(Introduzione a Daniela Barone). Un viaggio nella memoria che profuma di miscela per la Lambretta e tabacco Amphora. Attraverso gli occhi di una bambina, riscopriamo l’Italia degli anni d’oro, fatta di gite domenicali a Pra e complicate telefonate in teleselezione, ma anche di dinamiche familiari sospese tra l'allegria di un padre solare e le inquietudini indecifrabili di una madre.
(Daniela Barone).
Il vento tra i capelli e la Lambretta bianca
Papà aveva comprato una Lambretta bianca. Gli serviva per andare e tornare dal lavoro, specie la sera, quando l’ultimo autobus era ormai passato da un pezzo, ma anche per portarmi in giro qualche pomeriggio d’estate sulle alture del Righi.
La teneva con cura maniacale, come aveva fatto in precedenza con la moto Guzzi di un rosso fiammante. A me piaceva moltissimo scorrazzare con lui sulla Lambretta. Ritta in piedi davanti, sentivo il vento che mi scompigliava i capellini biondi e cantavo a squarciagola le canzoni del mio idolo, Domenico Modugno.
L'imprevisto sulla strada per Pra
Una domenica papà aveva proposto alla mamma una gita al mare. Lei aveva accettato con entusiasmo e aveva iniziato a infilare in una borsa i costumi, le ciabatte e quanto poteva servire per trascorrere la giornata in spiaggia.
Mi domandavo quanto sarebbe durato il viaggio: forse non mancava molto ad arrivare ai grandi arenili sabbiosi di Pra. Ad un certo punto un vigile tutto vestito di bianco alzò la paletta e fischiò sonoramente per intimarci di fermarci. Papà accostò e porse al vigile la patente. Ci travolse subito un fiume di insulti del vigile.
«In tre sopra una Lambretta, inaudito! Ma si rende conto del pericolo a cui ha esposto la bambina? Lei e sua moglie siete dei veri incoscienti.»
Papà pagò mortificato la multa e indicò a me e alla mamma la fermata del tram con cui avremmo potuto proseguire il viaggio. Sfrecciò via sulla sua Lambretta lanciandoci un ultimo sguardo preoccupato. Scendemmo alla fermata di Pra dove lui ci stava aspettando con il suo solito sorriso radioso.
Come aveva osato quel vigile a maltrattare il mio adorato papà? Le cabine bianche e blu oltre il muretto però mi distrassero subito dai miei pensieri risentiti. In spiaggia i miei si sarebbero calcati in testa i loro buffi cappelli di paglia e io sarei corsa tutta contenta sulla battigia con il mio secchiellino.
L'inverno, la pipa e il rito del tabacco
Un giorno l’auto di un giovane maldestro urtò malamente contro la moto parcheggiata sotto casa. I danni erano così seri che a papà non convenne ripararla. La fine ingloriosa della Lambretta venne salutata da tutta la nostra famiglia con un velo di tristezza.
La stagione fredda arrivò bruscamente: tirava un forte vento e certe mattine il gelo ricopriva le stradine tortuose del nostro quartiere sulle alture. Come sembravano lontane le giornate spensierate in spiaggia. Più di me era papà a rimpiangere la calura estiva: lui soffriva di bronchite cronica per cui era spesso a casa in malattia.
Ciò nonostante, fumava da anni la pipa e non aveva alcuna intenzione di smettere. Possedeva una decina di pipe, tutte molto particolari. Mi mandava spesso a comprargli il suo tabacco preferito in busta, l’Amphora.
Quando accendeva il fornello della pipa, assumeva un’espressione goduriosa: socchiudeva gli occhi e aspirava il fumo con evidente piacere sotto lo sguardo di forte disapprovazione della mamma. «Avrai sempre la bronchite, caro Nino», sentenziava. Lui non si prendeva la pena di risponderle e continuava imperterrito a fumare.
Salsomaggiore e le ombre del sospetto
Un giorno papà disse alla mamma che l’azienda dei filotranvieri organizzava una settimana alle terme di Salsomaggiore per chi aveva problemi di salute. Andò allora dal medico che gli prescrisse delle cure termali per i suoi ricorrenti disturbi respiratori.
La settimana senza papà sembrò eterna a me e alla mamma. Era lui che l’aiutava in molte incombenze, che sdrammatizzava ogni situazione e riempiva la casa di allegria. Anche le vicine stimavano papà e non mancavano di farle notare quanto fosse fortunata ad avere un marito così buono, sempre disponibile con tutti.
La mamma replicava che sì, lui l’aiutava tanto, ma era perché lei non stava bene. Notando i panni stesi fuori ogni giorno, una volta la dirimpettaia le aveva chiesto come mai facesse così frequentemente il bucato: eravamo appena tre in famiglia e non c’era motivo di fare tante lavatrici. Lei aveva cambiato subito discorso con sorprendente disinvoltura.
Anch’io, a dire la verità, trovavo bizzarro il suo comportamento. Quando osavo chiederle spiegazioni, lei replicava che non ero abbastanza grande per comprendere; al momento giusto mi avrebbe spiegato ogni cosa.
Papà ci aveva telefonato una sola volta da Salsomaggiore. Le chiamate in teleselezione erano piuttosto complesse allora e sicuramente non economiche. Ci raccontò che le cure gli stavano giovando e che aveva fatto amicizia con un coetaneo veneto.
Insieme i due passavano la serata a giocare a carte, anche se papà non era patito di nessun gioco in genere. Lei gli chiese se lì ci fossero per caso anche delle donne. Non so quale fu la sua risposta ma ricordo che lei rimase contrariata per un po’.
«Non si crederà di andarci tutti gli anni, il signorino, eh», aveva commentato risentita.
Il ritorno e il lancio del nocino
Finalmente papà fece ritorno a casa. Aveva un’aria distesa e non smetteva di raccontarci quanto si fosse divertito. Avevano concluso il soggiorno alle terme con una cena e un fotografo aveva immortalato l’allegra brigata.
La foto ritraeva uomini e donne sorridenti attorno ad una grande tavola imbandita. Notammo che accanto a mio padre sedeva una signora dai capelli lunghi e l’aria raffinata. Portava una lunga collana e degli orecchini eleganti. Vidi un lampo di rabbia negli occhi della mamma. Cosa stava per accadere?
Papà si alzò dalla sedia per prendere un regalino per lei. Era una bottiglietta mignon di nocino che porse alla mamma con un largo sorriso. Lei, stravolta in viso, lanciò contro di lui il dono grazioso.
«Te lo do io il nocino, disgraziato», strillò.
Papà riuscì a scansare la bottiglina; si affrettò a prendere la scopa nel ripostiglio per ripulire il pavimento dai cocci. Mentre si allontanava lo sentii dire: «Sei proprio una scema, Carmen».
La situazione non ebbe seguito perché papà quella sera aveva il turno di notte e dovette correre al lavoro. Ero perplessa. Mi domandavo perché la mamma si fosse comportata così. Anche papà non doveva aver capito granché, però.
«Bah, è gelosa», lo sentii dire mentre scendeva giù dal pianerottolo in tutta fretta con gli scarponcini ancora slacciati.



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