Passa ai contenuti principali

Il comico del circo: la solitudine di un’identità senza nome 🎪

disegno dell'atmosfera esterna di un circo la sera
(Introduzione a Daniela Barone). C'è una distanza siderale tra gli applausi sotto le luci di un tendone e il silenzio di una strada di città. In questo racconto, la memoria dell'infanzia diventa lo specchio di una riflessione necessaria: come siamo passati dallo scherno verso "quelle persone" al rispetto dell'identità di chi, oggi, rivendica il diritto di essere chiamato con il proprio nome.

(Daniela Barone) ▪️

L'arrivo del carrozzone: la magia dell'estate

Ogni estate nel piazzale del mio quartiere arrivava il carrozzone del circo Remo Travaglia. Erano momenti davvero speciali non solo per noi bambini, ma anche per i grandi che si accomodavano sulle sedie di legno un po’ malconce per assistere agli spettacoli serali. Anche la mamma e papà si divertivano a guardare le malefatte dei pagliacci o i numeri strampalati degli attori.
Spesso ci sedevamo in seconda fila, vicino a una vecchia signora elegante che tutti chiamavano ‘la Contessa’. Nessuno sapeva se realmente la vecchietta avesse origini nobiliari, ma la sua aria compassata e l’abbigliamento ricercato inducevano tutti a trattarla con una sorta d’ossequio.
«Come va, Contessa», la salutava papà con il suo fare bonario. La mamma sembrava un po’ sulle spine, sempre timorosa delle sue gaffes. Ma alla vecchia signora piaceva chiacchierare con lui. 
«Che simpatico, suo marito, signora», diceva mielosa. A me la Contessa, a dire la verità, faceva un po’ ribrezzo. Aveva denti un po’ storti e ingialliti e ostentava un buffo monocolo al posto di occhiali normali. 
Scena scherzosa tra due figuranti in in circo

La ballerina del varietà: l'incanto del cerone

Il Circo Travaglia era composto da membri della stessa famiglia: moglie, marito e due figli. Unico estraneo al nucleo famigliare, era un attore che interpretava sempre parti femminili. Entrava in scena addobbato come una ballerina del ‘varietà’, come si diceva allora, e nascondeva la barba sotto uno spesso strato di cerone.
Qualche volta io e le mie amichette riuscivamo ad intrufolarci nel tendone per assistere al suo complesso maquillage. Oltre al cerone, lui truccava pesantemente le ciglia e le labbra. Poi indossava abiti femminili variopinti e, in ultimo, una parrucca di riccioloni biondi. La trasformazione dell’attore ci ammaliava sempre. Nessuna di noi trovava strana quella metamorfosi, anzi.
Nutrivamo per lui una grande ammirazione quando, aperto il sipario, entrava ancheggiando al ritmo di balli simili al can can e salutava calorosamente il pubblico. Aveva gambe corte e storte inguainate in calze nere traforate e ostentava un seno prosperoso ottenuto chissà come. 

