Passa ai contenuti principali

Cecità di Josè Saramago, l'insensatezza del male

di Bianca Mannu
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Angelo Perrone) Non si è premio Nobel per caso. Cecità, il capolavoro di Josè Saramago (1995), è un testo duro, difficile, aspro. Da scoraggiare i più intraprendenti mossi – in questi tempi di reclusione - da benevola propensione verso le “buone letture”.
Da lasciare sgomenti. Per il contenuto certo, ma anche per lo stile. Un muro di parole senza interruzioni, a capo, segni grafici ad indicare i dialoghi: nulla che serva a tirare il fiato, ad alleggerire lo sforzo.
Eppure lui, Saramago, il miracolo lo fa. Tiene avvinghiato il lettore a quel muro scabroso, lo costringe a non mollare, a continuare la lettura sino all’ultima parola. La leggerezza è un’altra cosa e qui non è richiesta per andare avanti. Non serve. È altro il mastice del racconto.
La cecità di cui si parla è la conseguenza di un’epidemia da contagio. Suona come evocazione anticipata del dramma che viviamo in questi giorni. Alla situazione infettiva, si aggiunge la riflessione sulla condizione dell’uomo in momenti di emergenza.
Tutto accade, nulla ci è risparmiato. Sino alle brutalità più estreme. È totalizzante per l’individuo la cornice di repressione, confinamento, annullamento della personalità che si innesta a causa dell’infezione e delle sue conseguenze politiche e sociali.
Non ci sono che violenza, brutalità, angoscia. E capovolgimenti di ruoli tra vittime e carnefici, mai processi di liberazione. Si finisce di essere oppressi per diventare a propria volta oppressori di altri. Una spirale senza fine ed inesorabile. Di soprusi e viltà: difficili le vie di fuga.
Lo specchio di Saramago è certamente deformante, esplora i confini del reale, la dimensione nella quale domina la crudeltà dell’istinto di sopravvivenza. Tanto da rendere difficile scorgere quei piccoli gesti di umanità che pure non mancano in un contesto così depravato, e che forse sono l’unica possibilità di riscatto dal male.

