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Zattera o gabbia: la fine dell’illusione e il prezzo della realtà

una donna in penombra scrive appoggiata ad un vecchio tavolo davanti alla finestra che affaccia sui tetti della città
(Introduzione a Ilaria Caloisi). Irrequieta e ribelle sin da piccola, Ilaria si sente attratta da mondi lontani e dalle diversità culturali. Ha collaborato con una Ong e lavorato in Africa. Ama il teatro e si diletta a fare l’attrice. Ma è solo scrivendo che riesce a dare concretezza ai suoi pensieri e a districare le sensazioni più nebbiose. La scrittura l’accompagna costantemente, per diletto e per lavoro. Cosa porterebbe con sé su un’isola deserta? Una penna, appunto.
Nel testo che segue, l’autrice ci guida attraverso la dolorosa ma necessaria demolizione di un amore totale, nel momento esatto in cui il sogno si scontra con la realtà. Una prosa densa, viscerale e a tratti squisitamente teatrale, che fotografa l'istante in cui si decide di scendere dalla nuvola, svestire gli abiti di scena e ritrovare, finalmente, la propria identità.

(Ilaria Caloisi).

Blatera il mio cervello effluvi di pensieri ostracizzanti. Che dovrei fare? Forse negare di avere investito il cielo del tuo etereo mantello blu cobalto? 
Non riesco a muovermi. Sono insabbiata. Null’altra opzione di risposta se non sì.
 E invece no, non può durare.
 Il tuo alter ego sa bene che io sono una capriola di caleidoscopico fumo e vorrebbe imbrigliarmi. E tu? Non era bello danzare per aria davanti al focolare? 
Cavalcare, tra gemiti e lance, tra specchi e scudi, lasciando a terra ologrammi di noi infedelmente giustapposti?
 Forse è troppo tardi affinché tu non veda la mia fragilità. Ma è così, io non posso scorgere la fine dei colori.

Il sottovuoto delle parole e le ombre nell'Eden

L’alternativa non mi piace, sai? Le nostre morose parole si appigliano a stupidi archetipi. Compongono un tedioso catechismo di sterili banalità, che da vere stronze si frappongono all’erompere di trascendenti effusioni e di eretiche verità. E in questo vissuto sottovuoto non ti conosco. Forse un po’. 
Cosa ci sta succedendo? Cos'è quell'ombra che subdolamente sta entrando da uno spiraglio del mio Eden?
 Ogni giorno che passa scorgo minacciosi stralci di inedita realtà. Ogni minuto che passa la tua presenza è tanto insopportabile come la tua assenza. E io desidero tornare a sprofondare nel più ameno dei sogni. 
Vattene, vattene. Me ne vado, me ne vado. 
Ma dimmi tu, dove potrei stare se non qui, con l’unica consolazione di un letto di rose, rosse come le tue labbra, l’altra notte, tumide d’amore? 
La straripante sincerità dei nostri intimi aneliti ha sempre una grande pietà di noi, mutilati di un impossibile adesso, e certi di un possibile altrove. 
E con la pietà noi ci abbiamo circumnavigato le nostre reciproche comete. Cos’altro poteva salvare chi come noi, tira fuori il peggio di sé? Rispetto e gratitudine, tu dirai, ormeggio per le nostre zattere isolate. 

L'urto delle molecole e il gioco delle maschere

Come poteva altrimenti andare? Lo diciamo sempre che l’onda d‘urto tra le nostre molecole impazzite ha spodestato la teoria del Big Ben. E sai cos’altro penso? Che il presente Mefistofele non poté nulla alle nostre anime che in altri corpi si amarono prima di noi. Veramente e senza imperfezioni. 
Allora le parole non parevano così altisonanti e minacciose. E penso anche che genereremo altro amore. Che ci reincarneremo eternamente e daremo vita ad infiniti bozzoli di magma celestiale. Genereremo altri universi, moltiplicando la specie e rendendola umana. 
E oggi vedo che senza di noi Felicità si lascia scorgere, dissolvendosi. A fatica, resta in sordina nell’ombra degli sguardi e dei patemici singulti da cui fa capolino. 
Voglio gridare. Gridare che ti odio e mi odio per non battermi il petto e non giungere in tuo soccorso cercandoti l'essenza. Perché il primo acchitto è per me un pezzo da carpenteria. Perché "se tu fossi come sembri saresti solo la copia sbiadita di tanti altri", mi suggerisce Amore. Che paura. E che cocciuta io a volerti guardar dentro. 
Scusa se per me tu non sei chi hai scelto di essere. Se non ho altro a cui aggrapparmi. Ma inviolabile è la tua gabbia. E io vengo dal mondo delle favole e credo che mi spetti questo ruolo. E chi mi crederò mai di essere. 

La demolizione dell'identità

Oggi la croce ha scalzato la delizia. Oggi sei solo un mediano che slealmente mi addossa del rancore per il proprio ego ferito. Oggi ti chiedo di farmi tornare una persona qualsiasi. Di restituirmi il mio riguardo e rendermi la mia identità. Non hai più alcun obbligo verso di me. 
Vuoi sapere come suona "io e te"? Come una doppia affermazione che nega sé stessa. Perché amo più amo fa odio. E se non lo avessi sentito, sappi che se qualcuno ti oblitera l'anima fa più male che bene. E impallidiresti a sapere quanto il bilanciere scompensato dall’amore che non va abbastanza su, fa salire il suo opposto speculare per dispetto.