Il trionfo e l'incontro: quando la maschera cade

Dopo due settimane, poco prima che il circo levasse le tende, il titolare Remo indisse una gara canora per noi bambini. Chi voleva partecipare? Io, un po’ timida, aspettai l’adesione di cinque o sei bambini, poi alzai la mano per indicare che anch’io mi sarei esibita quel sabato sera. Sapevo già cosa avrei cantato: ‘La banda’, un grande successo di Mina.
Le votazioni del pubblico decretarono il mio trionfo. Vinsi una piccola coppa argentata che mostrai alla mamma mezza addormentata. Lei si complimentò con me e aggiunse che la mia voce argentina e intonata era giunta fino a casa grazie ai potenti altoparlanti. 
I giorni successivi, quando ormai il circo aveva lasciato il nostro borgo, mi godetti i complimenti di amiche e conoscenti. Ancora elettrizzata per il mio traguardo, un pomeriggio volli accompagnare mio padre a Sestri per una commissione. Mentre passeggiavo felice con lui per la via principale, papà mi disse improvvisamente: «Daniela, hai visto chi c’è?» Proprio davanti a noi veniva un signore di mezza età, capelli grigi incolti e aria trasandata. 
Sulle prime non lo riconobbi, poi ebbi un tuffo al cuore. Era l’attore che interpretava il ruolo della ballerina sguaiata al circo Travaglia, ne ero sicura. Procedeva un po’ curvo e aveva sul viso un’espressione mogia, forse sofferente. Tempestai papà di domande. Ma perché indossava abiti maschili? Era un uomo o una donna? 
Papà si strinse nelle spalle sorridendo. «Eh, sono persone fatte così. Sono travestiti. Lo vedo spesso sul bus. Si chiama B.»  Travestiti. Non capivo. L’ammirazione che avevo provato per lui stava lasciando il posto a una sensazione indecifrabile. Il disagio non mi abbandonò quando, a casa, confidai alla mamma che per tanti pomeriggi avevo assistito alle sue trasformazioni nel tendone. 
«Meglio stare alla larga da quelle persone, Daniela.» Stare alla larga. Eppure tutti noi avevamo riso delle sue esibizioni. Certo, a vederlo così per strada, senza musica né lustrini, il signor B. appariva come accartocciato. Senza il circo Travaglia, era solo una triste comparsa che non suscitava risa ma una pena profonda.
Un ballo di due figure maschili nelle parti dell'uomo e della donna su una pedana da circo

Angela e il coraggio del cambiamento

Per anni non pensai più al travestito del circo che aveva allietato le serate estive nel nostro quartiere. Molto tempo dopo fu mia figlia, insegnante alle prime armi in un liceo di Milano, a riportarmi alla mente le persone che oggi chiamiamo ‘transgender’: Elisabetta mi aveva raccontato che un suo alunno l’aveva pregata di chiamarla Angela, sebbene sul registro comparisse il nome al maschile.
Lei aveva assecondato il suo desiderio perché era convinta che ‘il ragazzo’ avesse raggiunto la sua identità sessuale di donna e intendeva rispettarla.  Nonostante qualche perplessità, arrivai a condividere la sua posizione.
Del resto perché la società doveva stigmatizzare chi aveva ricevuto dalla natura un sesso percepito come sbagliato?  Che crudele condanna doveva essere ritrovarsi ingabbiati in un corpo che non ci appartiene.
Mia figlia aveva dimostrato un’insolita sensibilità con Angelo. Davvero non riesco ad immaginare come avrei agito io al suo posto. Forse sarei passata per le vie istituzionali chiedendo al Dirigente Scolastico di indire un consiglio di classe straordinario?  Avrei cercato un colloquio privato con lui o la sua famiglia? Questi interrogativi mi assillavano.
Questo studente ardito che reclamava il suo diritto ad essere trattato da ragazza, strideva con l’immagine sconfitta del clown del circo Travaglia. Di sicuro le sue esibizioni in grotteschi costumi femminili non potevano bastare a dare un senso ad un’esistenza discriminata. 

L'epilogo: la solitudine dietro i lustrini

Per anni serbai il ricordo del signor B. che se ne andò a sessant’anni per un infarto. Non me ne stupii: forse le avventure notturne con uomini in cerca di emozioni proibite non erano bastate a sconfiggere la solitudine e lo sgomento delle sue giornate.
Lo scherno e il rifiuto della gente lo avevano condannato a un triste epilogo, così diverso dagli entusiastici applausi finali nel tendone chiassoso del circo. 
 

