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Israele e la pena di morte 'razziale': la giustizia diventa una corda per impiccare i diritti umani 🪶

un uomo con una grande tunica e un martello da giudice in mano, dall'altra parte una bilancia con i piatti sbilanciati
(a.p.). Il voto del parlamento israeliano che introduce la pena di morte esclusivamente per palestinesi condannati per reati contro ebrei è più di un abominio giuridico: è il crollo del principio di uguaglianza davanti alla legge.
C’è l’orrore intrinseco della pena capitale — uno strumento barbaro già bandito dalla maggior parte dei paesi civili — a cui si aggiunge l’istituzionalizzazione di una pena di morte su base etnica. La massima sanzione non viene applicata in base alla gravità del reato, ma in base all’identità di chi lo commette.

Un sistema a due velocità: giustizia per alcuni, vendetta per altri

Questa legge disegna una giustizia a due binari, dove la pena capitale diventa uno strumento di supremazia etnica. Il cappio scatta solo se il condannato è palestinese e la vittima ebrea.
Se il reato è commesso da un colono o da un estremista israeliano contro un palestinese — magari con le stesse motivazioni "nazionalistiche" — la legge si volta dall’altra parte. Non si punisce più un reato, ma un "nemico".
La forca, che non è uno strumento di giustizia, diventa un’arma di vendetta legalizzata, trasformando il codice penale in un manifesto ideologico.
I dettagli della norma — isolamento totale, divieto di appello, impossibilità di salutare i familiari — rivelano che l’obiettivo è la degradazione dell’essere umano. Non c’è spazio per la rieducazione, né per la deterrenza: resta solo la vendetta di Stato, esercitata in modo unilaterale e discriminatorio.

Lo scenario internazionale: un silenzio assordante

Questa deriva avviene sotto gli occhi di una comunità internazionale che si professa custode dei diritti universali. Eppure, le espressioni di "preoccupazione" delle cancellerie europee appaiono tragicamente insufficienti di fronte a una legislazione che:
Nega il diritto alla difesa (impossibilità di appello).
Discrimina in base all’etnia (pena di morte solo per palestinesi).
Usa la morte come monito politico (esibizione del corpo come avvertimento).
La legge non può negare a tal punto l’essenza stessa dei diritti umani, si superano i limiti della crudeltà. Se accettiamo che la legge possa discriminare in base al sangue, stiamo rinunciando d’un colpo a secoli di civiltà giuridica.

Il crollo dei diritti umani: un precedente pericoloso

La Palestina rischia di diventare il laboratorio di un suprematismo globale che dovrebbe allarmare il mondo intero. Se si accetta che uno Stato possa legiferare in base all’etnia del condannato, crolla in particolare l’impianto dei diritti umani costruito dopo il 1945. Il tema va oltre la questione mediorientale: è la tenuta stessa della civiltà giuridica occidentale ad essere in gioco.
Il principio che la legge è uguale per tutti traballa ovunque nel mondo e rischia di subire così un colpo definitivo: con questa riforma cadono la democrazia in Medio Oriente e l’idea stessa di umanità che abbiamo faticosamente ricostruito dalle ceneri della guerra.
Non possiamo restare a guardare mentre il diritto viene trasformato in una corda per impiccare la speranza di una convivenza possibile. La giustizia non può essere una vendetta legalizzata. La civiltà si misura dalla capacità di proteggere i diritti di tutti, non dal potere di negarli a qualcuno.

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