(Bianca Mannu) Il filo della logica su cui si sviluppa la vicenda? Non solo la banalità orribile della prigionia in conseguenza del contagio che ha diffuso la cecità, e la terribile rassegnazione dei prigionieri alla perdita dei più elementari comportamenti civili umani. Si avverte lo sguardo impietosamente nichilista dell’autore.
Fin dal principio impera un’ottusità assoluta e specularmente ripartita: la reazione immediata ed escludente del sistema politico-amministrativo, la furia di liberarsi del problema e anzi, per indizi, la negazione stessa di ogni problema. E, come corrispettivo, le mancate reazioni del gruppo, come se il potere costituito e le pur incolpevoli vittime del morbo avessero rinunciato, per lo stesso partito preso, a interrogarsi sul perché accadeva quel che accadeva dentro il reclusorio e anche fuori.
Poste così le cose, rientra nell’ordine del disordine regressivo l’ingresso dei ciechi aggressivi e il loro tentativo di trascinare a lungo l’esistenza espropriando e sodomizzando gli imbelli disgraziati della prima ora. Ma ci troviamo davanti al marciume residuale di una società capace solo di prolungare la sua agonia. Dunque degna di perire tutta o quasi. Ecco il piglio nichilista, secondo me.
Ma l’uomo e la sua storia dimostrano risorse inedite, se non altro l’eventuale reazione di sopravvivenza, ma suffragata da un ripescaggio di razionalità che non si tira indietro neppure di fronte alla prospettiva di potere e volere rispondere con la violenza alla violenza.
Ecco la piccola rivoluzione all’interno del reclusorio! Essa un po’ fa ripensare alla rivolta del ghetto di Varsavia, ma anche induce ad aspettarsi il proseguimento del conflitto col e nel fuori, di cui non è possibile valutare lo stato delle forze.
Qui Saramago allenta il suo sguardo pessimista. Non lo fa solo in omaggio al dovere narrativo di tirare le fila di una vicenda inventata, condotta tra l’intento di metaforizzare qualche aspetto della realtà storica e il desiderio di condurla all’indispensabile conclusione, magari di tipo catartico.
Forse anche per un intento pedagogico per indurre il lettore a spostarsi dall’osservazione del piano sistemico schiacciante - nel quale inizia il morbo - al livello di una emergenza marginale, eppure importante, che prevede e valorizza l'iniziativa individuale in forme magari coraggiose, impreviste e imprevedibili.
Quando nel reclusorio arriva il contingente degli aggressivi (il loro comportamento denuncia un peggioramento delle condizioni esterne) e si sviluppa la lotta per la minimale sopravvivenza, il gruppo primario, avendo già compiuto un certo tragitto di ri-socializzazione, ha una reazione.
È allora che abbozza una leadership femminile che trova in sé la forza di tentare il salvataggio e l’uscita del gruppo dal reclusorio seguendo l’intuizione, suffragata dall’esperienza della vedente, che il mondo da cui si era stati separati non ha più il potere di fermarli e respingerli all’interno.
La sguardo nichilista dell’autore sembra trovare conferma nella descrizione dell’assoluta decadenza fisica e dello stato di anomia del mondo che nella memoria dei reclusi avrebbe conservato lo stato pre-epidemico. Invece nulla di ciò che costituiva la condizione civile è salvo. Neppure la sepoltura dei morti, indizio ancestrale dell’ingresso umano nel civile, trova cittadinanza. 
Persino le icone religiose sono state uguagliate con aggiunte posticce alla condizione della cecità generale. E ciò è vissuto come massimo orrore dalla moglie del medico e poi dal pubblico che affolla la chiesa e che reagisce al diffondersi dell’informazione sullo stato delle immagini sacre.  L’orrore e la paura superstiziosa provocano la corsa cieca e vertiginosa della folla verso l’uscita: è la totale sanzione dell’orrore e della totale abiezione.
È evidente la perdita generalizzata del senso religioso, mentre resta evidente lo spirito superstizioso. Il gruppo primario sembra accettare “la morte di Dio”, cioè il Suo silenzio e l’aver rinunciato alla possibilità di vedere il mondo ferito. Per contro il mondo ferito fugge da quello stesso Dio.
A questo punto ti aspetteresti di assistere alla depressione del gruppo primario a petto di quella più ampia della città e dei sopravvissuti sbandati. Invece il gruppo rinsalda la coesione, soffre la fame, ma la tacita con il nutrimento mentale offerto dalla lettura condivisa. Qualcosa di elevato del mondo di prima trapassa nella pratica di vita del gruppo che riesce a sperare e a progettare un ritorno all’agricoltura naturale. Ed è in un contesto di pacifica condivisone che la vista viene riguadagnata non solo dal gruppo, ma dai sopravvissuti dell’intera città.
Qui il procedimento favolistico e magico si prende la scena e risulta a mio modo di vedere razionalmente meno giustificato rispetto alla crudezza con cui tutta la situazione è rappresentata: in modo così particolareggiato e truce da risultare specchio fedele di certe nostre crude realtà, vissute e presenti nel nostro quotidiano senza che riusciamo a vederle, cioè ad avere cognizione e immaginazione dei loro addentellati e rinforzi perversi.
Certo, Saramago rinuncia sul piano narrativo all’idea di una rivoluzione olistica di massa che, come la storia insegna, reintroduce i germi di ciò che vuole contestare.
La rinascita, dubbia e faticosa, non è da romanzo ed è fra le disponibilità difficili e sempre ambigue di una parte di umanità che si prende il tempo per maturare e confrontarsi raccogliendo il fiore del pensiero umano e delle pratiche bianche di cura e sostegno, nelle forme discorsive e a-dogmatiche dello scambio sociale.

Commenti

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Pensioni? Facciamo un bello spot. Il solco tra disagio sociale e politica 📺

(Introduzione a Marina Zinzani – Commento a.p.). Malattie, invalidità e vecchiaia rendono la vita un percorso a ostacoli, fatto di privazioni quotidiane e continui accertamenti. Di fronte a questo scenario, il testo che segue dà voce a due realtà distanti: da un lato il vissuto intimo e sofferto di chi vive con una pensione minima, dall'altro il cinismo calcolatore della politica. Una distanza incolmabile oggetto di riflessione nel commento finale. (Marina Zinzani).  Le voci del disagio: storie di ordinaria rinuncia «Vivo con la pensione di mia madre, e una pensione di invalidità. Ho una malattia che non guarisce, può solo peggiorare. L’Inps mi chiama per le visite, per vedere se sono guarito. No, non sono guarito. Sono peggiorato. La mia piccola pensione non è aumentata. Devo pagarmi delle medicine, oltretutto, e quelle c’entrano con la malattia ma per lo Stato non c’entrano. È una cosa un po’ complicata. Così ho anche questa spesa. Mi hanno amputato una gamba, un incidente, anni ...

