Passa ai contenuti principali

Komorebi (Perfect days)

di Marina Zinzani

Fra le tante cose che restano in mente del film “Perfect Days”, del regista Wim Wenders, ce n’è una in particolare: Hirayama, il protagonista, si alza all’alba e quando esce di casa guarda il cielo, con un mezzo sorriso.
Il film ripercorre le sue giornate, in apparenza sempre uguali e ripetitive: il suo lavoro consiste nel pulire i bagni pubblici di Tokio, cosa che fa con straordinaria meticolosità.  Ascolta musica anni ’70 ancora con le cassette, frequenta una libreria in cui trova sempre un buon libro da leggere la sera.
Ogni giorno si reca in un parco, si siede e mangia un panino, ed osserva quel fenomeno che i giapponesi chiamano komorebi, il sole che traspare fra le foglie degli alberi. Cerca di catturare quel momento con la sua macchina fotografica.
Da una parte l’uomo che corre, inserito nella modernità, all’avanguardia, da una parte Hirayama, che percorre un viaggio tutto suo, a cui è approdato dopo un passato che si intuisce doloroso, con una famiglia benestante alle spalle e non pochi conflitti.
La sua vita si sofferma sulle piccole cose. Non ha una compagna, si può superficialmente dire che non può essere felice, che i suoi giorni passano in solitudine, ma la solitudine quasi sempre non si sceglie, esiste e basta. La sua diversità, rispetto alla persona sola, che sente un vuoto, è che il suo cuore è in una sorta di pienezza, armonia.
Lui “vive” le sue giornate, gusta ogni momento. Non è trasparente, le persone attorno lo considerano. Il suo essere in armonia con il mondo che lo circonda gli fa bastare ciò che ha: una casa piccola e modesta che ha reso accogliente, un lavoro umile che ha riempito di passione.
Si pensa all’uomo d’affari che vive le sue giornate nel traffico, fra riunioni, fra risultati che deve portare, sul filo dell’ansia e dello stress: la sua vita, in antitesi a Hirayama, è un treno veloce che non si ferma in nessuna stazione, ad osservare. La sua vita scorre su un binario definito, su cui non si è mai padroni, in fondo.
Occorre un evento, una grave malattia ad esempio, per comprendere che degli anni vissuti si ricorda ben poco, quasi un’esistenza consegnata agli altri in cui, per paradosso, si è vissuto come comparsa di un ingranaggio. Il tempo per sé non è stato vissuto appieno, il correre, il nervosismo, i rapporti umani superficiali hanno lasciato una sensazione di vuoto, di rammarico, se non di assurdità, e spesso è tardi per tornare indietro.
Il personaggio di Hirayama, che sarà difficile da dimenticare, lascia un messaggio: il guardare in alto, ogni tanto, il guardare una pianta, un albero, una persona che nessuno nota, il guardare e catturare dei momenti che diventano i nostri momenti, le nostre giornate, i nostri anni.

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...

"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute.  Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix. Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta. (Daniela Barone). Il doloroso addio Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno.  Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

La rotta del mare: viaggio interiore oltre il passato

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni. Una potente allegoria sulla consapevolezza e sul libero arbitrio interiore. Come muoversi tra il rischio di rimanere imprigionati nella nostalgia e l'atto coraggioso di correggere lo sguardo? Un componimento che invita al silenzio e all'attesa attiva, ricordandoci che per tornare a navigare verso il futuro occorre smettere di guardare indietro. (Maria Cristina Capitoni) Abbagli e richiami improvvisi disturbano il flusso leggero un filo sottile conduce al sentiero  correggi lo sguardo  che guarda all’indietro  immagini e voci passate son solo riflessi e il fiato non basta per tutti  conviene aspettare  finché non riaffiora la rotta del mare.