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La guerra che divide la cultura

Foto Ansa
Il dilemma sulla collaborazione universitaria con Israele


(Angelo Perrone) La collaborazione con le Università israeliane è motivo di discussione nel mondo accademico e nella società italiana. Se viviamo in un mondo iperconnesso in cui nessuna disciplina è staccata dalle altre e ogni accordo può avere implicazioni belliche, è possibile immaginare attività immuni da conseguenze nefaste? Come orientarsi nella società democratica?
La polemica è nata da un bando del Ministero degli esteri che prevede ricerche accademiche legate ad un accordo, definito come «collaborazione industriale, scientifica, e tecnologica tra Italia e Israele». In alcune università italiane, il senato accademico si è espresso contro questa collaborazione. Il motivo? La preoccupazione che le ricerche possano essere utilizzate dall’industria bellica israeliana e quindi contribuire alle azioni contro la popolazione palestinese di Gaza condotte dall’esercito israeliano.
Stupisce che istituzioni culturali e scientifiche adottino decisioni senza conoscere i dati di riferimento, e prospettando giudizi solo ipotetici, non supportati da riscontri. Il rifiuto di partecipare al bando si basa sulla mera “possibilità” che le collaborazioni abbiano applicazioni militari e un qualsivoglia effetto sulla guerra a Gaza. 
In pratica, non è stata compiuta alcuna analisi della natura e delle conseguenze delle collaborazioni oggetto di contesa, approfondendo quale accordo esattamente sia esposto al rischio temuto e indicandone le ragioni. Oppure quale ricerca sia suscettibile di usi alternativi in campo civile e militare, il cosiddetto dual use.
Il fatto, tuttavia, è che, in un mondo interconnesso, nessuna disciplina può dirsi davvero staccata dalle altre, basti pensare all’energia nucleare usata per scopi pacifici e bellici. In tale situazione, l’accusa di complicità può estendersi (arbitrariamente) in qualsiasi direzione e coinvolgere ogni settore sia esso scientifico, culturale, sportivo.
Tanti gli esempi. Nel 1940, in piena seconda guerra mondiale, si discusse dell’opportunità di far svolgere ugualmente le Olimpiadi. All’inizio della invasione russa dell’Ucraina, qualcuno ha pensato che dovesse essere messo all’indice, nelle università italiane, l’incolpevole Fëdor Dostoevskij, retroattivamente responsabile delle malefatte del dittatore Putin. 
Rimanendo alla tecnologia dual use, non si può dimenticare che la storia della chiavetta Usb, usata oggi in 10 miliardi di dispositivi, e anche si suppone da studenti e docenti pro Palestina, è cominciata nel 1999 con Dov Moran, un inventore israeliano, fondatore della società M-Systems, che la brevettò a fini militari. Un caso emblematico di dual use, mai contestato da alcuno. 
Insomma, quello delle implicazioni belliche è argomento che, quand’anche verificato, copre poco e male le ragioni di chi vorrebbe sabotare le collaborazioni con Israele. Come uscirne allora? 
Verrebbe da escludere che settori come la salute, l’assistenza, la scienza, o lo sport siano al riparo dalla contesa. Proprio la questione umanitaria a Gaza (cibo, salute, sopravvivenza dei civili) è invocata da tutti per contrastare la scellerata politica di Netanyahu, e chiedere un cambio di rotta nell’azione israeliana nella Striscia. 
Eppure il buon senso rimanda ad un quesito radicale, che è etico e anche politico: qual è il limite nella difesa dei diritti e nella risposta al male? 
In questo caso il senso di un confine inderogabile, nella ricostruzione dei fatti e nella percezione dei valori, è il criterio che fa la differenza e suggerisce la soluzione. Si tratta sempre di distinguere i piani di riflessione, senza confondere le ragioni e i torti, i momenti storici, le istituzioni e le persone soprattutto in una società democratica. Un duro ma necessario esercizio.
Per esempio la solidarietà con la popolazione di Gaza, vittima di una reazione ingiustificata da parte di Israele, non può implicare il silenzio sul terrorismo di Hamas e le sue responsabilità verso la popolazione palestinese, né vietare un moto di commozione per le vittime ebree del 7 ottobre. 
La confusione tra aspetti diversi porta a generalizzare le accuse, usare etichette di comodo, accorpare ciò che abbia il segno dell’altra parte, mescolando tutto, le azioni militari o politiche, la cultura e le istituzioni che la esprimono. 
Così la collaborazione con le università israeliane può essere facilmente stigmatizzata a prescindere dai contenuti e dalle implicazioni. L’immunità della cultura accademica dalle strumentalizzazioni nasce da distinzioni necessarie sul modo di ragionare dei suoi esponenti e sulla costituzione in organismi sociali indipendenti. Si tratta di una condizione fondante delle società democratiche.
Naturalmente, anche nel mondo organizzato in senso liberale il principio non è affatto scontato né incorruttibile. Il principio dell’autonomia culturale deve sapersi conquistare sul campo la propria dignità e il rispetto della collettività. Può farlo coltivando ed esprimendo orgogliosamente il proprio “statuto” costitutivo, espressione di valori e strumenti intellettuali, e difendendolo in concreto da contaminazioni e strumentalizzazioni. 

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