Tre anni insieme in uno scatolone, quando finisce la magia dell'amore

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono canzoni che non vorremmo mai ascoltare in determinati momenti della nostra vita, perché capaci di trasformarsi nella colonna sonora di un fallimento. Nel racconto che segue, le note dei Los Galos accompagnano Santiago mentre riempie scatoloni alla rinfusa, pronto a lasciare quella che per tre anni è stata la sua casa. Una confessione che scava nelle radici delle incomprensioni di coppia: dalle differenze culturali e generazionali, fino all'incapacità di comunicare, tra silenzi punitivi e sfoghi di rabbia. Una storia sulla fine dell'amore, le ferite dell'infanzia che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo e la difficile accettazione di un game over emotivo. (Daniela Barone). Il peso di tre anni in uno scatolone Sono seduto sulla montagna di scatoloni che ho riempito alla rinfusa dei miei vestiti e di tutte le mie cose. Non è facile farci stare dentro tre anni di matrimonio. Mi serviranno altri borsoni, magari quelli del supermercat...

Risveglio in cucina: silenzio e rito del caffè ☕

(Marina Zinzani) ▪️ 🧘 Solitudine necessaria: silenzio, aria fresca e la tregua dalle notizie Il risveglio del mattino, silenzio in cucina, guardare fuori, aprire la finestra e respirare l’aria fresca: quei minuti prima che tutto inizi si accompagnano ad una solitudine piacevole, necessaria. Il rituale del caffè. Il preparare la colazione. La televisione spenta. Nessuna notizia è ancora entrata, provocando in qualche modo pensieri, reazioni emotive: un nuovo femminicidio, venti di guerra che non si attenuano. Si è da soli, in quei minuti di silenzio. ☕ Il rito della quiete: caffè, pensieri tenui e l'imminente flusso Il caffè sorseggiato. Pensieri per la giornata. Le cose da fare. Uno spazio dove il silenzio è vita, l’assaporare una quiete che dura pochi minuti, perché poi la casa si anima. È tutto un correre, poco dopo. O un fare delle cose, assorbiti da un flusso continuo, spesso fatto di doveri e incombenze. Ma prima, in cucina, guardando dalla finestra, si riesce a vedere il tet...

Insegnavo inglese nella scuola professionale: tra gonne al ginocchio e domande sul sesso

(Introduzione a Daniela Barone). Gli anni Novanta nelle scuole professionali hanno rappresentato un microcosmo di transizioni sociali e generazionali. In questo racconto, una giovane insegnante di inglese condivide l'impatto con l'Istituto Professionale di Vigevano: un ambiente ruvido, dominato da dinamiche maschiliste e presidi grotteschi. Tra provocazioni e sanzioni, sarà l'ascolto empatico e un progetto di educazione affettiva – ispirato alle note dei Litfiba – a trasformare un conflitto di classe in un'autentica occasione di accoglienza e crescita reciproca. (Daniela Barone). L'arrivo all'IPSIA di Vigevano: dalle illusioni alla realtà Quando diventai insegnante di ruolo nel 1991 avevo 35 anni. La scuola che mi venne assegnata era l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato di Vigevano. Pur avendo dovuto rinunciare alla cattedra in un liceo per il mio punteggio non altissimo, mi sentivo comunque abbastanza serena. Infatti dieci anni prima a Genov...

Il campanello dello 8: un abbraccio dopo il segreto

(Introduzione a Paolo Brondi). Nella cornice idilliaca di una villa a Fiesole, si consuma il dramma silenzioso di Saverio. Diviso tra l'amore profondo per la sua compagna Laura – un commissario capo assorbito dai doveri della giustizia – e una solitudine pomeridiana che riapre antiche ferite d'abbandono, l'uomo si ritrova a fare i conti con il vuoto e la noia.  Sarà un'interruzione brusca e inaspettata nella routine del suo studio medico, lo squillo insistente di un campanello alle otto del mattino, a squarciare il velo sui segreti del passato. Il racconto ci conduce lungo i sentieri misteriosi degli affetti familiari, dove una verità rimasta a lungo nell'ombra si trasforma nell'occasione per riscoprire il senso profondo dell'amore e della fraternità. (Paolo Brondi). La vita a Fiesole e la solitudine di Saverio Saverio Motta e Laura Baldi, ormai conviventi, vivevano tranquilli in una villa, da lei acquistata per una fortunata occasione, a Fiesole. Vi si acce...