Commenti

Post popolari in questo blog

Tango delle rose in Versilia, un'estate assolata trasformata dal ricordo

Paolo Brondi -  Il festival di Villa Melzi era tutto all’aperto: nel parco, assai esteso e prossimo al mare versiliese. Il buio era sciolto in luminosità diffusa e suadente, arieggiata da numerosissime lanterne e da fiaccole antizanzara, dal dolciastro sapore di geranio, e su tutto scendeva il soffuso chiarore della luna piena. Più in là, il mare rumoreggiava come un’eco mormorante “ricorda… ricorda… ricorda… ”. Giorgio e Silvia scelsero un tavolo un poco in disparte e la musica rock, o il ritmo facile di canzonette come Cuore, Abbronzantissima, Una lacrima sul viso, li raggiungeva meno del mormorio del mare e dei profumi del parco.  Silvia era bella e il chiarore lunare impreziosiva la purezza delle linee del volto con appena una traccia di trucco, i capricciosi biondi capelli, il vestito di seta color fucsia che flessuoso scendeva, con graziosa scollatura, ad accarezzarne il seno, il ventre piatto, la curva dei fianchi, arrivando fino al ginocchio.  Lui port...

C'è una storia che ho bisogno di raccontare

(a.p.). Una storia, su radici, terra, e il coraggio di cercarne di nuova senza perdere la prima. Non un annuncio, o un bilancio. L'ho scritta per chi, in questi anni, ha reso questo giardino comune. Potete leggerla sul nuovo sito, www.pagineletterarie.it: Migrare. Una storia di radici e di nuova terra .

Gli amanti di Marc Chagall, tra sogni volanti e la solitudine della realtà

(a.p. - INTRODUZIONE) ▪️ Fantasie popolari, figure volanti, personaggi solitari. Il presente, in Marc Chagall, è sempre trasfigurato in un sogno che richiama le suggestioni della sua infanzia, comunque felice nonostante le tristi condizioni degli ebrei russi, come lui, sotto lo zar. Colori liberi e brillanti accompagnano figure semplici e sinuose, superano i contorni dei corpi e si espandono sulla tela in forme fantastiche. Le sue opere sono dedicate all’amore e alla gioia di vivere, descrivono un mondo poetico che si nutre di ingenuità ed è ispirato alla fiaba, così profondamente radicata nella tradizione russa. (Marina Zinzani - TESTO) ▪️ Desideravo una casa, un luogo caldo ed accogliente in cui tornare la sera. Desideravo qualcuno a cui raccontare la mia giornata. Desideravo un grande albero, a Natale, pieno di luci e di regali. Desideravo una bambina che mi accogliesse buttandomi le braccia al collo. “Il mio papà!”: ecco le sue parole. Desideravo un luogo di vacanze, ma soprattutt...

Uno sguardo da Volterra, antichi saperi

Saperi ed energie, una dimensione più umana della città (ap) Arte e storia. La città, in primo luogo celebre per l'estrazione e la lavorazione dell’alabastro, conserva intatto un notevole centro storico di origine etrusca, in cui sono presenti rovine romane, ed edifici medievali come la Cattedrale ed il Palazzo dei Priori sull'omonima piazza, il centro nevralgico dell'abitato.

Lettera di un padre alla figlia che parte

(a.p.*) ▪️ L'annuncio e i ricordi. “Papà, abbiamo intenzione di sposarci”. È la frase che ogni genitore si aspetta di sentire prima o poi, che ascolta con qualche timore, e con cui deve confrontarsi, facendo i conti con un groviglio di emozioni. La sua bambina è improvvisamente cresciuta, e lui, il genitore, non è più l’unico uomo, o donna, della sua vita, il soggetto principale intorno al quale la vita del figlio ha ruotato per tanto tempo. Pagine di letteratura, saggi, immagini di vita quotidiana, scene cinematografiche memorabili sono dedicate a questo tema eterno e sempre attuale: il figlio che lascia la casa paterna e comincia una nuova vita. E il padre e la madre, di fronte a quell’annuncio, rivedono, in sequenza, tanti passaggi della vita familiare. 🎈 Radici d'infanzia: Fregene, film e confidenze Anche a me è capitato, come a quel genitore, nel film “Il padre della sposa”, di ricordare alcuni momenti trascorsi con te, Daria: La carrozzina che ...