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Il bambino blu: cronaca della psicosi post-partum e di una rinascita 👦 🔵

da un lato una mamma felice con un bambino in braccio, dall'altra una culla e una mamma che prova un disagio psichico
(Introduzione a Daniela Barone). I silenzi possono pesare più delle grida. Il silenzio di una madre che non riconosce più sé stessa, quello di un neonato che sembra attendere che la tempesta passi, e quello di una società che spesso confonde il disagio profondo con una passeggera malinconia. In questo racconto, entriamo nel cuore di una condizione psicologica post-partum: una condizione rara, violenta e alienante. Attraverso gli occhi della protagonista, viviamo il crollo delle certezze domestiche e la faticosa risalita verso la luce, ricordandoci che la guarigione non è un colpo di spugna, ma un lento ricucire ferite che lasciano cicatrici, ma smettono di fare male.

(Daniela Barone) ▪️

🔵 L'attesa e il miracolo di aprile

Eravamo sposati da quattro anni quando si era affacciato prepotente nella nostra coppia il desiderio di avere un figlio. Già da tempo avevamo dovuto far fronte alla curiosità della gente che non capiva come mai non avessimo ancora un bambino. 
In realtà io mi ero laureata da appena due anni e, pur essendo ancora nella graduatoria delle supplenze temporanee, mi dedicavo con passione all’insegnamento della lingua inglese. Con il passare del tempo, però io e mio marito avevamo cominciato a invidiare le coppie di amici che già avevano avuto un bebè, così ci eravamo impegnati a fare l’amore nei periodi giusti. 
Il nostro piccolo si era fatto attendere sei mesi anche se io avevo soltanto 26 anni. La gioia ci aveva travolto alla notizia della mia gravidanza che era trascorsa liscia fino alla ventiduesima settimana: le contrazioni si erano presentate anzitempo per cui il mio ginecologo aveva predisposto un breve ricovero all’ospedale Gaslini.
Dato che le minacce di parto prematuro si erano ripresentate nei mesi successivi, il dottor F. mi aveva prescritto un farmaco da assumere fino alla fine di marzo. Roberto era nato il primo aprile 1983, tredici giorni prima del termine dopo l’induzione, pratica comunemente adottata in quegli anni. 
Il mio piccolo pesava quasi 3 chili e mezzo ed era lungo 53 centimetri. Fin dall’inizio succhiava vigorosamente dalle mie mammelle stimolando la già cospicua produzione di latte. 
Era venuto al mondo con un vagito simile al belato di un agnellino ma era forte e bellissimo: aveva gli occhi azzurri di noi genitori, una boccuccia a cuore e capellini biondi su una testolina meravigliosamente tonda, un vero capolavoro ai miei occhi di mamma. 

🔵 Il crollo delle mura domestiche

Quando io e lui fummo dimessi mia madre venne a vivere con noi per darci una mano; lei addirittura pretese di passare le prime notti con Robertino nella sua stanza. Per non creare dissidi nei rapporti già problematici fra lei e mio marito, ci adeguammo alle sue decisioni e accettammo di buon grado il suo aiuto.
Purtroppo, nonostante la mia vulnerabilità di neomamma, lei e mio marito non mi risparmiarono liti e rimostranze pressoché quotidiane. Io cominciavo a risentire del clima teso di casa: l’euforia dei giorni trascorsi nel reparto maternità si era trasformata in agitazione e confusione mentale fra le pareti domestiche.

🔵 Nel tunnel dell’alienazione

Il singhiozzo e le colichette serali che affliggevano Roberto suscitavano in me un forte senso di ansia arduo da placare. Anche riposare poche ore di notte era diventato impossibile. Di giorno mi aggiravano per casa confusa, incapace non solo di occuparmi del piccolo ma anche di me stessa.
Un giorno, evidentemente per posizioni fortemente divergenti fra mio marito e la mamma, assistei sbigottita ad un episodio allucinante: Saverio aveva afferrato mia madre per un braccio e l’aveva cacciata di casa con il suo borsone. Come aveva potuto riservare un trattamento del genere a sua suocera, una donna tanto più grande di lui?
Intanto il piccolino si era messo a piangere e Saverio me l’aveva portato perché l’allattassi. Da quel momento tutto precipitò: l’insonnia totale ebbe il sopravvento su di me consegnandomi ad allucinazioni ed estraniamenti spaventosi.

