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Le ginestre della bisnonna Giuditta: donna forte che non si è mai piegata alla vita 🌾 🌿

una donna anziana accanto alla sua nipotina negli anni '60 del '900.
(Introduzione a Daniela Barone). Il legame tra generazioni si esprime spesso attraverso dettagli minimi, sfumature dello sguardo e piccoli riti quotidiani. In questo racconto autobiografico, i ricordi d'infanzia si intrecciano attorno alla figura straordinaria della bisnonna Giuditta: una donna tenace, ironica e indurita dalle fatiche, ma capace di trasmettere una profonda eredità emotiva. Attraverso la metafora della ginestra, la narrazione affronta il tema della resilienza femminile e l'impatto misterioso e precoce che la perdita e il lutto hanno sulla mente di una bambina.

(Daniela Barone).

Un'eredità negli occhi e i piccoli tranelli d'infanzia

Non so dove abitasse la bisnonna Giuditta che ogni mattina di buon’ora si presentava a casa nostra. Portava sempre in testa un foulard scuro a fiori e stringeva al braccio una borsa piatta di pelle nera a riquadri.
Teneva i capelli grigi raccolti in una piccola crocchia ordinata e aveva ridenti occhi celesti come i miei. «Li hai presi dalla bisnonna. Si capiva fin dai primi mesi che il colore era quello», spiegava la mamma con tono saccente, orgogliosa di avere una figlia dagli occhi chiari.
Anche l’aria malandrina della bisnonna mi apparteneva, pensavo. Ero proprio come lei, vivace e furbetta. Forse addirittura più furba di lei. Tante volte le facevo credere di aver inghiottito le pastiglie della mamma. Quando le mostravo dei pezzetti di carta bianca appallottolata a mo’ di pillola, lei cadeva sempre nel mio tranello e correva da mia madre in preda al panico.

La scelta di Giuditta e le ferite della memoria

La bisnonna era vedova, però non sembrava triste di aver perso il marito. La mamma mi aveva raccontato che il bisnonno Secondo era un ubriacone e non aveva voglia di lavorare. Così lei, ancora giovane e con quattro figli piccoli, aveva abbandonato il tetto coniugale per andare "a servizio", come si diceva allora, presso una famiglia di Genova. 
Quando era da noi la bisnonna non perdeva tempo. Si allacciava ai fianchi magri un grembiule a righe e si dedicava alle faccende di casa più urgenti: lavare a mano una montagna di panni, stendere, stirare, spazzare. Dava così una mano alla mamma che soffriva di una malattia misteriosa ai miei occhi e faticava nei lavori domestici.
Spesso, strizzando con foga i panni, la bisnonna inveiva contro il Signore che, a suo dire, gliel’aveva fatta grossa togliendole la figlia Elia di appena 43 anni. La mamma era incinta di cinque mesi e la nonna stava sferruzzando un coprifasce bianco per me.
All’improvviso sua madre aveva gridato che non ci vedeva più e si era accasciata sul tavolo. L’immagine della nonna Elia morente con gli occhi stravolti ricorreva spesso alla mia mente di bambina turbandomi ogni volta. 
ritratto antico della bisnonna Giuditta

Il segreto delle ginestre: forti e mai piegate

La bisnonna mi portava talvolta in campagna. Teneva sempre con sé un coltellino serramanico in tasca per tagliare ciuffetti di erbe selvatiche che poi usava per preparare delle gustose insalatine. 
A volte raggiungevamo posti impervi e aridi ma lei, lesta come una ragazzina, si inerpicava agilmente nonostante la lunga gonna che indossava. Su alcune rocce crescevano arbusti di fiori gialli che io tentavo invano di raccogliere.
La bisnonna mi aveva detto che le ginestre avevano steli molto resistenti per cui non si potevano strappare con le mani. Impaziente di averle, aspettavo che tagliasse con destrezza i gambi. Sembrava proprio che la natura avesse voluto proteggerle facendole crescere in luoghi impervi da raggiungere, a volte sul ciglio di dirupi e dotandole di steli robusti.
Tornavamo a casa cariche di questi fiori profumati che la mamma si affrettava a mettere in un vaso. Dopo qualche giorno le ginestre sfiorivano con mio grande rammarico. Sapevo che trovarne altre non sarebbe stato così facile perché la bisnonna aveva sempre un sacco da fare.
Le ginestre mi piacciono anche adesso, non solo per il loro giallo brillante ma anche perché sono legate alla mia bisnonna ardita; e poi anch’io mi sento forte e mai piegata dalla vita come questi fiori resistenti alle intemperie. 
Ginestre gialle in un giardino

Il giorno in cui il tempo si è fermato

Un pomeriggio, di ritorno dai giardinetti io e la mamma trovammo la bisnonna riversa sotto il tavolo della cucina. Accanto a lei intravidi una conca d’alluminio ancora piena d’acqua dove sembrava si fosse lavata. Subito la mamma mi spinse fuori dalla cucina e mi condusse dalla vicina.
Indispettita per essere stata allontanata bruscamente da lei, mi ritrovai relegata nel salotto austero della nostra dirimpettaia. Nella solitudine mi aveva poi travolto un senso di paura all’idea del corpo senza vita della bisnonna. Dove l’avrebbero riposto? Avrei potuto partecipare al suo funerale? Non vedevo l’ora di tornare fra le pareti accoglienti di casa con la mia famiglia.

La normalità apparente e le domande della sera

Quello che mi colpì di più alla sera fu vedere mio nonno Vincenzo intento a leggere il Corriere Mercantile. Come poteva starsene lì a leggere tranquillamente? La bisnonna non c’era più ma lui non sembrava triste.
Mamma aprì i cassetti della credenza alla ricerca di una tovaglia pulita e papà   cominciò a darle una mano ad apparecchiare. Intanto, sui fornelli della stufa l’acqua nella pentola cominciava a bollire. Sembrava una serata come le altre. 
Più tardi, nel mio lettino, faticai a prendere sonno. La bisnonna ora si sarebbe ritrovata in Paradiso con la figlia persa prematuramente? Il buon Dio le avrebbe dato una gran gioia, pensavo. Però mi rattristavo all’idea di dover fare a meno di lei, parente allegra e accudente, una grande risorsa per tutta la nostra famiglia.
Adesso la mamma avrebbe faticato ad occuparsi della casa, sofferente com’era, e anche io mi sarei sentita più sola. Che ingiustizia! In cielo però lei sarebbe stata bella e luminosa come i santi delle immagini religiose che ci regalavano le suore del Sacro Cuore.
Avrebbe probabilmente avuto anche lei un’aureola lucente sul suo crocchio grigio. Non smettevo però di tremare per un pensiero inquietante: anche lei, come la nonna Elia, aveva rovesciato gli occhi prima di morire?

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