Passa ai contenuti principali

Quale "performance" per il magistrato?

Le incognite della riforma Cartabia


(Angelo Perrone) La giustizia ha bisogno di riforme radicali che restituiscano efficienza senza cedere sulla qualità.
È necessaria anche una modifica ordinamentale che rimuova i nodi che hanno travolto l’associazionismo di categoria e soprattutto l’organo di autogoverno, il Csm.
Ma le mosse attuali di parlamento e governo si collocano in un altro orizzonte. Lo si intuisce dalle materie toccate e dal modo di intervenire.
L’attuale riforma Cartabia trascura le cause del disservizio, a cominciare da lentezze, ritardi, inefficienze e incongruenze, concentrandosi sull’elaborazione di un nuovo “statuto del magistrato”, come se ciò fosse il problema predominante.
Tradotto, il messaggio è: intanto si riforma la magistratura (a modo nostro), poi le si assegna il compito di modificare il sistema, dimenticando che è strutturalmente disfunzionale. L’obiettivo non è tanto migliorare la formazione del magistrato, come sarebbe auspicabile. Quanto raggiungere altri scopi. 
C’è in concreto un’ottica rivolta al profilo ordinamentale che sarebbe corretto che non fosse a discapito delle misure per accelerare l’azione giudiziaria. Inoltre è fuorviante il “registro” utilizzato: questi interventi assecondano un modello organizzativo di tipo gerarchico, ormai superato nelle strutture complesse.
Predomina l’impronta aziendalistica, qui inappropriata. È ipotizzato il controllo di “target produttivi” fissati dai vertici e la leva disciplinare è concepita non per sanzionare gli illeciti ma per orientare i comportamenti.
Rendere giustizia diventa una “performance” del magistrato misurabile con i risultati raggiunti, come se fosse un produttore di beni, non un operatore di giustizia. I criteri sono errati, le regole inadatte.
Ecco che il merito dovrebbe consistere non tanto nella capacità di interpretare e risolvere casi complessi, quanto nel rispetto di statistiche di per sé opinabili, costruite sul parametro abnorme della “conformità” delle decisioni nei gradi successivi, rispetto al quale scatterebbe il calcolo di “anomalie”.
Le decisioni difformi (tra pm e giudice, o tra gradi di giudizio) non sono, solo per questo, dimostrative di un errore, né tanto meno di un’anomalia: dov’è finito il dialogo all’interno della giurisdizione, l’evoluzione interpretativa delle norme, il cambiamento giurisprudenziale?
Il cardine dell’impostazione è un sistema elettorale del Csm di tipo maggioritario, che invece per esperienza si mostra inadatto a contrastare l’influenza delle correnti.
Quanto propugnato dalla riforma Cartabia accresce i difetti del sistema, potenziando il correntismo, invece che provare ad eliminarli. Il sistema proporzionale invece sarebbe stato più utile, perché teso a valorizzare le personalità dei singoli a prescindere dall’appartenenza. È il più adatto al lavoro del Csm, il quale non ha le caratteristiche degli organismi istituzionali di natura politica. 
Al Csm non sono necessarie maggioranze stabili e durature, meglio garantite da un sistema maggioritario. Anzi è meglio che non ci siano, per il tipo di lavoro da svolgere, che è appunto la valutazione del merito, caso per caso.
La lotta alle correnti dunque si giova maggiormente di un sistema elettorale proporzionale per la scelta dei candidati. Ma tutto ciò, pur utile, non basterebbe ancora. Poi occorrerebbe un passo ulteriore per una svolta decisiva. Nello stesso tempo serve introdurre meccanismi che assicurino chiarezza e trasparenza ad ogni livello.
Si pensi alla possibilità per ciascun candidato di disporre di strumenti istituzionali per farsi conoscere, promuovere le proprie idee, formare apertamente un consenso, a prescindere dall’appoggio di una corrente o dalla sponsorizzazione di un gruppo di potere.
Si pensi ancora alla possibilità che le scelte più rilevanti avvengano attraverso procedure pubbliche e mediante esposizione altrettanto aperta delle ragioni della decisione: servirebbe ad accrescere responsabilità e chiarezza.