🔵 Una madre "zombie" e la crudeltà del giudizio

Sia la guardia medica che il medico del PS non individuarono la mia malattia. Il dottore di famiglia mi aveva prescritto degli psicofarmaci incompatibili all’allattamento e aveva consigliato a Saverio di non lasciarmi mai sola con il bambino.
Dopo un mese mio marito dovette tornare al lavoro e fui io ad occuparmi in qualche modo di Robertino. Ai miei genitori non era permesso farmi visita perché Saverio era convinto che la mia malattia fosse causata da loro. 
Mentre io mi aggiravo per casa come uno zombie, Robertino restava tranquillo nella culletta senza mai piangere, quasi avesse compreso che la situazione era diventata insostenibile. Io peggioravo di giorno in giorno: non volevo lavarmi e non ero neppure in grado di vestirmi da sola. Il mio forte disagio venne appena scalfito dalle cure di un’assistente sociale che due volte alla settimana veniva a darmi una mano nella cura del bambino.
Oltre alle sofferenze del mio stato, pativo per il trattamento crudele che mi riservava quotidianamente mio marito. «Povero piccolo...Non merita una mamma come te. Possibile che tu non riesca a risollevarti? Che razza di madre sei? Altro che orologio dovrei regalarti. Te lo puoi scordare, stupida!» inveiva mio marito.

🔵 L’enigma del ripostiglio e la diagnosi

L’orologio a cui alludeva avrebbe dovuto essere il suo regalo per la nascita del nostro bambino. Io non capivo granché, nemmeno quando mi aveva chiuso nel ripostiglio per andare a fare la spesa con Robertino: confusa e alienata da tutto e tutti, anche dal mio piccolo, avevo immaginato che mio marito mi avesse sottoposto a un enigma per testare la mia intelligenza, insomma, una sorta di “escape room”. 
Guardavo le pareti dello spazio angusto come quello di una prigione e attendevo ansiosamente il ritorno di mio marito. Lui arrivò trafelato con Robertino nel passeggino, carico di borse del supermercato. «Scusa, scusa. Ho cercato di fare in fretta.» aveva detto pallido e affannato.
Siccome peggioravo di giorno in giorno, Saverio aveva deciso di farmi vedere in un Centro di Salute Mentale; qui uno psichiatra, il dottor S. aveva cercato per oltre un mese di trattarmi con farmaci e sedute psicoterapeutiche. Lo specialista aveva diagnosticato una severa forma di psicosi puerperale, sindrome che affligge solo una neomamma su mille. Che sfortuna! 

🔵 Il ricovero e il "bambino sfocato"

Visto che le cure del dottor S. non mi avevano giovato minimamente, mio marito aveva scelto di farmi ricoverare in un ospedale del Piemonte dove lavorava come psichiatra un suo caro amico. Fu un periodo di grande sofferenza per la lontananza da Robertino e dai miei che potevo vedere solo la domenica.
Quanti pianti avevo fatto accanto ai miei genitori, straziati e imponenti davanti alla mia malattia, ben più seria dei “Maternal Blues” che colpiscono tutte le neomamme. Il mio “bambino blu” era sfocato nella mia mente, anche se ogni giorno rimiravo le sue foto sgualcite sul comodino della mia stanza. 

🔵 La rinascita e il filo della ragnatela

Dopo due settimane di cure il mio umore migliorò al punto da far considerare ai medici la dimissione. Robertino era tanto cambiato, mi aveva detto Saverio: aveva tre mesi e mezzo e stava sempre con mia suocera che lo accudiva teneramente.
Riportare a casa il mio bambino fu una gioia inenarrabile. Ormai stavo bene ma dovevo ricucire i rapporti con mio marito e favorire una riconciliazione fra lui e i miei genitori. 
Il filo con il mio piccino, lontano da me per mesi, non si era però interrotto ma era rimasto tenace come quello di una ragnatela: i sorrisi che prima lui riservava solo al papà e a mia suocera adesso gratificavano soprattutto me, la sua mamma che era stata tanto male. Che felicità dargli le prime pappine e portarmelo in giro nel passeggino come un trofeo preziosissimo! 

🔵 Le cicatrici che non dolgono più

La mia salute era così migliorata che ero riuscita ad organizzare da sola il suo battesimo. Invitammo pochi amici e parenti, compresi i miei genitori che avevano mantenuto un atteggiamento gelido nei confronti di mio marito. Ci vollero due anni per convincere Saverio a scusarsi con loro e a riprendere le nostre frequentazioni. 
Io non dimenticavo mai di portare al polso l’orologio promesso da Saverio che a tutti i costi avevo voluto acquistare con i miei soldi: mi bruciava troppo il ricordo della crudeltà di mio marito e non gli perdonavo il mancato sostegno emotivo a cui avevo diritto come tutte le neomamme. 
Molte volte avevo contemplato l’idea di lasciarlo anche se non ne avevo mai parlato esplicitamente con lui.  Sapevamo entrambi che alla nostra coppia serviva ancora del tempo e avvenne proprio che il tempo, come si dice ‘un gran dottore’, curasse le mie ferite ancora aperte.  
Il nostro matrimonio vacillò per lunghi mesi ma l’impegno profuso da Saverio e il ricordo dei tanti anni felici con lui mi dissuasero dall’idea della separazione.
Robertino, con il suo stupendo sorriso sdentato, ebbe un ruolo importante nel nostro matrimonio traballante: grazie anche a lui, io e Saverio tornammo ad essere una coppia solida che quasi miracolosamente si era salvata da quel cataclisma spaventoso. Le cicatrici permanevano ma non dolevano più.

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