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Marina e io: un’amicizia spezzata tra gatti, baci a stampo e addii senza ritorno 🐈💋🙋

Due adolescenti ridono e scherzano su un pianerettolo
(Introduzione a Daniela Barone). Un pianerottolo invaso dai gatti, l'odore di tabacco da fiuto e la scoperta dei primi, innocenti segreti. Marina non è stata solo la "prima amica", ma lo specchio di un’infanzia libera che si scontrava con il rigore di un mondo adulto fatto di pulizia ossessiva e addii senza ritorno. Un racconto che profuma di Genova anni '60 e della malinconia di chi, per crescere, ha dovuto imparare l'arte crudele del "tagliare i ponti".

(Daniela Barone).

L'incontro con Marina e la vita nel quartiere Oregina

Marina fu la mia prima amica quando ci trasferimmo a pochi isolati dalla casa popolare in cui ero cresciuta. Bastava una camminata di dieci minuti per ritrovare le amate vicine e i negozietti dove facevo la spesa per la mamma con una sportina rossa a rete. 
La nuova abitazione aveva una vera e propria camera da letto per mio nonno, prima costretto a dormire nell’ingresso. Nessuna stanzetta per me, invece: ancora una volta avrei dovuto condividere la camera matrimoniale dei miei ma dopotutto non era un grosso problema. Molto più dura fu piuttosto lasciare Serenella, compagna di tante marachelle, e i grandi prati dove la mamma mi portava a giocare.
Via Paolo della Cella era molto trafficata. Passava regolarmente l’autobus 95 che collegava il quartiere di Oregina al centro, e le numerose vetture rendevano difficile l’attraversamento. La nuova casa, come quella dove avevo vissuto i primi sette anni della mia vita, non aveva ascensore.
Si trovava al quarto piano, l’ultimo. Sul pianerottolo, oltre a noi, abitavano un vicino che non vedevamo quasi mai e una vecchietta, la signora Gigina. Lei era molto simpatica ma purtroppo aveva un grosso difetto agli occhi di mia madre: possedeva decine di gatti che spesso girovagavano sul pianerottolo e spesso facevano lì la pipì.
Maniaca della pulizia com’era, la mamma aveva contattato l’ufficio Igiene ma tutto fu inutile: i felini continuavano a gironzolare indisturbati sul pianerottolo e spesso stavano ore a guardare me e Marina giocare.
Un gatto fa le fusa in braccio ad una donna

In casa: aria ammuffita e la nonna col tabacco

I genitori della mia nuova amica dovevano essere più vecchi dei miei, o almeno lo sembravano. Papà mi aveva raccontato che il padre era un suo collega dell’UITE, l’azienda tranviaria di Genova, e faceva il bigliettaio. La madre era stata operata di un ‘brutto male’ al seno, come si diceva allora.
Con loro viveva la nonna, una vecchina decrepita che mi incuteva timore. Secondo me era vicina ai cento anni o, almeno, questa era la mia percezione. Tutte le volte che andavo a casa di Marina respiravo un’aria ammuffita. Forse era a causa della vecchia nonna perennemente vestita di nero.
Quanto mi stupivo a vederla infilarsi nel nasone pieno di puntini neri delle prese di tabacco! Chissà perché lo faceva. Allora perché non fumarsi una sigaretta? 

Baci a stampo e primi turbamenti del cuore 

Con Marina giocavamo di pomeriggio, appena tornavo dall’Istituto del Sacro Cuore su un pulmino bianco e rosso.  Lei frequentava la scuola pubblica, che fortuna, e aveva un anno più di me.  Io la trovavo bella: aveva una carnagione lattea, grandi occhi nocciola, labbra sottili e una cascata di riccioli rossi.
Entrambe eravamo appassionate dei film musicali con Rita Pavone e Gianni Morandi e ci piaceva recitare i ruoli di una coppia innamorata.
Avevamo letto anche qualche fotoromanzo che ci ispirava per replicare i comportamenti dei divi: ci asciugavamo prima le labbra con la manica della giacchetta e poi ci scambiavamo baci a stampo per imitare i fidanzati. Chissà cosa avrebbero pensato le nostre famiglie se ci avessero visto.
Noi due condividevamo anche l’invaghimento per Giancarlo, il morettino siracusano del secondo piano. Mi ero però resa conto con dispiacere che lui preferiva la mia amica: sorrideva sempre a Marina quando l’incontrava sulle scale ma a me riservava solo un saluto frettoloso.
Io mi accontentavo di guardarlo quando giocava a pallone con gli altri maschi sullo spiazzo erboso spelacchiato accanto al nostro caseggiato e gioivo quando lui segnava.
Un giorno Marina mi disse che le scappava la pipì e mi chiese di accompagnarla. Ci inerpicammo sul prato irto e una volta arrivate in cima ci calammo le mutandine. Ci accorgemmo che un gruppetto di maschi si stava avvicinando ma Marina, con un sorriso malizioso, mi invitò a fare con calma: l’eccitava l’idea che loro ci vedessero nelle parti intime e, a dire il vero, anch’io lo desideravo.
Ci tirammo su solo quando loro erano vicinissimi ma sapevamo che ci avevano viste. Non immaginavo che la mia amica avesse certe pulsioni: io del resto ero un po’ più piccola di lei e stare insieme mi faceva scoprire un mondo misterioso e intrigante.
Locandina pubblicitaria di uno stabilimento a Pra

