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Un popolo sradicato dal suo territorio


(Angelo Perrone) La vicenda umana di tanti profughi ucraini, che gli stessi italiani hanno accolto numerosi e con generosità, non esaurisce la tragicità del momento.
Di quello stato fisico e mentale l’attualità offre infinite declinazioni, persino più laceranti, quando lo squarcio attraversa la percezione di sé. La storia dello scrittore ucraino di lingua russa Vladimir Rafeenko (raccontata da ultimo da Marco Imarisio su La Lettura, 20/3/22) racchiude incredibili contraddizioni, che nessun saggio sui rapporti tra Russia e Ucraina riuscirebbe a mostrare in maniera altrettanto chiara.
Nato nel Donbass da genitori di lingua russa, parla e scrive solo in russo, vince numerosi premi, si afferma nel mondo delle lettere, diventa un personaggio importante della letteratura russa. Afferma che deve «tutta la notorietà a Mosca», e che nonostante la guerra avrebbe potuto proseguire l’ottima carriera, ma confessa il suo stupore: non «avrebbe mai immaginato di doversi difendere dalla Russia».
Nel 2014, con l’invasione del Donbass e della Crimea, sceglie di trasferirsi a Kiev e d’imparare l’ucraino, una lingua che – va aggiunto – conosceva poco e tuttora ha difficoltà a parlare in modo fluente, tanto da fargli dubitare di poter scrivere in ucraino. Tuttavia oggi la brutalità dell’azione armata è sconvolgente. Putin ha voluto un’accelerazione violenta del processo di “russificazione” del territorio iniziato dopo la seconda guerra mondiale.
Tutta l’operazione serve a creare il mito fittizio del Donbass filorusso e con esso perseguire il disegno di svilire l’identità del paese che anche in quella zona era sopravvissuta nelle tante tradizioni popolari. Il punto doloroso di non ritorno è constatare di non poter più usare, di fronte allo sfacelo, la sua stessa lingua madre, il russo.
Rafeenho è ormai entrato in conflitto con sé stesso, la sua cultura, le parole usate fin qui. Non riesce a spiegarsi perché sia accaduta questa follia etichettata come operazione di denazificazione. Non comprende che cosa, di anomalo, ci fosse in vite come la sua. Lui si era sempre sentito «un ucraino che scrive in lingua russa, questa era la cosa chiara e comprensibile».
Il malessere con il quale ha dovuto fare i conti deriva da una ferita impossibile da rimarginare, il sentirsi strappato dalle origini proprie e dal suo mondo, esattamente quello che è stato costretto ad abbandonare.
«Pensavo che l’Ucraina fosse proprio quel pezzo di terra e di città dove abitavo, che quella fosse la mia terra, anche se parlavo un’altra lingua». Non c’era nulla di strano a rivendicare la propria appartenenza all’Ucraina pur scrivendo in altra lingua, «in un paese così grande, pieno di tante culture diverse», questa la dolorosa conclusione.

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