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Scuola e cittadini

Presenza degli stranieri e funzione delle scuole


(Angelo Perrone) La questione della presenza degli stranieri nelle scuole implica un’ambivalenza di obiettivi e perciò rischia di essere fuorviante. Le basse percentuali di presenze, auspicate dal governo, dovrebbero essere compensate almeno con il raddoppio delle classi, altrimenti rimarrebbero un’astrazione e avrebbero l’effetto di contrarre l’istruzione rivolta a quei soggetti.
Il paradosso è che si parli drasticamente di “stranieri” a proposito di bambini e ragazzi che, pur avendo genitori di altra nazionalità, da sempre abitano qui, frequentano le nostre città, parlano perfettamente la lingua, magari con accenti dialettali, e frequentano i nostri figli. Eppure, verso di loro, si avverte diffidenza, scetticismo, avversione a motivo delle loro credenze, in contraddizione con i principi di uguaglianza e partecipazione tutelati dalla Costituzione.
Andrebbe considerato che, a distanza di otto anni dall’introduzione, è latitante la figura dell’insegnante di italiano per stranieri, cioè quel ruolo che avrebbe dovuto colmare il divario tra alunni madrelingua e non. Basti ricordare che, nell’ultimo concorso per 44 mila posti, quelli riservati a dette figure erano solo 51.
Inoltre, andrebbe valutato il modo di rendere praticabile un ben diverso limite, il tetto di alunni per classe, in modo da avere un rapporto insegnante – studenti su basi numeriche accettabili. Il numero confligge con la qualità sempre, non solo quando sono presenti gli stranieri. È impensabile una didattica a misura di alunno con classi troppo numerose, e tenerne conto gioverebbe a tutti, madre lingua o meno.
Naturalmente c’è un serio problema didattico nella popolazione scolastica, derivante dal grado di comprensione della lingua italiana, anche legato alla pratica d’uso, alle consuetudini, infine alla dimestichezza con grammatica, sintassi, lingua italiana. Sarebbe errato negare che l’uso in famiglia della lingua possa essere determinante.
Andrebbe coltivato il disegno di rafforzare e migliorare l’insegnamento nei confronti della parte della popolazione scolastica in affanno, tanto gli studenti immigrati o di seconda generazione, quanto tutti gli altri, che accusano difficoltà perché provenienti da ambienti, pur “italianissimi” ma meno qualificati culturalmente.
Ancora una volta serve trasparenza: si tratta di chiarire quale sia lo scopo reale dei propositi, se cioè si tratti (come dovrebbe essere) di migliorare l’apprendimento dei più disagiati (tutti, a prescindere da provenienza, identità sociale, contesto territoriale) oppure di ridurre (sarebbe deleterio) la partecipazione di alcuni, scriminati per la fede religiosa e di riflesso per l’origine.
Cioè in definitiva serve chiarire se l’obiettivo reale sia migliorare la qualità dell’istruzione a prescindere dalla discendenza, oppure comprimere il diritto costituzionale all’apprendimento. La scuola deve avere una funzione di istruzione e integrazione sociale.
È la scuola nel suo complesso che andrebbe rimodulata nelle sue componenti di base (numero degli insegnanti, figure professionali, strutture e materiali, metodi di istruzione) perché possa garantire a tutti le condizioni di integrazione e di apprendimento.  

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