L'addio a Marina e il trasloco verso il mare di Pra

Per due anni Marina ed io fummo inseparabili. Quando il tempo era inclemente, preferivamo giocare sul pianerottolo piuttosto che stare a casa mia o sua. Amavamo essere sole io e lei, lontane dai genitori che comunque ci lasciavano la massima libertà.
Un giorno fu triste dire a Marina che presto ci saremmo separate per sempre.  La mamma pativa la convivenza con mio nonno e oltretutto pensava che il mare avrebbe giovato alla mia costituzione un po’ gracile.
Trasferirci nel borgo marinaro di Pra fu una gioia per i miei ma non per me che ero affezionata a mio nonno Vincenzo; per nove anni avevo vissuto con lui e sicuramente mi sarebbe mancato. Per di più continuavo a rimpiangere i momenti trascorsi con l’amica del cuore. 
Avrei conosciuto altre bambine, certo, ma forse non mi sarebbe stato più consentito giocare sul pianerottolo con loro. Mi piaceva vivere vicino al mare ma le compagne di scuola non sembravano particolarmente simpatiche e accoglienti. Come potevo non sentire la mancanza della solare Marina con cui avevo condiviso tanti segreti? 
L’unica consolazione era lasciare l’odiosa maestra, Madre Cibrario. Per papà non sarebbe cambiato nulla: avrebbe guidato la linea numero 1 che percorreva praticamente l’intera città da Voltri a piazza Caricamento, anziché l’autobus 95.
La casa era appena stata costruita: aveva lucidi pavimenti di marmo, porte di legno scuro, un bagno con una bella vasca e un balconcino. Anche qui purtroppo mancava una cameretta per me e questo mi deluse profondamente.
Dopo pochi anni ci trasferimmo in un appartamento al primo piano che era dotato di due camere da letto. Finalmente potevo avere una stanza tutta per me. Oltre al poggiolino, la casa aveva una grande terrazza da cui, con gran disappunto della mamma, si vedeva in lontananza il cimitero.  

L'eredità di mia madre: l'arte di tagliare i ponti

Mai usufruimmo di quello spazio perché la mamma aveva trovato la scusa che i vicini buttavano cose dalla finestra che sporcavano la terrazza. Dal balconcino della cucina, invece, stendeva quasi quotidianamente i panni e spesso chiacchierava allegramente con le vicine del palazzo di fronte.
Marina era ormai lontana. Non andammo mai a trovarla perché la mamma diceva che tornare in Oregina le avrebbe ridestato ricordi troppo dolorosi. Si limitava a telefonare ogni tanto alle vecchie vicine adducendo scuse varie per non andare a visitarle. 
«Io sono fatta così. Quando taglio, taglio.» diceva quasi con orgoglio a papà. E allora perché mantenere i contatti per telefono? Perché continuare a parlare nostalgicamente di loro? Ancora una volta non capivo mia madre. Avevo rinunciato a comprenderla, ormai. So solo che io provavo nostalgia per il viso di porcellana di Marina, picchiettato di lentiggini dorate, la sua bocca rossa e sottile e le nostre confidenze sul pianerottolo pieno di gatti. 
Ero così diversa da mia mamma che aveva troncato i rapporti con le vecchie amicizie d’ Oregina: quasi tutto quello che faceva o pensava era lontano anni luce da me per cui gli scontri fra noi erano frequenti. Ma era pur sempre mia madre.

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