Ora tutto comprendo alla luce di questo, anche l'incomprensibile. Perché lo strazio giustifica l'azione più irrazionale, come il non volere le cose che vogliamo. Come ammettere di non avere più niente da dimostrarci, un’altra guancia da porgere, e restituirti al mondo. Quanto è doloroso? 
Liberami da questo plumbeo livore, dall'accusa di alto tradimento. Interrompi questa agonia.
 In nome del cielo, scagionami. Lascia queste redini. 

Il fragore dei vetri rotti

Ricordi quando, nell’aria innocente e tersa del crepuscolo, usavo la metafora della finestra? Dicevo: “È ancora rotta e sai, il vento freddo e fastidioso continua ad entrare lasciando appollaiato sul mio davanzale il pentagramma del tuo cuore.
Ti ho mai detto che so leggere la musica? E questo fragore di vetri rotti? Vai a controllare, potrebbe essere la tua finestra. Chi sarà stato? Anche tu sai leggere la musica?”. 
Ho paura a convertirti in uno qualsiasi. Ho paura che diventeremo acerrimi nemici, dato che ora l’amore sembra non bastare più a frenare le timide critiche. Chissà quali voci doppieranno questa parte.
 È un peccato quanto poco ci conosciamo e quanto millantiamo di conoscerci. 
È un peccato quando ci conosciamo e quanto poco millantiamo di conoscerci. 
Ma ora basta dire e fare per illuderci un po’. Basta fare e dire per non illuderci troppo. Seguire un misero copione per elemosinare pleonastiche ma appaganti conferme.
Prima di convincermi di essere stati soggiogati nient'altro che da un surrogato d'amore, alla stregua di marionette vittime di un capriccioso teatrino per le smanie perverse di chissà quale mangiafuoco. 

Giù il sipario: il ritorno alla dignità

Ricordi? Io con te mi sentivo la donna che ho sempre voluto essere. Non vorresti sapere che ora sono solo la brutta copia di me stessa. 
E solo una cosa mi è ben chiara: che la prossima volta non mi tufferò in un tentatore fiume di cioccolato, perché è da lì che siamo arrivati ad uno stagno di fango inerte e svogliato.
Che noi pagliacci abbiamo riempito di trucchi e assi nella manica non richiesti. Di insinuazioni, di attentati alla nostra integrità, di un continuo disattendere, sfuggendo da noi stessi. Perciò è il caso di smettere questo abito di scena e vezzeggiare la nostra negletta dignità. 
Prendersi la responsabilità di neutralizzarci, annullando le tentazioni dell’odio e dell’amore.
 Una presa di posizione degna di un atto eroico. Ma questo tiro al bersaglio non è più avvincente, è un ostico gioco a punti e fra poco diventerà una lotta contro mulini a vento. 
Tanto stoica quanto insensata ed inerziale.
 Io perdo in ogni caso, e mi fiderò di chi dice che non si può desiderare ciò che non si ha. E annientarti ora è il dolore meno insopportabile. Null’altro ha un senso e lo capirai anche tu. 

Impareremo a camminare

E una languida nostalgia spietatamente irrompe, ripensando alle nostre orme predilette e romanticamente intersecate su quel batuffolo di zucchero filato. Così ci immaginavamo di vivere. Sembrava di stare su una nuvola. Io e te, in pace e al riparo o dal mondo. 
Ora dobbiamo uscirne ognuno in una direzione, pur stentando un equilibrio antitetico al buio, prima che i sinistri sparvieri che vedo all’orizzonte infieriscano rovinosamente su di noi per saziare i loro bisogni egoistici. Impareremo a camminare. 
Adesso si è fatto tardi, ti chiedo l'ultima cosa. Hai presente non riuscire a rinunciare a sognare? Beh io sì. E ora sono chiamata proprio a questo. Perché ora la vertigine che sento non nasconde più la voglia di lanciarsi, ma solo paura. E io devo andare prima che per me diventi qualcun altro. 
Adesso scaglia su di me una maledizione, sciogli l'incantesimo. Dal canto mio, sto già bramando l'assenza e adoperandomi affinché la luna oscuri il sole con la sua ombra.
 Non pensavo sarebbe stato così complicato emendare la volta celeste. 
Sarà che l'universo ce l'ha con me per averlo maledetto oggi per averti incontrato. O sarà che non sono preparata ad una vita senza di te. Bel dilemma. 
E mi domando dove sia la mia ricompensa per aver partecipato. Per avere alimentato questo fuoco. Ora userò i fiammiferi per bruciare il mio e il tuo feticcio.
 Le mie carte sono finite, il gioco deve cambiare. 
E mi ricorderò che inizio e finisco con te. 
E che io e te significa incandescenti intrecci di parentesi, audaci asterischi di linfa primordiale. Significa miracolo. Significa una miracolosa causa persa. No, non è più tempo. Sono pronta a questo viaggio interstellare. 

Commenti

  1. Oggi per puro caso ho cercato il mio nome in rete e mi sono imbattuta in questa pagina che è uscita tra i primi risultati. Grazie davvero per le tue parole, hai colto in pieno il senso del racconto. Ho altre cose in porto ma per ora grazie ancora!!

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