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Le scuole riaprono, non basta

(Angelo Perrone) La riapertura delle scuole è vissuta con sollievo un po’ da tutti, studenti, professori, istituzioni sociali. Dopo la pandemia, che aveva portato alla chiusura forzata per ragioni sanitarie e alla didattica a distanza, mai come ora il ritorno in classe è un segnale di normalità.
Si affacciano però difficoltà e preoccupazioni, determinate dalla mancanza di personale (molte scuole sono costrette al tempo ridotto) oppure imposte dal risparmio energetico. Ora più che mai serviranno investimenti per rendere le scuole autosufficienti attraverso il fotovoltaico e saranno preziosi i contributi del Pnrr.
È mancata a tutti la scuola in questo lungo periodo. Era preziosa la didattica quotidiana, indispensabile la frequenza nelle aule, mai come durante la pandemia se n’è sentita la mancanza. È accaduto come per certi grandi amori, folgoranti e splendenti, che il tempo rende scontati, degradandoli ad abitudine, spegnendo così il primo entusiasmo.
La chiusura ha costretto ad una presa di coscienza. Improvvisa e traumatica. Ha spinto ad una riflessione sulla funzione sociale della scuola, ne ha sottolineato l’importanza nella vita dei ragazzi, ne ha evidenziato l’utilità nell’organizzazione delle famiglie, nell’equilibrio di tutta la società. Le difficoltà in cui si sono trovati tanti ragazzi, costretti – in una fase cruciale della loro crescita - alla Dad, privati del rapporto diretto con i coetanei e del contatto con gli insegnanti sono state spesso le cause determinanti di una condizione psicologica difficile: hanno pagato sulla loro pelle l’isolamento, la distanza dal mondo esterno.
Una scuola chiusa, non in grado di svolgere i propri compiti nella pienezza delle possibilità, è un non senso, una contraddizione in termini. Perché la scuola è intrinsecamente apertura alla vita e alla relazione con l’altro. La soddisfazione che accompagna ora la riapertura delle scuole non può bastare, perché quella scolastica non è solo un problema di sicurezza ma valoriale, per gli studenti, i professori, la società.
In gioco è il processo educativo, il suo corso, la sua possibile evoluzione. Non è detto che sia bastato il Covid ad aprirci gli occhi e farci (ri)scoprire il valore etico della scuola. Cioè la sua importanza per i singoli e la collettività, la sua essenzialità nel compito di neutralizzare i pregiudizi, esaltare il confronto delle idee, promuovere il desiderio di sapere. Non solo dunque antidoto alla violenza e alla sopraffazione, vaccino etico contro devianze e dissipatezza, ma ricostituente dell’intelletto e dello spirito.
Infatti l’urgenza di riaprire le scuole è vissuta prevalentemente in chiave di sicurezza e di ritorno alla normalità pre-pandemica, tant’è che ci si rallegra del rientro in classe e dei ritmi ordinari. Certo è importante che i figli tornino in classe, ma non può bastare, come del resto non deve accadere che l’attenzione si esaurisca nell’impegno a migliorare l’agibilità degli edifici o la capacità di risparmio energetico. Obiettivi tutti, importanti ma parziali.
Il passo indispensabile è quello di cogliere l’occasione della riapertura delle scuole dopo il Covid per porre il problema dello studio al centro del dibattito culturale, farne una questione vitale per lo sviluppo del paese. Una nazione con una scuola inadeguata è destinata a perire, a perdere il soffio della sua anima. 

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