
Il contenuto non è mai di cose di valore, nemmeno quando il giovane recupera fra tante banconote quella con la dicitura: "Per l’acquisto del completo di mio figlio". 
Quel che conta sono i ricordi, le emozioni di momenti significativi ed essenziali, anziché il denaro e il successo nella vita.

La dignità di fronte al "godoksa"

Il concetto orientale di ‘godoksa’, la morte in solitudine, viene esplorato con delicatezza e intende sensibilizzare le persone sulla necessità di evitare l’isolamento sociale e di rispettare la dignità di tutti prima e dopo la morte. 
La ritualità dei gesti compiti da Geu-ru, come togliersi il cappello di fronte alle salme ritrovate dopo molti giorni e radunare amorevolmente foto e oggetti importanti della loro esistenza, è di grande spessore emotivo poiché esprime un messaggio che fa riflettere lo spettatore: la vita, pur nella sua fragilità, è un bene prezioso da difendere a tutti i costi, come il ricordo di chi non c’è più.

Storie di emarginazione e riscatto

Ogni episodio narra una storia diversa che è comunque legata alle altre perché racconta l’emarginazione, la rottura dei rapporti famigliari, la durezza di un contesto materialistico e arido.  
Anche la colonna sonora, fatta di brani pop inframezzati ad altri di musica classica, suscita emozione: è quella che il giovane protagonista Geu-ru ascolta con le cuffie prima di eseguire le varie fasi del suo intervento con perizia e amorevolezza.

Il potere della memoria

L’importanza delle relazioni familiari trova spazio nella riconciliazione fra Geu-ru e lo zio, uno scapestrato che inizialmente rifiuta il lavoro emotivamente impegnativo della ditta di pulizia. 
Per me è stato un po’ come se la serie volesse sottolineare il potere salvifico dei morti sui viventi: la rinascita morale dello zio e la ripresa del nipote dal lutto paterno ne sono l’emblema.
Il ricordo dei nostri cari che ci hanno lasciato prende il posto del dolore crudo del lutto non elaborato e ci aiuta a vivere. 
Questo il messaggio finale del padre di Geu-ru: l'assenza fisica non cancella un legame: i ricordi e l'affetto rimangono intatti e continuano a esistere dentro di noi. 
«Anche se non puoi vedere qualcuno, non significa che non sia con te. Finché li ricordi, non se ne sono andati per sempre» dice il padre al figlio in un video sul suo cellulare: non si tratta solo del suo addio: esso rappresenta un grande lascito morale e l’incoraggiamento a vivere con dignità e senso di responsabilità verso sé e gli altri.

Oltre il tabù della morte

Il grande merito di questa serie, come di altri film giapponesi, è quello di affrontare il tema della della morte, un tabù insormontabile per il mondo occidentale; lo fa senza sdolcinature, senza cupezze, in un modo solo apparentemente crudo ma realmente delicato come una perla Akoya giapponese.

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