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Papà Nino: dallo chic del Bristol al volante dei bus 🚌

Un vecchio bus d'epoca circondato da persone d'ogni età che elogiano il conducente
(Introduzione a Daniela Barone). Un paio di forbici che danzano tra i capelli nel lusso di un hotel milanese, poi le mani che stringono il volante dei grandi bus di Genova. La storia di Nino è il racconto di un'integrazione coraggiosa, di una famiglia che si ritrova al capolinea di un bus e di un orgoglio che non sbiadisce, nemmeno quando le tinte per capelli diventano bizzarre. Un viaggio tenero e ironico tra i ricordi di una figlia e l'eroismo quotidiano di un padre.

(Daniela Barone).

Il parrucchiere del Bristol e il diploma sulla parete

Sono sempre stata orgogliosa del lavoro di mio padre. Prima che nascessi aveva lavorato come parrucchiere da donna nel prestigioso hotel Bristol della centralissima Via XX Settembre. Era solo un di-pendente ma molte clienti richiedevano espressamente il suo intervento.
Aveva addirittura vinto il terzo premio in un concorso regionale: il diploma, una pergamena adornata da un lungo ricciolo castano, troneggiava sulla parete del salotto e inorgogliva papà ogni volta che lo guardava.
Stanco di lavorare da mattina a sera, spesso anche alla domenica per una paga piuttosto bassa, aveva poi deciso di fare domanda nell’azienda comunale UITE: venne assunto come bigliettaio proprio pochi giorni prima della mia nascita, nel mese di marzo del 1956. 
Uomo in divisa da tramviere con una bimba bionda

La scalata alla Patente D e i mitici "Leoncini"

Dopo qualche anno, allettato dalla prospettiva di uno stipendio più alto, papà decise di prepararsi per la patente D pubblica. Nonostante il suo semplice diploma di scuola elementare, studiò diligentemente riuscendo a superare l’esame di teoria e di guida. La mamma sottolineava spesso che lui ce l’aveva fatta grazie al suo aiuto prezioso nel fargli ripetere le pagine del libretto ogni sera.  
Ero innamorata di papà nella sua divisa blu da tranviere. Avrebbe dovuto portare anche il cappello ma lui se lo toglieva spesso, incorrendo in sanzioni da parte dei severissimi controllori. Per un certo periodo gli fu affidata la guida dei filobus. Lui si lamentava delle numerose volte in cui i cavi si staccavano ed era costretto a salire sul tetto per sistemarli.
Per fortuna, una volta trasferiti a Pra, gli fu concesso di guidare i pulmini, i cosiddetti ‘leoncini’ che andavano su e giù per le stradine tortuose delle alture. La domenica io e la mamma andavano al capolinea vicino a casa e salivamo tutte allegre sul piccolo mezzo per passare qualche ora con lui impegnato al volante.
Papà salutava tutti i passeggeri con calore e non mancava di presentar loro la sua famiglia con orgoglio. Purtroppo dopo qualche mese dovette passare alla guida più impegnativa degli autobus che collegavano Voltri a Caricamento. Il traffico era intenso e i frequenti turni ‘intermedi’ spezzavano le sue giornate tenendolo impegnato praticamente tutto il giorno. 