Commenti

Post popolari in questo blog

La strage di Amendolara e il sistema del caporalato: contro le agromafie, una legalità del fare

(Introduzione ad a.p.). La strage di Amendolara del giugno 2026, in cui quattro giovani braccianti stranieri sono stati bruciati vivi per aver chiesto il proprio salario, svela la violenza mafiosa che governa il caporalato in Calabria.  La paura, l'isolamento linguistico e una "clandestinità funzionale" alimentano lo sfruttamento nell'economia agricola, controllata dalle ’ndrine. Due interventi concreti: una regolarizzazione trasparente della manodopera immigrata necessaria al sistema produttivo e l'applicazione rigorosa delle leggi di contrasto già esistenti attraverso controlli sistematici sul campo.  (a.p.) La brutalità del fatto e la reazione collettiva La mattina del primo giugno 2026, presso un'area di servizio sulla statale 106 ad Amendolara, in provincia di Cosenza, la barbarie ha squarciato il velo di ipocrisia che troppo spesso avvolge le campagne del nostro Mezzogiorno.  Quattro giovani braccianti agricoli – Amin, Ullah, Safi e Waseem, tre afghani e...

Vannacci vs Gruber: talk show allo specchio, tra scontro e strategia

(Introduzione ad a.p.). Il dibattito sollevato dal recente confronto a Otto e mezzo tra Lilli Gruber e il generale Roberto Vannacci offre lo spunto per una riflessione oltre le cifre della critica. L'evento è, in piccolo, una dimostrazione di cultura politica. Per comprendere l'efficacia di questi fenomeni, occorre analizzare l'equilibrio — fatto di luci e ombre — tra le due funzioni sul ring mediale: l'intervistatore e l'intervistato. (a.p.). La performance in un talk show non si misura sulla categoria di "chi ha ragione", ma sulla capacità di ciascun attore di raggiungere i propri obiettivi strategici parlando al proprio pubblico di riferimento. Si tratta di una partita in cui entrambe le parti dispongono di armi d'attacco e vincoli precisi. L'intervistato: la forza della saturazione e le sue ombre Dal lato dell'ospite (in questo caso, un leader orientato a consolidare un elettorato di destra identitaria), l'obiettivo è la proiezione di u...

Insegnavo inglese nella scuola professionale: tra gonne al ginocchio e domande sul sesso

(Introduzione a Daniela Barone). Gli anni Novanta nelle scuole professionali hanno rappresentato un microcosmo di transizioni sociali e generazionali. In questo racconto, una giovane insegnante di inglese condivide l'impatto con l'Istituto Professionale di Vigevano: un ambiente ruvido, dominato da dinamiche maschiliste e presidi grotteschi. Tra provocazioni e sanzioni, sarà l'ascolto empatico e un progetto di educazione affettiva – ispirato alle note dei Litfiba – a trasformare un conflitto di classe in un'autentica occasione di accoglienza e crescita reciproca. (Daniela Barone). L'arrivo all'IPSIA di Vigevano: dalle illusioni alla realtà Quando diventai insegnante di ruolo nel 1991 avevo 35 anni. La scuola che mi venne assegnata era l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato di Vigevano. Pur avendo dovuto rinunciare alla cattedra in un liceo per il mio punteggio non altissimo, mi sentivo comunque abbastanza serena. Infatti dieci anni prima a Genov...

Asfissia: la metafora del rifugio per l’anima inquieta

(Introduzione a Giorgia Deidda). Il paradosso della parola coincide con il respiro unico nell'immensità del cosmo. L'asfissia qui perde la sua connotazione clinica per farsi condizione esistenziale: il momento esatto in cui il linguaggio si arresta, congelando l'espressione, e costringe l'anima a ritirarsi dalla contingenza umana. Rinunciando al giudizio e alla parola, l'autrice non sceglie l'isolamento, ma un'adesione radicale all'universo. È un invito a fermarsi, nell'osservazione consapevole del tempo che fugge.  (Giorgia Deidda).  Si chiama asfissia completa quella in cui l’aria gela nella gola pinnacoli di rame, mentre si cerca la parola. Io esisto come sono, ed è sufficiente; sondo la profondità della terra e accetto le cose per il loro posto e la loro forma, senza giudizi di valore. Non è nella gente che io trovo rifugio quanto nell’universo intero, e sosto un momento sul mio cammino mentre guardo l’eterno fuggire. 

Il senno di poi: quando la mente si fa specchio dell'anima

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni). Un filo sottile attraversa la memoria e il tempo. Con uno stile geometrico, l'autrice fotografa quell’istante in cui la mente, superati i propri confini ("scalata la mente"), trova finalmente la lucidità del senno di poi. Il contrasto finale tra la frammentazione terrena e l'armonia ideale si risolve in un'immagine potente: la divisione non è solo frattura, ma lo specchio necessario per riflettere l'assoluto. (Maria Cristina Capitoni) Sì d’accordo  ma la consapevolezza  viene dopo, quando tutto sarà presente, quando, scalata la mente, ricorderai la scelta. Un mondo diviso fa da specchio al paradiso.