L’equivoco del "Nikt Jolly" e l’ingenuità di Carmen

Una domenica papà propose alla mamma di aspettarlo a Sestri Ponente. Lui avrebbe finito il turno vero l’una, così programmarono di andare a pranzo in una trattoria lì vicino. Scendemmo alla fermata indicata da mio padre e ci guardammo intorno disorientate. 
«Deve essere questa, vieni.», disse agitata la mamma. Feci appena in tempo a leggere l’insegna, ‘Nikt Jolly’. Che strano nome per una trattoria, pensai. Entrammo in una saletta con tanti tavolini non apparecchiati di fronte al bancone del bar. Subito una cameriera vestita con un abito vistoso venne a chiederci cosa gradivamo bere ma la mamma le rispose che aspettavamo papà.
Mentre mi domandavo come mai le tavole non fossero imbandite, un signore grassottello si avvicinò al nostro tavolo e chiese alla mamma come si chiamava. Lei rispondeva con disinvoltura alle sue domande ma poi cominciò a manifestare un certo disagio.
Papà non arrivava e oramai era già l’una e mezza. Io uscii fuori dal locale e fu così che vidi mio padre accanto alla trattoria dove avremmo dovuto trovarci. Con sollievo mi venne incontro, fece capolino nel locale e disse alla mamma di uscire. Sembrava più divertito che preoccupato. 
«Ma Carmen, dove ti sei infilata! Non hai visto che quello è un locale notturno? Sei proprio un’ingenuotta», ridacchiava.
Finalmente accomodati alla tavola della trattoria, davanti a un invitante piatto di spaghetti al sugo, guardavo di sottecchi la mamma. Non si dava pace per aver sbagliato e farfugliava cose a me incomprensibili. «Quell’uomo era un camionista e cercava compagnia, Nino. Che vergogna. E c’era anche la bambina», ripeteva turbata. Papà continua a ridere pensando alla sua ingenuità. 
Diploma in un concorso da parrucchiere

Un siciliano "normanno" nella Genova degli anni '50

A Genova mio padre era per tutti Nino. Nessuno conosceva il suo nome di battesimo, Salvatore. Nel negozio di parrucchiere dell’hotel lussuoso il padrone e le clienti lo chiamavano Nin, un nomignolo affettuoso che si dà in genovese ai bambini. Con il tempo aveva perso l’accento siciliano e aveva addirittura imparato a parlare in genovese.
I suoi lineamenti delicati, i capelli castani e gli occhi verdastri non facevano pensare al classico siciliano bruno dai tratti marcati. Lui chiariva spesso che la sua famiglia doveva avere origini normanne, dato che molti di loro avevano i capelli chiari.
In quegli anni al Nord era forte il razzismo verso le persone provenienti dal Sud: addirittura su molti portoni era affisso un cartello con la scritta NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI. 
Papà, per natura tenace e ottimista, non si era dato per vinto: aveva suonato il campanello di un’anziana vedova e si era presentato con disinvoltura omettendo le sue origini. Improvvisamente si era trovato attorniato da una decina di gatti.
L’affittuaria era chiaramente innamorata di tutti loro. Papà furbescamente si era profuso in lodi sperticate dei felini, a suo dire gli animali più belli del mondo. Conquistata l’anziana signora, era così riuscito a stabilirsi in una cameretta arredata di quella casa antica e ovviamente popolata da numerosi mici.

L’unica cliente e i colori improbabili

Pur avendo lasciato il mestiere ingrato di parrucchiere in favore delle tranvie elettriche cittadine, papà era rimasto a disposizione della mamma che ricorreva a lui per farsi tagliare e tingere i capelli. Era ormai la sua unica cliente dato che io disdegnavo il suo stile sorpassato, come del resto i miei figli.
In vecchiaia mio padre aveva perso la dimestichezza specialmente con le tinte che preparava lui stesso mescolando fantasiosamente tubetti di color castano e rosso ramato. La mamma cominciò a sfoggiare tagli pieni di scale e soprattutto chiome dai colori del tutto improbabili che andavano dal rosso carminio al viola melanzana.
I miei figli erano divertiti dalle acconciature bizzarre della nonna ma non osavano criticare apertamente l’operato dell’amato nonno. Ridevano nel vedere le vecchie foto che li ritraevano da piccoli con tagli antiquati e francamente discutibili.
Oggi parlano orgogliosamente di questo ‘picciotto’ che ha saputo coraggiosamente farsi da sé in quell’alta Italia di allora che discriminava i meridionali come lui. Papà resta indiscutibilmente un eroe per me figlia, ‘un grande’ per i suoi nipoti.

Commenti

  1. Il viaggio di Nino è il ritratto dell'Italia che si è fatta da sé: un uomo capace di cambiare pelle senza mai perdere l'orgoglio, trasformando persino un errore di tintura in un ricordo d'amore. Grazie per questo spaccato di eroismo quotidiano e integrazione.

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